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Una molotov in un MacDonald

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Hey, questo blog è già stato segnalato e bloccato su Facebook come sentina di odio e malvagità rampante, posso anche fare un post intitolato Una molotov in un MacDonald. Nel senso, cosa possono fare, denunciarmi una seconda volta? Per lo meno ora avrebbero un motivo – se si fermano a leggere solo il titolo.
O, forse, anche se vanno avanti.
Ma è un rischio che sono disposto a correre.

E in effetti questo è un post sul rischio, e sulla paura, e sul mettersi in gioco.
Vediamo di andare con ordine – sarà probabilmente una cosa lunga, e magari anche un po’ confusa, ma prometto che arriveremo a quel MacDonald, ed alla molotov. Un po’ di pazienza.

Tutto comincia con un post pubblicato dalla mia complice e vicina di cella, Lucia Patrizi, che potete leggere qui, e vi invito a leggerlo prima di continuare.
Fatto?
OK, andiamo avanti.

Qualche settimana addietro, facendo ricerche per un progetto del quale forse vi parlerò un giorno, sono inciampato su una piccola strana storia sul cinema italiano delle origini. La storia di un film perduto e ritrovato. Poiché si tratta di una storia che comincia a Torino, poco prima dell’inizio della Grande Guerra, ho fatto un po’ di (ulteriori) ricerche, e ci ho scritto un articolo, che è stato pubblicato dalla Rivista Savej. Se siete interessati, lo potete leggere qui. È gratis.

La versione breve per quelli che non cliccano: nel 1915, a Torino, venne prodotto un film che presenta la prima eroina apertamente omosessuale della storia del cinema fantastico. Il primo titolo di un franchise che venne malamente accoppato dallo scopio della Prima Guerra Mondiale.

Si tratta di una storia interessante e poco conosciuta – ed una storia che varrebbe la pena far circolare.
Perché, se frequentate questi lidi lo sapete, scrivere storie è ciò che mi paga i conti, e lavorando su due mercati – quello italiano sempre meno, quello internazionale (speriamo) sempre di più – le storie interessanti le posso raccontare più volte. Ed essendo, appunto, interessanti, è relativamente facile trovare qualcuno che le compri.
Perciò mi metto alla ricerca di una rivista di lingua inglese interessata ad un articolo analogo a quello pubblicato su Rivista Savej. Trovo un paio di opzioni che paiono invitanti, e mando dei pitch.

I primi a rispondere e a dirsi interessati sono gli editor di The Gay & Lesbian Review.
Rivista internazionale, di alto profilo, che paga bene. La rivista perfetta vista la storia che mi propongo di scrivere.

E qui ho un attimo di esitazione…

Aspetta. E se poi qualcuno dovesse pensare che…?

Sono, quanto? Dieci secondi? Quindici?
Poi grazie al cielo ed ai genitori che mi hanno tirato su così, mi metto a ridere scompostamente.

Ma pensare che?

Che vendendo una storia a una certa rivista io stia facendo coming out?
Cosa cambierebbe?
Le mie fan smetterebbero di lanciarmi reggiseni e chiavi delle camere d’albergo durante i concerti, come facevano con Tom Jones?
I miei lettori smetterebbero di leggermi?
Gli editor che di solito acquistano i miei articoli e le mie storie smetterebbero di farlo?
Perderei degli amici?

Chissà cosa direbbe la gente…

È il meccanismo del quale, in maniera molto più seria e dolorosa, parla Lucia nel post che vi ho linkato qui sopra. La paura di non essere parte della tribù, di essere esclusi o additati, derisi. Diventare oggetto di pettegolezzo. O peggio, in certi casi, in certi posti, molto peggio.

Poi ci ragioni su un secondo e ti dici che

  1. oggetto di pettegolezzo lo sei più o meno dal 1975
  2. #chissenefrega

Ma c’è di più, e ci arriviamo fra un attimo.
Prima, però, la molotov, e il MacDonald, perché è per quelli che siete qui.

Era il 1989, ed un gruppo di rock star che avevano dato ilproprio supporto alle cause ambientali vennero intervistate, e l’intervistatore chiese loro cosa avessero fatto, in prima persona, per aiutare Greenpeace. E gli intervistati raccontarono che avevano smesso di usare la lacca per capelli, avevano adottato una dieta vegetariana, non indossavano più pellicce e scarpe di pelle. Cose così.
Quando arrivò il turno di Chrissie Hynde, la cantante dei Pretenders, irritata dalle chiacchiere santimoniose dei colleghi, rispose

“Io per aiutare Greenpiece ho lanciato una molotov in un MacDonald.”

Ora, io qui, col mio post su una rivista che ha accettato una mia storia, causandomi quindici secondi di paura irrazionale ed un attacco di risate isteriche, mi sento un po’ come un cantante anni ’80 coi capelli cotonati che racconta di aver smesso di usare la lacca per aiutare la Foresta Amazzonica.
Lucia invece ha lanciato una molotov in un MacDonald.

Perché è molto facile, dire #chissenefrega, quando il sistema bene o male è strutturato per proteggerti.
E se l’intera faccenda qui sopra dovrebbe servirci a ricordare che un certo tipo di cultura, e di pregiudizi, condizionano la vita di tutti … e davvero volete che la vostra vita venga condizionata dai pregiudizi di qualche idiota? … anche se il sistema schiaccia e ferisce e fa paura a tutti, uomini e donne, gay ed etero, bianchi e neri, alcuni di noi sono tutelati, perché il sistema è anche strutturato per difenderli – se si adeguano alle regole. Quel senso di panico è il segnale che il sistema ti manda per dirti che ti stai avvicinando all’area di disagio, e che ti conviene rientrare nei ranghi.
E se non ti adegui, se non rientri – se dici #chissenefrega – parti comunque avvantaggiato.
Un pettegolezzo può passarci sopra come una brezza primaverile, perché comunque noi sappiamo di essere “a posto” – ci è stato insegnato che noi siamo quelli “giusti”. Le chiacchiere contano zero. E poi non è come se venissero aprenderci a casa per rieducarci in campo di lavoro, giusto?
Un tempo non era così, per alcuni non è ancora così.
E questo è per me il punto di questo post: sarebbe bello se tutti, indipendentemente dalle scelte ed inclinazioni personali, potessero sentirsi autorizzati a dire #chissenefrega a cuor leggero.
A ridere di quello stupido campanello d’allarme che è ormai obsoleto – ma c’è ancora chi combatte per conservarne la dignità.
Che dignità?

Ma il mondo cambia. Ci stiamo lavorando.
E così, questa è la storia – vi ho raccontato di come ho smesso di usare la lacca per salvare i panda.
E vi ho parlato di ben più significative bombe molotov.

Ah, naturalmente – non lasciamo la storia in sospeso – poi nel 1989 qualcuno davvero lanciò una molotov in un MacDonald, a Milton Keynes, in Inghilterra.
Non ci furono vittime.
MacDonald fece causa a Chrissie Hynde per istigazione.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

12 thoughts on “Una molotov in un MacDonald

  1. Ci sono passato dai 15 secondi di ‘irrazionale’
    Poi ho perso un bel gruppo di amici quando ho detto che non solo non ero cattolico ma avevo pure scelto un’altra religione in aperta opposizione.
    So che al confronto è una sciocchezza ma anch’io vivevo in un piccolo paese e sono stato emarginato fino a quando non sono andato via.
    Non è stato divertente per nulla.
    Non credo di poter capire nemmeno lontanamente quello che subiscono tutti i giorni chi ha fatto scelte (scelte per rmodo di dire) molto più estreme ma posso dire di capire come ci si sente a trovarsi da un giorno all’altro ad essere parte dei paria.

  2. Ho letto entrambi gli articoli, Davide. E, sì. Il problema di porgersi in un certo modo nella scrittura è reale. E’ un lavoro basato sulla reputazione che si ha. Dipende troppo da cosa pubblichi e con chi. Non parliamo poi del privato, dei “mi piace” che posti su Facebook e a chi. Poi, se arriviamo alle traduzioni, all’insegnamento, a qualunque tipo di lavoro, è addirittura meglio mentire: “Facebook? Cos’è?” Perché è facile trovare chi, con la scusa di pensarla in modo diverso da te, cerca di farti fuori. Oltre alla pandemia, c’è una crisi economica stile Germania della Repubblica di Weimar. Soffro per la tua amica e per te, Davide. Voi siete preparati e grossi talenti suscitano grosse invidie.

  3. Ciao, Davide. Si, capisco i 15 secondi irrazionali. Il rischio c’è, e capisco il senso di liberazione che ne è seguito. E’ diifficile capire come una società che si dichiara libera in realtà non lo sia., Ma le cose cambiano, pian piano, con vari “effetti pendolo”, con soste e sbalzi, con andate e ritorni, mooolto lentamente. Ma cambiano. Smettere di usare la lacca non salverà i panda, ma è pur sempre un inizio. Coraggio, Davide. Son passata di là a fare un saluto a Lucia, credo sia la prima volta… Ciao!

  4. è bruttissimo che non si possano più condividere i tuoi post.
    e che non si possano tirare le Molotov nei mècdonald

    • Non condividendo i miei post, garantiamo che la civiltà occidentalecontinui a prosperare, immagino.
      È un sacrificio necessario.

    • Io temo il giorno in cui sulle molotov ci sarà la pubblicità del McDonald.

      • È una possibilità agghiacciante e plausibile.

        • ma solo se approvata dalla direzione o dall’ufficio marketing.

          una volta mi hanno minacciato di denuncia, per utilizzo non autorizzato del marchio.

          • Sono obbligati a farlo.
            In America, il detentore del marchio lo deve difendere personalmente, oppure perde il diritto di esclusiva.
            Se non ti avessero minacciato di denuncia, per la legge americana saresti diventato comproprietario del marchio.

            • la cosa tragica è che l’utilizzo era inserito in un contesto di subvertising palesemente ironico, che coinvolgeva altri millemila marchi, e senza scopi commerciali.
              e tra i marchi ce n’erano altri americani. gli unici a saltare sulla sedia sono stati loro.

              da una parte è buon segno: se hanno paura della loro ombra in fondo probabilmente sono fragili.

              di sicuro se avanza una molotov a qualcuno non hanno fatto niente per convincerlo a non tirargliela.

              a margine: il pezzo dei pretenders è sempre un pezzo meraviglioso

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