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Ritorno ai fondamentali

16 commenti

Questo post è una specie di piano bar del fantastico, e nasce da una osservazione che mi è stata fatta durante il weekend, e che faceva più o meno

sì, OK, facile sfottere chi conosce solo Conan e il Signore degli Anelli, citando titoli in inglese – cosa dovrebbe leggere secondo te, in italiano, uno che non voglia sentirsi dare dell’ignorante quando parla a vanvera del fantastico?

E la prima risposta è naturalmente “il più possibile”, ma ammettiamolo, sarebbe barare.
Uno dei seri problemi, per un lettore che si avvicini in questo momento alla letteratura di genere è non la povertà degli scaffali, quanto l’assenza di una memoria storica. Io sono stato fortunato (e con me quelli della mia generazione): andando in libreria trovavamo una certa quantità di novità, è vero, ma anche i classici, il più recente Premio Hugo e una ristampa di storie apparse su Astounding o Weird Tales negli anni ’30. E avevamo delle ricche introduzioni, per cui si leggeva un romanzo e se ne scoprivano altri sette. Era un mondo perfetto? No – io cominciai a leggere in inglese per spendere di meno e per poter leggere cose che in italiano non si trovavano, ma c’era una grande varietà, ed era possibile vedere lo sviluppo del genere dalle sue origini al presente, lì, sullo scaffale.
Possiamo farlo ancora oggi?
Certo, possiamo battere le bancarelle per cercare quegli artefatti di un’epoca più civile, ma se volessimo qualcosa che non sia stampato su carta ingiallita e fragile? Magari delle traduzioni aggiornate? Magari un po’ di apparato critico moderno che ci faccia venire delle idee?

Una risposta me la suggerisce la seconda risposta che ho dato al mio interlocutore…

Beh, stanno per ristampare tutto Lankhmar, no?

Perché difficilmente qualcuno che abbia letto le storie di Fafhrd e del Gray Mouser se ne uscirà con la storia che la sword & sorcery è il genere letterario popolato di uomini muscolosi. E la nuova edizione Mondadori, da quello che ho visto nelle anteprime, è meravigliosa.
E tra parentesi è Fa’ferd, non Fatfard.
Ma torniamo al problema di partenza – cosa leggiamo?

Dando un’occhiata ai volumoni pubblicati da Mondadori negli ultimi tempi, o in corso di pubblicazione, è bello vedere che il catalogo include una manciata di titoli che potrebbero costituire la base di un solido canone del fantastico, i titoli minimi per un rapido corso sulle basi.

Non sto parlando dei due volumi su Conan ed Elric – che di base possiamo dare per acquisiti, perché davvero, se non avete letto Howard e Moorcock (e Leiber, ovviamente), parlare di sword & sorcery è abbastanza ridicolo.

No, quelli che mi interessano sono dei volumi che potrebbero essere passati sotto al radar di alcuni lettori, e che invece varrebbe decisamente la pena recuperare.

Il primo, e parto con un outsider, è Notre-Dame de Paris, di un francese che si chiamava Victor Hugo e facceva narrativa popolare (non credete agli snob che distinguono fra letteratura alta e bassa, o a quell’insegnante di francese che al liceo ve lo fece odiare).
Romanzo storico, e qui si potrebbe sollevare la questione – cosa c’entra la storia della zingara Esmeralda con il fantasy ed il fantastico?
C’entra, e per una serie di motivi, il principale dei quali è la fortissima contiguità che esiste fra romanzo storico e romanzo fantastico – gli autori in entrambi i generi devono presentare al lettore un mondo, così dettagliato e coerente da essere convincente, da non lasciar mai andare il lettore, che non può e non deve mai uscire dall’illusione.
Sospensione dell’incredulità: Victor Hugo sapeva come si fa.
E poi è inammissibile che la prima cosa che vi viene in mente pensando a Notre-Dame de Paris sia Disney.
Questa edizione è ormai lo standard di riferimento – illustrata, con un bell’apparato di contenuti critici.

E parlando di apparato critico, illustrazioni e contenuti extra, secondo libro: Dracula, quello di Bram Stoker.
No, quello davvero di Bram Stoker, non la storia che vi ha raccontato Coppola.
Perché questo è, dopotutto il problema: Dracula lo conosciamo tutti, giusto?
Abbiamo visto il film. Uno dei film. Molti dei film.
Ma leggere l’originale è una cosa diversa – e molti, in effetti, inorridiscono.
C’è addirittura chi ipotizza, in una recensione di Amazon, che ‘sto tizio, ‘sto Stoker, il film non l’abbia mai visto.
Ma leggere Dracula è importante, perché è un testo fondante di un certo immaginario, ed è anche l’anello di congiunzione fra il vecchio gotico polveroso e qualcosa di molto più moderno. E poi dovremmo leggerlo per capire se abbia ragione Anne Rice, a definirlo “un gorilla”, o se ci abbia visto giusto Kim Newman, nell’interpretarlo come il primo grande master mind della narrativa popolare, prima di Moriarty, di Fu Manchu, di Viktor Von Doom…
E in questo caso, visto che Dracula potrebbe spiazzarci, vale la pena di essere accompagnati da Franco Pezzini in questa esplorazione -e qui è lui che si prende cura dell’apparato critico. Franco Pezzini è l’unica persona che vorrei al mio fianco, se dovessi incontrare il Conte.
O lui, o Peter Cushing.

Il terzo volume di questa specie di piccola biblioteca dell’indispensabile lo prenotiamo sulla fiducia, perché è Il Libro delle Meraviglie e altre fantasmagorie di Lord Dunsany, ed esce alla fine del mese.
Senza Dunsany non c’è Lovecraft, non c’è C.A. Smith, per certi versi forse non c’è neanche Howard (per quanto le vibrazioni dunsaniane in Two Guns Bob si sentano di più in Kull che in Conan). Non ci sarebbero molti altri autori.
Di tutti i fantasisti britannici della prima ora, Edward John Moreton Drax Plunkett, 18° Barone di Dunsany è forse il più influente, e per molti versi il più sottovalutato. Forse perché tanta della sua narrativa è spesso ridotta a una successione di immagini oniriche e stravaganti… fantasmagorie, appunto.
E tuttavia, non saremmo qui se non ci fosse stato lui – e il volume include non solo due colossali raccolte di racconti, ma anche e soprattutto due romanzi molto poco ristampati, La Figlia del Re degli Elfi e La maledizione della veggente, da molti considerato il suo lavoro migliore, un romanzo con elementi autobiografici che anticipa anche le future tendenze del folk horror.

Ce ne sono altri, di volumi indispensabili, in questa collana?
Sì, tanti, ma partiamo da questi – prima di tutto perché sono probabilmente quelli di cui molti pensano di poter fare a meno.
E invece no.

E per chiudere, e poiché sognare è gratis, come cantava Debbie Harry, sarebbe bello se prossimamente Mondadori volesse mettere in coda qualche altro volume indispensabile e da troppo tempo latitante dai nostri scaffali.

Penso ad una bella collezione di romanzi di H. Rider Haggard, che includa She, magari compendiandolo con le annotazioni al romanzo che Carl Gustav Jung mise giù dopo averlo letto.

Penso ad una collezione di storie di Talbot Mundy, magari quella trilogia di Tros di Samotracia, che fonde fantasy e romanzo storico, e che era sullo scaffale di Howard. Magari mettendo in nota proprio i commenti a riguardo di Howard e di Lovecraft, e in coda il breve saggio che su Tros scrisse Fritz Leiber.

Penso a una collezione di storie d’avventura di Harold Lamb, altro autore amato da Howard – una bella selezione di storie di cosacchi, vichingi, avventurieri arabi e crociati, saccheggiando gli otto volumi (o sono nove?) pubblicati dall’Università del Nebraska.

Perché sognare è gratis, si diceva.
Ma nel frattempo, c’è già abbastanza per tenerci impegnati per l’estate.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Ritorno ai fondamentali

  1. Ok, hai detto che ce ne sono molti altri… e io avrei aggiunto anche il volume di CAS.
    A tal proposito anneddoto da libreria interessante e triste che farebbe gridare al “o tempora! o mores!”, ma poi mi tramuterei in parruccone.
    Estate scorsa, Feltrinelli Express di un centro commerciale, sbircio il poverissimo scaffale di narrativa fantastica, tra cui spiccano gli Oscar Draghi di HPL e CAS. Due ragazzi sulla ventina prendono in mano un volume del Solitario e si sperticano in lodi. Poi guardano il volume di Smith, scandendo il titolo
    “A-T-L-A-T-I-D-E e i mondi perduti”
    “Ma chi è?”
    “Boh”
    E se ne vanno.
    Non è colpa loro (al massimo potremmo additare alla mancanza di curiosità, ma anche io mica compro tutto ciò che tocco in libreria…). Il problema è la presentazione e il marketing. Su Facebook Mondadori sta facendo un buonissimo lavoro sulla pagina di Oscar Vault, ma questo episodio è anteriore. E magari i due non sono nemmeno iscritti. Io penso che il problema sia stato nel titolo e nella copertina. A me, fan di CAS, piace e non ho esitato a prendere il volume (anche perché non posso permettermi le edizioni Fanucci a prezzi folli su ebay). Ma che appealing può avere su un ventenne? Forse basso.

    Per un Oscar Draghi di Haggard farei carte false, ma per ora mi tengo stretto l’omnibus della Delphi Classic per kindle. Peraltro frequentando alcuni gruppi, pare anche anche per gli anglofoni il buon Henry sia ormai caduto nel dimenticatoio e appannaggio di super appassionati.

    • mi scuso per i typo -_-‘

    • Io credo che esista un ciclo vitale anche per gli autori di avventura – e che il povero Haggard venga dimenticato un po’ non mi sorprende. E tuttavia non puoi interessarti seriamente al fantastico senza conoscere lui, o tanti altri.
      E sui giovinastri che snobbano Smith per la copertina – forse ai bei vecchi tempi (che così belli nn erano per tanti altri motivi), ti trovavi in libreria, e c’era un libraio che ti parlava assieme, e non un commesso che il mese prossimo sarà a vendere scarpe da corsa, e fra tre mesi cibo per cani,
      Le librerie avevano anche un altro vantaggio – che se arrivava un sapientino che ti parlava di Fatfard e il Grai Mooser, non c’erano i follower che gli mettevano i like, c’erano gli altri appassionati che lo spernacchiavano.
      Nel senso che la comunità aveva delle opinioni serie da condividere,non solo la necessità di fare punti.

      • Quello della ricerca del like purtroppo è un discorso molto più ampio che ormai permea tutte le attività umane. Ti giuro che nel mezzo di corse podistiche ho visto gente che si fermava per farsi il selfie con lo sfondo figo. E sicuramente si potrebbero raccontare decine di episodi in altri contesti facendo mente locale.
        Purtroppo io di librai competenti non ne ho mai conosciuti (escludo quello al mare appassionatissimo di nativi americani perché era un po’ monotematico), quindi capisco perfettamente il danno che può fare la sua assenza. La mia “cultura” me la sono costruita sbirciando tra gli scaffali e, come citavi anche tu, leggendo le dotte prefazioni di una volta. Secondo me ora, anche se ci fossero, verrebbero saltate “perché noiose”.

  2. Fanucci ha ristampato qualche anno fa le Cronache di Ambra.

  3. Sappi che quando sarò ricco,manca pochissimo, creerò una nuova casa editrice e tu sarai uno dei responsabili di collana. Segnatelo.

  4. Vedo che stanno ristampando tantissimo su Oscar Vault, vedo anche che la strategia di marketing ormai è quella di instagram: parliamo perché sta facendo rumore, perché ha la copertina bella (e sono belle le copertine, mi piace tanto quella ripresa di stilemi art nouveau) ma sui contenuti e sull’importanza storico-letteraria… su questo si sorvola.

    • Credo che purtroppo ormai la strategia sia quella – ed è ironico che dei volumi sì molto belli, ma anche con dei contenuti così ricchi, vengano visti da tanti semplicemente come oggetti, e non come libri.
      ma che dire, qui cerchiamo di dare un po’ di spazio anche ai contenuti 🙂

  5. Ciao Davide, i tuoi contenuti sono altamente costruttivi. Concordo su di te: molti degli autori da te citati li ho letti anch’io (spiluzzicando qua e là in varie biblioteche e prendendo qualche paperback a suo tempo), e meritano di essere riscoperti. Credo che il tuo articolo sia già di per sé fondamentale per mostrare ai lettori più giovani universi ricchi di fascino.

  6. Grazie, Davide. Come sempre.

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