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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Un uomo solo al comando

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Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste. Se provate a fare un giro su Google, troverete un certo numero di articoli che indagano sul mistero sollevato da un articolo comparso su La Stampa riguardo a un giovane ex-commercialista che, chiusa l’attività causa COVID, ora vive felice e guadagna dai due ai quattromila euro al mese, netti, facendo il rider. Troverete molte versioni, molte gradazioni di realtà.

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste, ma quello, naturalmente, è irrilevante. Perché qui non stiamo parlando di realtà, ma di un certo tipo di retorica.
Ed è questo tipo di retorica che mi interessa.

Ciò che lo stralcio qui sopra ci presenta è una storia, una narrazione.
È la storia di un giovane che non si arrende. Aveva un buon lavoro d’ufficio, da libero professionista, tutto il giorno seduto a una scrivania, al riparo dalle intemperie, a cincischiare fogli excel.
Aveva il culo sul velluto, il nostro protagonista. Era arrivato.
Poi, come in tutte le tragedie, il Caso porta ad un capovolgimento – il COVID, autentica forza della natura, mette fine alla fortuna del nostro protagonista.

Davanti a lui si spalanca l’abisso della disperazione, una situazione nella quale un uomo qualunque soccomberebbe.
Ma il nostro protagonista non è una persona qualunque. Oh, no!

Lui non chiede il reddito di cittadinanza, come fate voi imbelli scioperati.
No, lui ha un moto di orgoglio, e “si mette a lavorare.”

Ve lo aveva giàò detto Ronald Reagan, ricordate?

Se ai poveri non piacesse essere poveri lavorerebbero di più.

(Ronald Reagan)

Ed è quello che fa il nostro protagonista – che a differenza di voi parassiti sociali, si mette a lavorare.
Cosa c’è di difficile?
Piantatela di frignare, rimboccatevi le maniche e mettetevi a lavorare!

Ed è un lavoro duro, quello del nostro protagonista – un lavoro umile e ingrato, un lavoro fisico, sulla strada, cento chilometri in bicicletta al giorno.

Cento chilometri al giorno!
E voi straccioni, invece?
Voi ve ne state al coperto, ad aspettare che lo stato assistenzialista vi paghi il cellulare, l’abbonamento a Netflix e le pizze che vi fate consegnare da chi è infinitamente meglio di voi, e lavora!

Lavora sotto la pioggia e la neve, sfidando il ghiaccio, i Tartari della Transmoscovia e le bestie feroci, il nostro protagonista.
Ma questo spirito di sacrificio dà i suoi frutti – guadagna 2000 euro netti al mese, e certi mesì, anche 4000.
Come un manager, ma soldi guadagnati onestamente, facendo un lavoro vero.
Fa dai due ai quattromila euro netti al mese, il nostro eroe.

Ed è felice.

Perché sono solo i poveracci come voi che dicono che i soldi non fanno la felicità, perché voi non li avete, i soldi. Perché non vi siete messi a lavorare.

È una storia che ha tutto – la caduta e la risalita, il sacrificio e l’umiltà premiata, le avversità superate non con l’educazione, la cultura o l’intelligenza, ma col duro lavoro fisico.
Non ha aperto una consulting online, un negozio su etsy, una pagina Patreon, il nostro eroe.
Non ha seguito un corso per imparare a fare Big Data Analysis, non si è messo a fare traduzioni, a dare lezioni di ragioneria a chi è a fare scuola da casa.
No, si è messo a pedalare – una soluzione vecchia di un secolo.
Muscoli, non cervello, e la voglia di mettersi a lavorare.
Questa è la salvezza.
Il brutale lavoro fisico come valore, la fatica come viatico per la dignità.

Non come quelli che hanno preso il reddito di cittadinanza.
Non come i commercialisti e i manager.

Perché è lì, ci dice questa storia, che dovete cercare la speranza e la dignità – nello spaccarvi la schiena facendo un lavoro che potrebbe fare meglio un robot.

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste.
Per chi ha scritto l’articolo da cui è preso lo stralcio qui sopra, non importa.
Sono le idee che questa storia veicola, che sono importanti – la retorica della fatica e della brutalità, dei soldi come unico traguardo. La retorica del sacrificio, finché a sacrificarsi sono gli altri.
È retorica di regime, farcita di anti-intellettualismo e di valori discutibili.

[e prima che qualcuno arrivi armato di lanciafiamme – fare il rider è un lavoro duro e pericoloso, un servizio sottopagato e bistrattato che durante i lunghi mesi del 2020 ha contribuito a mantenere viva una parvenza di società moderna nelle nostre città. Che gli uomini el e donne che svolgonoq uesto lavoro vengano ridotti a macchiette per spingere una retyorica francamente sinistra è qualcosa di assolutamente inammissibile.]

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

13 thoughts on “Un uomo solo al comando

  1. È davvero allucinante che un quotidiano di rilevanza nazionale quale La Stampa (che ho smesso di seguire da qualche anno, proprio perché, come praticamente tutti i nostri quotidiani nazionali, non fa più informazione ma spettacolo) superi i social nel veicolare delle storielle inventate che non si limitano ad essere cattiva informazione ma che cercano di definire una realtà “di comodo” dal punto di vista imprenditoriale contro la dolorosa realtà dei comuni lavoratori.

    • Io ricordo che La Stampa a Torino è nota da sempre come “La Busiarda” (ci vorrebbe la humlaut sulla U, ma facciamo senza), vale a dire “La Bugiarda”. Certe cose non cambiano.

      • La Stampa è sempre stata abbastanza assimilabile la voce del padrone, almeno negli ultimi dieci anni (oddìo, anche prima, il giornale della FIAT).
        A questo giro son solo stati talmente sfacciati o goffi da far vedere il trucco. Un po’ come quando (spesso) sono scivolati sul TAV fabbricando boiate ad hoc per sostenere sfacciatamente una narrazione.
        Lo stesso sta accadendo da tempo a Repubblica, ormai spesso ridotta a un banale contorno per la propria rubrica “motori”, e a diversi altri grossi nomi della stampa nazionale.

        In merito ai nomignoli però, anche il giornale locale qui (il Tirreno) è appellato da molti “il bugiardello”. Io stesso, siccome a noi toscani piace ruzzare, a volte ci scherzo su e lo rinomino il Tiranno, anche se conosco diverse persone che lavorano alla redazione locale, e le stimo molto sia come persone che come professionisti.
        Giusto per dire che certi appellativi non sempre sono garanzia di giudizio attendibile, e a volte corrono il rischio di delegittimare a priori il lavoro di professionisti dell’informazione, salvo poi ritrovarsi con il contrasto di una legittimazione – per quanto non voluta – di narrazioni “alternative” altrettanto tossiche.

        Di contro c’è anche da dire che della “busiarda” lo sapevo pure io che sto in un’altra regione, e quando travalichi i confini e ti fai una reputazione tanto estesa qualche allarme suona abbastanza forte.

  2. Ho visto un video su YouTube su questo. Uomini e donne che si spaccavano orgogliosamente la schiena, sprezzanti del sacrificio, per un bene superiore.
    Ci ho capito poco perché era in bianco e nero e tutto in tedesco (semicit.)

  3. La Busiarda è peggiorata se possibile e sì, è inammissibile e nauseante come lo stipendio principesco del raider. Una ulteriore beffa.

  4. Ma poi 100 km al giorno, ma nemmeno uno straccio di credibilità. E chi è, Saronni?

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