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(Non) Dieci Libri #14 – Dorothy L. Sayers

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Guardando la lista di dieci copertine a bla bla bla che molti miei contatti hanno postato su facebook, risulta tragicamente evidente che la mia formazione culturale è basata prevalentemente sulla narrativa popolare. Che povertà intellettuale, signora mia, che delusione.

Ma d’altra parte questa è la mia lista, e questa è la mia vita. Harlan Ellison sosteneva che il libro ideale per crescere come persone è il canone di Sherlock Holmes, perché da quelle storie si impara che facendo attenzione ed usando lalogica, si possono risolvere i misteri che si incontrano strada facendo. Ma non c’è solo Conan Doyle, e io ho imparato un sacco di cose da Dorothy L. Sayers.

The Unpleasantness at the Bellona Club, il quarto romanzo della serie di Lord Peter Whimsey, venne pubblicato nel 1928. Fu il primo romanzo della serie che mi capità di leggere, nell’estate dell’88.
All’uscita del libro, Dorothy L. Sayers aveva trentacinque anni, ed una storia travagliata alle spalle. Donna, intellettuale, anticonformista, traduttrice di Dante Alighieri ed amica di Tolkien e Lewis, la Sayers trovava difficile vivere nell’Inghilterra degli anni ruggenti, e per salvare se stessa da quella strana prigionia, aveva creato il proprio personale cavaliere in armatura scintillante, che se non le diede l’indipendenza intellettuale che desiderava, per lo meno le garantì l’indipendenza economica.

Dorothy Leigh Sayers è oggi considerata una delle quattro regine del giallo classico all’inglese, insieme con Agatha Christie, Margery Allingham e Ngaio Marsh – e se nell’ultimo anno ho scoperto e rivalutato la Allingham, io resto fedele alla Sayers come la migliore del quartetto.
Un’opinione non condivisa né da C.S. lewis né da J.R.R. Tolkien, il che mi porta a sostenere che è un’opinione corretta.

Lord Peter Whimsey è un personaggio a tal punto sopra le righe da sembrare quasi una parodia – aristocratico, geniale, con un passato da classicista ed una passione per gli incunaboli, capace di citare John Donne a memoria e di improvvisare complesse suite dodecafoniche al pianoforte, Lord Peter Whimsey è tutto ciò che si potrebbe solo odiare di stereotipato nel poliziesco classico.
ma il punto è proprio questo – lord Peter non è stereotipato.
C’è un fondo di oscurità, nel personaggio di Whimsey, che emerge progressivamente attraverso il succedersi dei romanzi. C’è la depressione, descritta con un’accuratezza che lascia pochi dubbi riguardo all’esperienza diretat dell’autrice. C’è il trauma della Grande Guerra, dalla quale Whimsey emerge come un relitto umano. C’è l’orrore che deriva dall’idea di mandare gente alla forca per hobby – perché è questo, che fa Lord Peter: risolve misteri per diletto, e scopre i colpevoli, che finiscono impiccati.
C’è, in lord Peter, un aspetto di responsabilità che emerge dalle battute di spirito e dall’eccentricità, rivelandole per ciò che sono – unamaschera per proteggere una personalità fragile e traumatizzata.

C’è, nell’opera della Sayers, un occhio per la psicologia e per il complicato gioco delle classi sociali nell’inghilterra fra le due guerre, che eleva i romanzi dela serie di Whimsey al di sopra della comune letteratura d’intrattenimento – pur trattandosi di eccellente intrattenimento, di letture divertenti, di “narrativa d’evasione”.

Con l’ingresso in scena di Harriet Vane, in Strong Poison nel 1930 – il romanzo definitivo sull’uso dell’arsenico a scopo omicida – i romanzi della serie mostrano un crescente disinteresse per l’investigazione. Trasfigurata in Harriet Vane, scrittrice di polizieschi dal passato turbolento, l’autrice è entrata nei propri romanzi, e può ora vivere la sua storia d’amore con lord Peter. La vicenda che fa da sfondo al romanzo è estremamente simile a quella che la Sayers stessa visse col proprio amante – semplicemente lei non lo avvelenò con l’arsenico. Ma dal romanzo pare evidente che un pensiero a riguardo l’abbia fatto.

Tolkien in particolare disse che i romanzi in cui compariva Harriet Vane come co-protagonista non gli piacevano per nulla, ed in particolare Gaudy Night, uno degli ultimi romanzi della serie, in cui lord Peter compare solo oltre la metà del volume, che per il resto è popolato di donne, gli risulto particolarmente inviso. Donne a Oxford che parlano di letteratura e omicidi.
Che orrore – e neanche un Tom Bombadil per sollevare il tono.

[mi si dice che menzionare Tom Bombadil è estremamente scorretto nei confronti di Tolkien – come se quel capitolo l’avesse scritto un altro, e fosse cascato per errore ne Il Signore degli Anelli, probabilmente insieme con tutta quella poesia in elfico, e il treno a vapore nel primo capitolo.]

Dal canto suo, C. S. Lewis fu sempre molto accondiscendente nei confronti di Leigh Sayers – apprezzava i suoi lavori sulla teologia cristiana, ma considerava i polizieschi robetta.
Non sorprende che con amici come questi, la mente di Dorothy Sayers si volgesse con tanta frequenza all’omicidio.

Popolati di personaggi secondari tanto strampalati quanto memorabili, costruiti con ingegnosità ed arricchiti da osservazioni sociali e politiche, i romanzi del ciclo di Lord Peter Whimsey mi tennero su di morale in un periodo piuttosto complicato della mia peraltro breve ed indifferenziata esistenza.

Oggi tutto il catalogo di Dorothy Sayers si trova in ebook a prezzi che vanno dal semplicemente ridicolo all’oltraggioso – non solo i polizieschi, ma anche i saggi sull’educazione ed i testi sulla morale cattolica.
In italiano, gran parte del catalogo poliziesco della sayers venne tradotto nel neolitico, e si può reperire con un po’ di pazienza spulciando le solite bancarelle. Non garantisco nulla sulle traduzioni, ma le copertine hanno quel tocco d’antan che fa colore.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “(Non) Dieci Libri #14 – Dorothy L. Sayers

  1. Mi dispiace che di tutto questo mi concentro sul gruppo letterario The Inkling, ma non posso ancora dimenticare come il membro Hugo Dyson, che preferiva il luogo come fonte di discussione piuttosto che di lettura reciproca, ogni volta che J.R.R. Tolkien si metteva a leggere alzava gli occhi al cielo e si lamentava animosamente con la condivisa frase “Oh God, no more Elves”. Non era l’unico e Tolkien smise di leggere all’interno del gruppo.

  2. Autrice molto interessante e ingegnosa. Che poi il suo modo di scrivere potesse non piacere a Tolkien è comprensibile. Lei si occupava di gialli e lui di fantasy (molto particolari, con un fondo ermetico, secondo me).

  3. Molto interessante, non sapevo nulla di questa scrittrice, ma il tuo post mi ha affascinato. Proverò a bazzicare le bancarelle nella speranza di trovare qualcosa.

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