strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La paura dell’ignoto può essere utile

Lascia un commento

Ieri ho commesso, credo, un passo falso.
Si chiacchierava, con la mia amica Lucia, di come l’attuale situazione di quarantena, e la pandemia, e tutto il resto, stiano generando reazioni scomposte su un fronte molto ampio. O, per dirla coi termini della Scuola di Vienna, c’è un sacco di gente che sbrocca.

Quella che era partita come una piacevole vacanza, con la nazione unita contro il virus, che cantava sui balconi per affermare la propria speranza in barba al contagio, si è trasformata in una specie di rissa, con i fautori della “dittatura dei virologi” da una parte, che non aspettano altro che di uscire di casa e leccare tutte le persone che incontrano in un gesto di sfida al potere totalitario che ci vuole bloccati a casa, ed i sostenitori della linea dura, “da soli a casa fino al 2030”, che vorrebbero sparare a vista a chi cammina per strada e bombardare le spiagge, a prescindere.

La realtà, come al solito, è un po’ più complicata di così.

Proprio ieri ho scoperto l’esistenza del termine carico allostatico, che sembra una cosa per ingegneri civili, e invece ha a che fare col funzionamento del nostro cervello e del nostro organismo. Il termine è stato introdotto nel 1988, ad indicare tutti quei cambiamenti che il nostro organismo attiva per compensare dei problemi – come ad esempio una insufficienza cardiaca. Quando succede il nostro corpo reagisce mettendoci una pezza. Ma si tratta di soluzioni temporanee. Il carico allostatico è l’accumularsi di queste pezze temporanee ai nostri problemi fisiologici o psicologici: per il momento riusciamo a continuare a funzionare, ma siamo fragili. Se il carico diventa eccessivo, lo schianto può essere catastrofico.

La condizione generale di salute precaria e di fragilità emotiva che stiamo tutti vivendo, chi più chi meno, è frutto dell’attuale carico allostatico – che partendo da fattori psicologici, incide sul nostro organismo. L’incertezza attiva il nostro istinto di fuga o aggressione, e poiché non possiamo fare né l’una cosa né l’altra, entriamo in un loop, che ci logora.

E l’incertezza è innegabile. È personale e collettiva, è economica e sociale.
Ora, di fatto nessuno di noi sa cosa porterà il futuro (ne riparleremo) ma fino a qualche settimana addietro potevamo cullarci nella convinzione che il futuro sarebbe stato esattamente come il presente. Ma ora la famosa stabilità che per decenni i politici ci hanno venduto è improvvisamente scomparsa – non sappiamo come sarà, ma sappiamo, dolorosamente, che il futuro sarà diverso.
E così la gente sbrocca.

E potremmo liquidare sbrigativamente i due fronti, quelli che vogliono uscire e “tornare a una vita normale” e quelli che vogliono barricarsi in casa “nella speranza che si possa tornare a una vita normale”, come le due facce della stessa medaglia, due risposte opposte ma uguali – due disperati tentativi di esprimere un comportamento che possa far scomparire l’incertezza, e riportare il mondo nella sua placida, immutabile forma precedente. Un ritorno alla stabilità.
Ed è possibile, persino probabile, che per molti sia davvero così.
La disperata ricerca di un rituale che aiuti a ristabilire l’ordine.

Ma c’è anche dell’altro.
Perché la fragilità di cui si diceva è reale, e la stiamo vivendo tutti.
Esistevano fragilità pregresse – in altre parole, c’erano persone che avevano problemi già da prima – e ce ne sono che invece somno emerse con prepotenza in persone che erano OK prima, ma che la pandemia e il lockdown hanno mandatro in crisi.
Questo stato di incetezza accresce il carico allostatico.
In altre parole, molti di quelli che vediamo sbroccare, là fuori, sbroccano per davvero, non stanno facendo finta per attirare l’attenzione. E se ci paiono stupidi, egoisti, inutilmente aggressivi, se ci paiono dare un peso eccessivo a quelle che per noi sono minuzie, e troviamo sciocco che invochino cospirazioni, dittature e quant’altro … beh, la mente umana non ha regole, quando esce dai binari.

E naturalmente dovremmo prenderci cura di queste persone, perché è questo ciò che è giusto fare ma, a livello istituzionale, io da qui dove sono seduto sto vedendo molto poco di fatto. Ci sono linee telefoniche per chi ha bisogno di supporto, ci sono cose come Gli Psicologi Online. Evviva.
Ma a livello molto più di base, non mi pare si stia facendo granché per cercare di far crescere la resilienza della popolazione – per aiutare chi è (relativamente parlando) sano di mente a restarlo, e per chi è in crisi a trovare un appiglio.
Di fatto, se resilienza è una parola che prima conoscevamo in sette ed è ora diventata uno dei cavalli di battaglia dei talk show pomeridiani… ecco, i talk show pomeridiani per la resilienza, per la salute mentale, per contenere il livello di incertezza e la paura, non mi pare stiano facendo nulla.

E qui arriviamo a parlare di due argomenti dei quali ci è stato insegnato che non si parla

  1. la salute mentale (o mancanza della medesima)
  2. la paura

Sulla paura, in particolare, è necessario riflettere, perché ci è stato insegnato, da infiniti film con John Wayne e da lì in avanti, che avere paura è una cosa che non si fa.
È qualcosa di cui ci si deve vergognare, l’avere paura, così come ci si deve vergognare della propria fragilità psicologica.
Non vorrete mica essere giudicati dei vigliacchi, o dei pazzi?

Tutte queste cose si dicevano ieri con la mia amica Lucia, la discussione si è chiusa con l’osservazione che essere compassionevoli non è più di moda, e a me è venuto in mente un libro.
Ah, direte voi, esiste forse qualcosa che a me non faccia venire in mente un libro?

Il libro in questione When Things Fall Apart, di Pema Chodron, che in italiano è stato tradotto come Se il mondo ti crolla addosso. Che io ho in audiobook, per motivi lunghi a spiegarsi.
E che è un libro che ha per tema principale l’idea che la paura e il caos siano stati se non desiderabili – perché nessuno desidera il caos – per lo meno positivi, a patto che li si accetti per ciò che sono.
Condizioni che, strappandoci di dosso le nostre certezze, ci obbligano a guardare a noi stessi senza filtri, o maschere (sì, lo so, suona ironico), possono aiutarci a mantenere a fuoco la nostra mente, e a vedere meglio ciò che sta accadendo..

L’idea è quella di non fuggire dalla paura, di non cercare di evitarla, di nasconderla, di negarla o di “esorcizzarla”, ma di esserne consapevoli, e partire da lì. Sapere che il futuro non è segnatto e previsto, e non c’è scritto das nessunaparte che debba andare come ci piacerebbe – o come temiamo che possa andare.
È un testo interessante, quello della Chodron, che parla della paura dell’ignoto, proprio come ne parlava Lovecraft, ma da una prospettiva opposta – se in Lovecraft la contemplazione della verità porta alla follia, in Chodron la contemplazione della verità porta alla salute mentale.
O a qualcosa di simile.
E se la prospettiva dell’autrice è chiaramente e profondamente buddhista, c’è nel suo approccio al problema abbastanza materiale per dare delle idee e offrire delle strategie anche a chi del Buddha non sa cosa farsene.
E in effetti, la comunità buddhista internazionale ha messo online una valanga di risorse per aiutare chi si trova in questa trappola a trovare un po’ di sollievo, e nella maggior parte dei casi si tratta di tecniche o di semplici accorgimenti che possono essere adottati da chiunque, indipendentemente dall’orientamento religioso.
Per cui chissà, forse aveva ragione la mia mamma, e il buddhismo è una filosofia, non una religione. Lei naturalmente lo diceva come se questo fosse un fatto negativo.

Quindi è questa la soluzione?
Metterci tutti seduti a meditare?
Ecco, forse parte del problema è proprio qui, nell’idea che ci possa essere una soluzione unica per tutti. Forse è più imortante ricordarsi che una soluzione probabilmente c’è, e poi cercare la propria.
E molti dei comportamenti che vediamo ora sono, dopotutto, un tentativo di trovare la propria risposta giusta. Ma sono improntati all’idea che possa esistere un ritorno alla normalità – perché senza questa idea, forse, la paura è troppa. È allora importante sapere che la paura la proviamo tutti, e non è qualcosa di cui vergognarsi, ma qualcosa che potrebbe addirittura portarci ad esprimere il nostro meglio.
Per cui mi è parso il caso di parlarne.
Tutto qui.

Ah, no… il passo falso a cui accennavo in apertura.
Ieri, finita la conversazione con la mia amica Lucia, ho pensato di segnalare questo ebook in un gruppo che trata di apocalissi assortite.
Purtroppo l’unica persona che si è detta interessata al libro aveva appena esaurito i fondi sulla propria carta di credito per comperare un manganello estensibile.
Un chiaro segnale che ho parlato di qualcosa che in quell’ambito era fuori posto. Manganelli, non libri di anziane signore con un nome tibetano che parlano di meditazione e compassione. Perché ci piace, l’idea di essere duri e di reagire in maniera aggressiva contro la paura. Che è poi ciò che ci racconta molta della narrativa apocalittica e post-apocalittica, ed è parte della narrativa dominante, come si diceva sopra.
Fearlesness is fearlesness, come cantava Stevie Nicks.
E come si diceva sopra, per molti questa narrativa è parte del problema, non della soluziona.
Ma chissà, se un manganello estensibile aiuta qualcuno a non impazzire, chi siamo noi per criticare una simile scelta?
Il tempo delle risposte uguali per tutti è finito.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.