strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La scarpetta della misura sbagliata

10 commenti

All’inizio di questa settimana ho passato due pomeriggi a scrivere una storia dell’orrore, ambientata a Torino, e mirata ad una specifica antologia che chiuderà alle proposte lunedì. Sono abbastanza soddisfatto del lavoro – è una bella storia, 2000 parole, asciutta e costruita con cura.

È stato andando a verificare le linee guida per formattare il manoscritto prima di spedirlo che mi sono accorto di aver commesso un errore – l’antologia cerca storie di 3000-6000 parole. Ho sbagliato le misure, e se la spedissi la mia storia non verrebbe accettata,
Allungarla di un 50% non è proponibile – la narrativa breve, per sua natura, ha una sua economia, un suo equilibrio, non è che si possano aggiungere paragrafi a casaccio per allungare il brodo senza rischiare di spaccare il meccanismo.
Oh, diamine!

Naturalmente, questa non è una tragedia mortale – la storia resterà qui sul mio hard disk in attesa di una occasione propizia.

Non è la prima volta che mi capita.
All’inizio del lockdown (curioso, vero, come ormai usiamo la pandemia per misurare il tempo?) ho passato un weekend a delineare una novelette per una antologia di storie di vampiri di ambientazione africana – salvo scoprire, rileggendo le linee guida, che l’antologia era aperta solo ad autori appartenenti a quella che chiamano la “African Diaspora” – autori insomma di origine africana.
Peccato, perché mi sarebbe piaciuto partecipare – ma la storia è delineata, ed anche se scriverla non è prioritario, potrò metterci mano prima o poi, e trovare un posto dove venderla.

E nel mio quotidiano battere i siti web in cerca di mercati paganti, capita di continuo di trovare riviste o antologie che hanno dei criteri molto specifici nel selezionare chi può e non può mandare i suoi manoscritti.
Nelle ultime due settimane mi sono capitati

  • una rivista canadese che accetta storie e articoli solo da autori canadesi
  • una antologia aperta solo ad autori tra i 18 ed i 25 anni
  • una antologia aperta solo ad autori dell’area dell’Oceano Indiano
  • una rivista che cercava storie da autori LGBT+
  • una antologia aperta solo ad autrici
  • una antologia aperta solo ad autori Sud Coreani

Tutti progetti interessanti (e paganti) dai quali io sono automaticamente escluso.
È parte del gioco – gli editor sanno cosa vogliono, lo spiegano chiaramente.
Negli ultimi anni la sensibilità del pubblico è cambiata, si sono aperti nuovi mercati, si sono applicati nuovi criteri.
Nei primi sei mesi del 2020 ho spedito 23 lavori (pochi, ma ho lavorato ad altro), ne ho venduti otto, sei sono stati rifiutati, gli altri sono in attesa di risposta – il fatto che esistano criteri di discriminazione che mi escludono da certi progetti non ha inciso significativamente sulle mie vendite.

Ora, la cosa interessante è questa – oggi è circolata in rete la notizia che una agenzia letteraria italiana innominata ha deciso di accettare manoscritti solo da autrici, fino a che non avrà bilanciato il proprio catalogo, nel quale le donne sono sottorappresentate.

Le reazioni non hanno tardato a farsi sentire, ed una quantità di autori che da anni regalano il proprio lavoro ad editori che poi lo vendono, e si sono sempre ben guardati dal denunciare questa pratica, hanno urlato alla discriminazione, cercando intanto di procurarsi in qualunque modo una vagina, anche di seconda mano – perché l’importante è occupare ogni nicchia.

(sì, lo so, è una battuta orribile e io sono una persona esecrabile)

Altri hanno espresso in maniera più pacata la loro opinione.
Un mio contatto, ad esempio, nel domandarsi se la sua opinione non possa essere in qualche modo inquinata da una forma mentis inerentemente maschilista, ritiene comunque che la scelta dell’agenzia in questione sia una sciocchezza. I testi andrebbero selezionati sulla base della qualità, non sulla base degli organi riproduttivi di chi li ha scritti. Questo, a suo parere, potrebbe costituire un precedente spiacevole.

Si sarà capito che io non condivido i dubbi di questa persona: se l’annuncio che una singola agenzia letteraria cerca scrittrici è capace di scatenare le proteste di colleghi che invocano ogni genere di cosa, dai metodi del regime stalinista alla necessità di una rivoluzione passando per le accuse di sessismo e la denuncia di quella piaga sociale che è il politicamente corretto … se questa è la reazione, allora io credo che l’iniziativa abbia dimostrato la propria utilità.

Ovunque su questo pianeta è pratica comune che riviste, antologie, case editrici ed agenzie letterarie applichino dei criteri nel selezionare il proprio materiale – per cui può capitare che noi si sia, di tanto in tanto, come la sorellastra di Cenerentola… abbiamo un bel vestito, ma la scarpetta non è della misura giusta.

Personalmente non credo ci sia nulla di male – un’agenzia ha guardato il proprio catalogo, ha osservato un disequilibrio, e ha attivato un filtro per bilanciarlo.
Da sempre esistono filtri molto più spiacevoli, che limitano l’accesso all’editoria sulla base di criteri che con la qualità della scrittura non hanno nulla a che vedere. Criteri che in molti hanno accettato, uomini e donne che siano, e non si sognerebbero mai e poi mai di contestare o denunciare.
Penso ad esempio a quegli editori che come prima cosa chiedono all’autore (od all’autrice) quanti follower abbia su Facebook o su Instagram.
E sì, lo ripeto, penso a quegli editori che non pagano gli autori, ed agli autori che continuano a dar loro materiale gratis.

Perché allora questa reazione, così immediata e così vocale?
È davvero, come dice una mia amica, il privilegio che si sente minacciato, e reagisce urlando?
Non lo so.
Può diventare “un pericoloso precedente”, quest’idea di una singola piccola agenzia letteraria che cerca solo scrittrici?
Forse.
Ce n’è bisogno?
A giudicare dalle reazioni di certuni, credo di sì.

NOTA: il testo è stato modificato per rimuovere riferimenti su richiesta della persona citata.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

10 thoughts on “La scarpetta della misura sbagliata

  1. Da un certo punto di vista, i genitali non dovrebbero avere effetto sulla validità di una storia (a meno che una persona non scriva con… quelle parti, anziché col cervello).

    Da un altro punto di vista, ognuno è libero di pubblicare ciò che ritiene meglio per il proprio catalogo. Diciamo che decisioni simili mi preoccuperebbero davvero se riguardassero la partecipazione a un concorso pubblico o l’ammissione all’università.
    Ma nell’ambito del privato è un’altra questione: la M Edizioni avrebbe sicuramente il diritto di pubblicare solo libri di autori le cui iniziali siano M. M. 😛

    • Ma nessuno ha messo in dubbio la validità della storia.
      Non è che questa agenzia letteraria di cui non conosco il nome abbia detto “vogliamo pubblicare qualunque sorta di cosa purché sia scritta da una donna, foss’anche un orrore sgrammaticato.”
      Hanno detto piuttosto, “ci interessano storie valide scritte da donne.”
      E tuttavia, in molti hanno ventilato il fatto che la qualità sia subordinata al genere di chi scrive, e qiundi non abbia importanza… un po’ come se fossero convinti che una storia scritta da una donna sia automaticamente di qualità inferiore, e in questo modo riceva un vantaggio illecito. Curioso, vero?

      • E infatti, mi sono premurato di scrivere “ciò che ritiene meglio per il proprio catalogo”.
        Di solito, un editore serio non dice “oggi pubblico robaccia” – al limite, qualche opera di bassa qualità può finire in catalogo per i motivi più disparati (e il resto è questione di gusti).
        Di sicuro, i brutti libri non stanno nel doppio cromosoma X, checché ne pensino gli urlatori da social ^^

    • Purtroppo molti editori ragionano con i genitali più che con il cervello spinti in buona parte dal fatto che sono gli stessi lettori a farlo
      Penso alla scifi dove le donne sono apertamente ostreggiate o al giallo dove vengono considerate meno che niente (e poi tu gli chiede: e Agatha Christie? e fanno spallucce)
      Oppure al rosa dove gli uomini devono scrivere sotto pseudonimo e sono pure tanti.
      O all’Italia media dove se l’autore è anglofono è il massimo figo dell’universo verso se è Italiano è schifoso a prescindere (ma questo è completamente colpa degli editori)

      Purtroppo quello della scrittura è ancora un mondo troppo meschino in troppe situazioni
      Ma ci riusciremo, riusciremo a renderlo il migliore dei mondi possibili vero Davide?

  2. Al di là delle motivazioni dell’agenzia letteraria, a me pare soprattutto che da un po’ di tempo a questa parte qualsiasi proposta, decisione, iniziativa sia destinata a scatenare il malcontento, lo sconcerto o lo sdegno di una categoria di persone. Forse è stato sempre così, forse non me ne curavo abbastanza io o forse la situazione sta nettamente degenerando. Tutto ciò mi irrita profondamente, come ascoltare al telegiornale le affermazioni di chi non sta al governo in questo periodo, che definire difficile è ridicolo, e che ha in tasca la soluzione di tutti i nostri problemi, bontà sua. Riguardo la tua storia, più breve del previsto, a me invece capita sempre il contrario: scrivo più di quanto sia richiesto e così lavoro di lima, ma tutto sommato potrebbe essere un buon esercizio di scrittura. Grazie per gli interventi sempre interessanti.

    • Io ho l’impressione che ci sia come unamolla che si sta caricando, e che quando verrà rilasciata porterà delle conseguenze molto spiacevoli. Si stanno accumulando aggressività, frustrazione, preoccupazione e rabbia, e cercano una via di sfogo.
      Il fatto che il principale strumento di comunicazione in uso al momento sia strutturato per privilegiare le peggiori espressioni dell’emotività umana non aiuta.
      Io resto dell’idea che vedere il bicchiere mezzo pieno non sia una cattiva strategia.
      Ma naturalmente c’è chi la può pensare diversamente.
      È parte del gioco.

  3. Quanto ti capisco.
    Ho appena finito un racconto di 10K parole, parole, da mandare per una raccolta.
    Rileggo le linee guida per la formattazione e erano caratteri.
    Ho scritto 10K parole invece di 10K caratteri, grosso modo 6 volte tanto.
    Sgrunt

    ^___^

  4. Ciao Davide, sono d’accordo con te riguardo al particolare che sì, gli editori hanno le loro richieste (è un mercato) e tocca a noi autori adattarci (certo, non si può cambiare sesso, né crearsi di colpo lo stesso numero di amici di Facebook dei VIP dello spettacolo, ma cercare di fare il proprio meglio nel cercare di non rimetterci, sì. Ad esempio, chiedendo quel serve per vivere). Questo, in tempi in cui il Lavoro Stipendiato, per colpa del virus, è stato spazzato via, in favore di un limbo chiamato cassa integrazione in deroga, e sì, credo che il prossimo virus sarà quello della rabbia sociale (finché a tirare la cinghia erano sempre gli stessi andava bene. Quando le cifre saliranno, ci sarà da ridere). E un’altra cosa: scrittori non ci si improvvisa. Ci vogliono anni di letture (soprattutto quelle) e scrittura continua, quotidiana, fosse anche su un pezzo di carta. Ma si, sa, agenzie ed editori seri sono difficili da trovare per via di un grande intasamento: molti si improvvisano scrittori, agenti, editori. Attenzione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.