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L’IRDLL e l’apprendimento digitale

2 commenti

Con l’acronimo IRDLL si definisce l’Index of Readiness for Digital Lifelong Learning, vale a dire un indice, basato su vari fattori qualitativi e quantitativi, che esprime quanto una nazione (nel caso specifico della Comunità Europea) sia in grado di fornire ai propri cittadini strumenti online per acquisire nuove competenze, in quel processol di continuo aggiornamento che è ormai normale e naturale nel mutevole panorama economico del ventunesimo secolo, e quanto questa offerta sia efficace.
Perché se non vi tenete aggiornati, rischiate di dover chiudere lo studio da commercialista ed andare a fare i rider, perché sapete solo pedalare.
Ma non avevamo appena lasciato questa festa?

Definito in uno studio pubblicato nel 2019, l’IRDLL è basato su una serie di fattori

  • la partecipazione ai programmi di didattica ed i relativi risultati (il numero di iscritti ai corsi, e i risultati che ne ricavano)
  • la presenza di istituzioni e programmi per l’apprendimento digitale (quindi lo stanziamento di fondi pubblici e privati, il numero di scuole ecoinvolte e corsi proposti ecc)
  • la disponibilità di strumenti di educazione digitale (il che significa anche il grado di accessibilità della rete e dei corsi, e la capacità/disponibilità della popolazione a partecipare)

La creazione di un indice di questo genere, naturalmente, serve non solo a costruire una graduatoria di nazioni virtuose ed “avanti” e di nazioni derelitte e retrograde, ma anche e soprattutto rappresenta unos trumento attraverso il quale si possono identificare dei problemi e delle strategie di soluzione.

E come se la cava, in questa graduatoria, la nostra così spesso bistrattata Italia?

Tutto sommato bene – siamo ventiseiesimi su ventisette nazioni europee.
Non siamo neanche stati capaci di arrivare ultimi.

Stando al report sull’IRDLL (che potete scaricare da qui, ed è una lettura affascinante)…

Il punteggio dell’Italia si colloca nella parte inferiore dell’indice generale, classificandosi al 26 ° posto nell’UE-27. (L’Italia) ottiene un punteggio molto scarso in tutte le dimensioni dell’indice, ma la sua performance peggiore è nelle istituzioni e nelle politiche (25° posto)
In effetti, nonostante abbia istituito un piano nazionale per l’apprendimento digitale nelle scuole, solo di recente è stato creato un ministero dedicato per l’innovazione e le responsabilità per la digitalizzazione dell’apprendimento non sono state chiaramente assegnate. Il finanziamento non è stato garantito in modo coerente attraverso i cambiamenti nel governo.

Già, i soldi sono stati spesi male. Chi lo avrebbe mai detto, eh?
E non dipende da chi sta al governo – tutte le nostre amministrazioni hanno fatto il minimo indispensabile, e male. A differenza di posti come, per dire, il Portogallo o la Latvia, che si trovano a metà classifica e stanno facendo delle buone cose, e neanche troppo complicate, ma che funzionano.
Ma non è solo questione di soldi ed una classe politica distratta – dal report risulta che le nostre università sono indietro nel formare competenze digitali fra gli studenti, e nell’offrire o favorire l’apprendimento a distanza e l’aggiornamento delle competenze attraverso corsi e seminari online. E la popolazione non pare esageratamente interessata.

L’Italia è interessante per il fatto che la sua istruzione funziona contemporaneamente molto bene e molto male. Nei risultati di apprendimento, l’Italia si colloca all’8° posto, mentre nel livello di istruzione e partecipazione è al 26 °. La Grecia è quasi l’opposto, posizionandosi al 27° posto nei risultati dell’apprendimento, ma più moderatamente nei risultati dell’apprendimento e nella partecipazione (16°).

Insomma, chi parftecipa ottiene degli ottimirisultati col poco che c’è, ma la maggioranza dellapopolazione non pare avere alcuin interesse a sbattersi (per usare una notazione sintetica, anche se forse un po’ accademica).

E tutto questo, vedete, si ricollega anche alla retorica, di cui si parlava un paio di giorni or sono, della fatica e del duro lavoro manuale come viatico per la dignità e la speranza. Una retorica ed una forma mentis che frenano il nostro paese, perché la risposta al fatto che il mondo sta cambiando non è aggiornarsi, ma tornare alle attività di base, cercare la sicurezza in quel “lavorare con le mani” che è sempre stato un mito: chiedete ad un operaio specializzato che abbia lavorato in FIAT negli anni ’70, quanto doveva tenmersi aggiornato per poter “lavorare con le mani”.

A questo si vanno a sommare da una parte la convinzione che la scuola debba essere un’esperienza punitiva, qualcosa che – esattamente come il lavoro – costa fatica e si odia, ma non si può evitare; e dall’altra il vecchio sistema dei “culi sulle sedie” (cit.), che vuole non studenti preparati nella maniera più efficiente, ma solo studenti in aula.

Aggiungiamo anche la delegittimazione, per motivi ideologici, delle qualifiche ottenute online.

Siamo i penultimi, e questo freno all’educazione è anche un freno all’economia.

Ci sono anche altri motivi, naturalmente…

Germania, Francia e Italia si collocano tutti negli ultimi dieci Stati membri per percentuale di famiglie con connessioni Internet ad altissima velocità.Tuttavia, si potrebbe facilmente sostenere il contrario, dati i costi marginali inferiori dell’apprendimento digitale rispetto al tipo tradizionale, ci si potrebbe aspettare che i paesi più grandi investano di più e raccolgano maggiori benefici, poiché ha più senso economico rispetto agli stati più piccoli. Nel complesso, osserviamo che le nazioni più grandi lottano per ottenere infrastrutture e programmi di apprendimento digitale di successo. […] Sebbene la Francia disponga di un eccellente ambiente istituzionale per la definizione delle politiche digitali, è in ritardo negli investimenti nelle competenze digitali degli educatori, che sono fondamentali. L’Italia ha recentemente fatto passi da gigante nella creazione di istituzioni e politiche forti per la digitalizzazione, ma questo deve ancora fornire risultati.

Però possiamo stare tranquilli – la Germania fa decisamente peggio di noi, ed è al ventisettesimo posto. E da oltre settant’anni, poter dire “però i tedeschi stanno peggio” è stato il nostro alibi.
Perciò forza, non è andata poi così male, siamo solo i penultimi.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

2 thoughts on “L’IRDLL e l’apprendimento digitale

  1. Dici ben con quel: non siamo nemmeno stati in grado di arrivare ultimi.
    ^__^

    Due settimane fa mi ha scritto un tizio per un book coach. Dopo una mezz’ora mi ha spiegato (lui a me) che un editore gli ha spiegato (l’editore a lui) che fare l’ebook è inutile perché tanto la carta non morirà mai mentre il computer non lo usa ancora nessuno.
    2021, dopo un anno di pandemia e lavoro in remoto il computer non lo usa nessuno.

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