strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il mio guru è meglio del tuo

3 commenti

Approfittiamo del tempo libero (…) per recuperare su dei post che avrei voluto fare in settimana. Ma per scaldarci, partiamo con una figura, il cui senso (spero!) diventerà più chiaro in seguito.
La figura è questa.

E ora, cominciamo…

Mi è capitato nei giorni passati di inciampare su un articolo, variamente condiviso sui social da alcuni miei contatti, in cui veniva messo in discussione il valore del modello proposto da un popolare youtuber “motivazionale” italiano (e mi dispiace, non ho il link a portata di mano).

Molti di coloro che ho visto criticare pesantemente l’articolo in questione sono stati probabilmente urtati dal fatto che il testo utilizzasse una contrapposizione marxismo/capitalismo che è probabilmente datata, o troppo facile.

Ma guardiamo, se possibile, alla sostanza: il punto dell’articolo era che in un momento come quello che stiamo vivendo, un aproccio aggressivamente individualista che misura il successo personale nei termini del successo economico (e del potere derivante da questo tipo di successo) non è il massimo che si possa proporre. Abbiamo discusso in passato come il modello economico che ipotizza una crescita infinita in un sistema finito abbia dei grossi problemi con, per dire, le leggi della termodinamica ( = la realtà).

Premetto che non conosco a fondo il guru il cui approccio veniva messo in discussione nell’articolo – ho visto una manciata di video negli anni passati, e un po’ come nel caso di Tim Ferris (che seguo molto più regolarmente), ho sempre una certa impressione di snake oil salesman, per così dire.

Poi OK, Ferriss ha intervistato Arnold Schwarzenegger e Neil Gaiman e scritto Tribe of Mentors, per cui è OK. Ma questo non significa che mi piaccia tutto ciò che dice o, in certi casi, come lo dice.
In particolare, trovo sempre meno interessanti, con l’avanzare dell’età, quegli approcci che non sembrano distiguere tra persone e aziende, o persone e brand, e postulano un regime di concorrenza universale e perpetua.

(e nel caso sui miei guru ci facciamo un post a parte, OK?)

Ma quello che a me interessa, in tutta questa faccenda, è quali possano essere i parametri per valutare il concetto di successo.
Cos’è?
Come lo misuro?

Per me in questi ultimi anni “successo” è stato riuscire a pagare le bollette e mangiare una volta al giorno – una misura estremamente materiale.
E il resto?
La soddisfazione di sé, l’orgoglio per ciò che si fa, il rispetto dei nostri simili… è tutto riducibile al potere d’acquisto?
È solo quello, ciò a cui dobbiamo dare la caccia, svegliandoci alle cinque del mattino perché “gli uomini di successo” vanno a letto presto, si svegliano all’alba e non perdono tempo a guardare la TV o a leggere narrativa?

Non esiste, io credo, una formula, e la piramide dei bisogni primari di Maslow funziona bene per il marketing e per profilare i serial killer, ma davvero tutta la nostra società si riduce a quello?
Che sia per questo che vediamo emergere con prepotenza (ah!) atteggiamenti da sociopatici fra le persone “vincenti”?
È questo che vogliamo proporre come modello?

Io credo che da tutti si possa imparare qualcosa, ma che sostanzialmente i guru vadano maneggiati con estrema cautela; come dice quel vecchio proverbio zen,

se incontri il Buddha, uccidilo

Il che ci porta alla figura che ho postato in apertura, e che riposto qui con titolo ed etichette…

Questa è la vita di un essere umano misurata in settimane, ipotizzando che quell’essere umano arrivi a 90 anni.
Se la preferite in mesi, è questa…

Non sono tanti, vero?
Sono un numero finito, e possono accomodare un numero finito di esperienze, di attività, di eventi.

E naturalmente non è detto che noi si arrivi a 90 anni.
Io non credo che ci arriverò, ad esempio – sulla base della mia storia di famiglia, per me le ultime quattro righe, nel grafico qui sopra, sono estremamente improbabili.

A questo punto diventa davvero essenziale come decidiamo di spendere ciascuna tacca su quel grafico.
Provare a calcolare quante pizze ci mancano alla fine.
Non sono molte.
Certo, possiamo contare anche quante rate del mutuo ci mancano alla fine, quante riunioni di lavoro, quanti aggiornamenti di Windows, quante buste paga, quanti modelli 730.

E se provassimo a misurare un diverso parametro, per misurare il nostro successo?
Le nostre esperienze, ad esempio, e non il fatturato, o il numero di amici influenti o di avversari umiliati.

Alla fine ciò che mettiamo su quel grafico lo decidiamo noi.
E ciò che mettiamo su quel grafico siamo noi.
Perché su quel grafico siamo soli.
E sì, possiamo fare sacrifici per i nostri cari, e lavorare per le generazioni che veranno, per i figli e i nipoti, se quello è ciò che per noi è importante.
Ma anche così, è tutto solo misurabile in estratti conto mensili?
Sul grafico ci possiamo mettere le ore trascore a giocare coi nostri figli, i giorni spesi ad aiutare i nostri vicini di casa.

Possiamo metterci sopra la nostra personale misura del sucesso, in quel grafico.
Del nostro unico, personale e finito successo.
Ciò che ci definisce, e quanto manca alla fine.

Ed alla fine, quando come cantavano gli Steely Dan il Ragazzo col Rasoio verrà a portarci via tutte le nostre belle cose, ciò che resterà di noi sarà solo come avremo riempito quelle caselle.

Ricordate cosa diceva Warren Zevon, vero? Godetevi ogni panino.

(se volete vedere l’articolo originale da cui sono presi quei grafici, è del 2015, e lo trovate qui)

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Il mio guru è meglio del tuo

  1. Davide, mi trovi d’accordo. Nel contesto attuale il successo vero è sopravvivere facendo lo slalom in un precariato che avanza e non guarda in faccia nessuno. Viviamo nell’Era Liquida, dove il successo inteso come soldi-potere è fragile per parecchi. La scala di valori va rivista, va bene lavorare per vivere, ma non vivere per lavorare e sì, ci deve essere spazio per gli affetti, le amicizie e la narrativa e l’arte in genere, fruita e creata. Questa sì che è vita.

    • Io credo che l’idea di essere tutti in guerra con tutti per contendersi le poche o tante risorse sia da rivedere.
      Poi ciascuno deve trovare i propri parametri, non adottarne di precotti, confezionati da terzi.

  2. Sottoscrivo di cuore l’ultima tui frase. I parametri precotti non mi sono mai piaciuti.

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