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Un fantasma in un teatro vuoto

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Ho appena assistito ad uno spettacolo che mi ha … mah, forse la parola esatta è turbato. Una di quelle cose strane che solo nel ventunesimo secolo, e solo nel 2021, possono accadere, e che da una parte solleticano il vecchio appassionato di fantascienza che è in me, e dall’altra mi suscitano un certo disagio, un senso di come la vita moderna, nelle parole di Quino, sia sempre più moderna e sempre meno vita.

Tutto nasce dal fatto che la settimana passata era il trentesimo anniversario dell’uscita di Goodbye My Loneliness, il primo album degli Zard. L’album uscì il 27 di Marzo del 1991, e rimase per 45 settimane in classifica, e rappresenta una pietra miliare nella storia della musica giapponese.
Ma qui è necessario fare un passo indietro.

Gli Zard sono stati la prima band giapponese che io abbia ascoltato “sul serio”, la prima band giapponese della quale io abbia comprato un CD: Zard Best, del 1999, ordinato da YesAsia alla sua uscita (scopro solo ora che il disco era uscito il giorno del mio compleanno – curiosa coincidenza). Gli Zard (con i Southern All Stars) mi aiutarono ad imparare il poco di Giapponese che conosco, ed erano una delle mie band “da autostrada”, sul lettore CD dell’auto quando vagabondavo per l’Italia tenendo corsi.

E io naturalmente dico “gli Zard” e non “Zard” e basta, perché io li ho conosciuti come band, anche se di fatto gli Zard erano un gruppo di turnisti senza volto che facevano da spalla a Izumi Sakai, ex modella e umbrella girl riciclatasi come cantante, che iniziò come vocalist e front-woman della band, e finì per scrivere i testi delle canzoni, suonare chitarra e pianoforte in studio, curare gli arrangiamenti, produrre. Il nome è l’abbreviazione, a seconda delle fonti, di Wizard o forse di Blizzard. Dopo l’esordio “non brillantissimo” di Goodbye My Loneliness (solo 250.000 copie vendute e 45 settimane in classifica), negli otto anni successivi gli Zard piazzarono nove singoli al primo posto nella classifica Orikon, e sei al secondo posto, vendendo milionate di CD alla folla festante – Wikipedia dice 37 milioni di dischi al 2014. Facevano pop e pop-rock, gli Zard, con qualche incontinenza che suggeriva la passione per il jazz della Sakai. Fecero anche delle colonne sonore, ovviamente – per vari drammoni televisivi, ma anche per Slam Dunk, Dragonball GT e Detective Conan. Dalla fine del ventesimo secolo, i loro dischi entrarono direttamente nella top ten sulla base delle prenotazioni.

Izumi Sakai – che come si sarà intuito era una musicista brillante – soffriva di paura del palcoscenico, e quindi la band raramente compariva in TV e non faceva concerti. La relazione col pubblico era mantenuta soprattutto attraverso un fan club, al quale costava un occhio iscriversi. Solo nel 1999 gli Zard comparvero per la prima volta su un palco dal vivo – su una nave da crociera, davanti ad un pubblico di 600 persone … a fronte di due milioni di richieste per un biglietto. Poi, nel 2004, finalmente un tour vero e proprio, con dieci concerti in sala, dal titolo What a Beautiful Moment.

E adesso, per i trent’anni del debutto, un concerto speciale.

In questo momento, in Giappone, i concerti si tengono in teatri ed auditorium deserti, e vengono trasmessi in streaming.
Non credo di dovervi spiegare perché.
E non è la stessa cosa, ed è strano, vedere dei musicisti che danno il massimo su un palco, magari anche con palese entusiasmo e divertimento, davanti a una distesa di poltrone vuote. Qualche settimana fa ho guardato i Tokyo Jihen chiudere il loro ultimo concerto come hanno sempre fatto, salutando e lanciando i plettri al pubblico … ma il pubblico non era lì. Poi sì, OK, i Tokyo Jihen quando suonano lo vedi che si stanno divertendo come dei forsennati anche se non c’è nessuno a guardarli, ma il fatto che non ci sia nessuno a guardarli è comunque strano.

E lo stesso vale, naturalmente, per What a Beautiful Memory – 30th Anniversary, il concerto del trentennale degli Zard, tenutosi a Febbraio in un grande teatro vuoto.

Ma non era quella l’unica assenza notevole.
Perché Izumi Sakai, che di fatto era Zard, è morta il 27 di maggio del 2007, all’età di quarant’anni.
E da allora, non ha mai smesso di vendere dischi (incluse sette nuove compilation dei vecchi brani), e la band è stata di frequente in tour: 21 date fra il 2007 ed il 2008, in un tour avviato appena due settimane dopo la morte della cantante. E poi concerti nel 2011 e nel 2016, per il ventennale ed il venticinquennale del debutto.

Sono una strana faccenda, i concerti “live” degli Zard – una band di ottimi strumentisti che suona dal vivo, e la traccia audio di Izumi Sakai, isolata da una delle registrazioni live di quando era in vita, mentre sullo schermo passano delle immagini dell’artista in studio o sul palco, sincronizzate con la traccia vocale.
Un po’ come dicevano gli Iron Maiden: Live after Death.

In questo modo, Izumi Sakai ha fatto certamente più date da morta che da viva, perché da viva non le piaceva.

Ed ora, ecco questo strano spettacolo, registrato a Febbraio ma visto solo ieri sera: una band senza front woman, che suona davanti a una distesa di poltrone vuote. Il fantasma digitale di Izumi Sakai, davanti ad un pubblico anch’esso composto di fantasmi.
L’assenza perfetta ed assoluta.

E non lo so, mi ha fatto una strana impressione.
Un po’ per questo strano mix di lealtà e necrofilia dei fan, per la rapacità delle case discografiche. Fenomeni noti e comuni, ma difficili da digerire.
Ma anche e soprattutto perché mi ha lasciato con uno spiacevole senso di vuoto. Come quando si guarda una città di notte, nella distanza, una distesa di monoliti costellati di luci, e noi siamo fuori, e non c’è nessuno.
Una sensazione di solitudine assoluta.
Il che è abbastanza appropriato, considerando che si festeggiavano, con questo vuoto e questa solitudine, i trent’anni di Goodbye My Loneliness. È molto più difficile oggi, io credo, dire addio alla solitudine, di quanto non lo fosse nel 1991.

E comunque, qui un estratto, per cercare di farvi capire cosa ho visto, e perché mi ha fatto quell’impressione…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

3 thoughts on “Un fantasma in un teatro vuoto

  1. Trovo tutto ciò straziante

  2. Ha un lato inquietante. Questo sì. Però ha fatto di lei un mito.

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