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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Il principe dal mantello scarlatto

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Mi capita di compiere gli anni, di tanto in tanto, ed è un’occasione per sperperare in libri una parte dei miei miseri risparmi (incredibile che io riesca ancora a mettere da parte qualcosa per le letture, di questi tempi). Di solito durante l’ultimo weekend di maggio posto una lista delle mie prede – libri acquistati, libri regalati da amici.
Ma qui ed ora, mi prendo un post per segnalare uno dei regali più graditi di questo cinquantaquattresimo compleanno (Cinquantaquattro? Possibile? Ci deve essere un errore…)

Come diceva quel tale, “arrivati alla mia età non si legge più, si rilegge”, ed infatti questo volumone che siede ora sul mio scaffale è un “doppio” – ho già letto tutti e sei i romanzi che contiene, in un passato lontano ed ormai ammantato dalle nebbie del mito.
Ma questo naturalmente sigifica che possiamo parlarne con cognizione di causa.

Ennesima proposta della collana I Draghi Mondadori, Il ciclo del Principe Corum è un bel volumone cartonato di quasi ottocento pagine, e raccoglie sotto alla sua copertina i sei romanzi che Michael Moorcock dedicò, negli anni ’70, ad una nuova incarnazione del Campione Eterno – Corum Jhaelen Irsei, che i lettori di Elric hanno già incontrato in compagnia dell’Albino ne La Torre che Svaniva ed in altre storie (ed il cui nome è un anagramma la risoluzione del quale viene lasciata agli studenti come compito a casa)

I primi tre romanzi vennero pubblicati nel 1971, e vanno solitamente sotto al titolo di Ciclo delle SpadeIl Cavaliere di Spade, La Regina di Spade, Il Re di Spade.
Lasciati per il momento i Regni Conosciuti, Moorcock rivolge il suo sguardo ad un altro mondo nel quale l’eterno conflitto tra Ordine e Caos è – almeno apparentemente – alle battute finali: grazie all’appoggio del principe infernale Arioch, anche noto come il Cavaliere di Spade, gli umani (chiamati “mabden”) sono in procinto di annientare le antiche razze con le quali hanno finora condiviso il pianeta. Corum è un “vadhagh”, ed il suo pacifico popolo, dedito all’arte ed alla filosofia, è il prossimo sulla lista per lo sterminio. Catturato e torturato dai suoi nemici, Corum perde una mano ed un occhio, ma sopravvive e fugge, e si vota alla vendetta.
Potrà contare sull’aiuto di una galleria di personaggi bislacchi, e sui discutibili “doni” dello stregone pazzo Shool: un occhio alieno che gli permette di vedere la dimensione parallela dove vanno coloro che ha ucciso, ed una mano con sei dita che gli permette di richiamare le sue ultime vittime e porle al proprio servizio.

Con i suoi nomi pseudo-celtici e le sue malinconiche riflessioni sul male e sul prezzo che si paga per la propria vendetta, il ciclo di Corum è stato visto da alcuni come una sorta di assalto frontale portato da Michael Moorcock alle lande in cui allignano gli elfi di tanto fantasy post-Tolkieniano: i vadhag sono abbastanza scopertamente elfi, e l’impressione è che la loro coesistenza con gli umani sia leggermente più problematica di quanto suggerito dal folklore (gli elfi sono pericolosi per gli umani) e da Tolkien (elfi ed umani possono coesistere pacificamente). Come di solito accade nei lavori di Michael Moorcock, la bussola morale – apparentemente molto ben definita nella contrapposizione Ordine/Caos – è meno banale di quanto non si potrebbe pensare, ed etica e morale si rivelano fattori personali.
Rispetto alle storie di Elric, il ciclo di Corum è più vicino alla high-fantasy e meno orientato alla sword & sorcery – se siete il genere di persone che fanno simili distinzioni.
Come molte storie del campione Eterno, il primo ciclo di Corum si configura anche come un fantasy “ateo” – gli dei esistono, ma al fine di raggiungere la libertà, è necessario distruggerli.
In fondo, cosa sono le divinità, se non un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità?
E cos’è la vita senza responsabilità, se non un incubo sull’orlo della follia?

Alla fine della trilogia, Corum ottiene la sua (amarissima) vendetta e si sistema per vivere il resto dei suoi giorni in pace con la donna che ama.
Ma non può finire così, giusto?

La seconda trilogia, nota come Il Ciclo della Mano d’Argento, compare a metà anni ’70, e si apre ottant’anni dopo la fine de Il Re di Spade, con Corum in piena crisi depressiva dopo la morte della sua compagna umana. Tormentato da voci spettrali, Corum viene trasportato in un altro mondo (che è in effetti il futuro del suo mondo e – probabilmente, forse, chissà – il passato del nostro) per affrontare ancora una volta le forze del Caos.

La seconda trilogia è più saldamente ancorata nel folklore celtico, e torna a studiare i temi della responsabilità personale e del peso dei miti: trasportato nel futuro, Corum è un eroe leggendario per i suoi eredi, un semidio … e come abbiamo scoperto nella prima trilogia, gli dei ed i semidei devono essere eliminati.

Lessi la prima trilogia di Corum nei primi anni ottanta, dopo aver letto il ciclo di Elric e, con gran divertimento, il primo ciclo di Hawkmoon. Forse per questo motivo per me Corum si colloca a metà strada fra queste altre due cronache del Campione Eterno – ha la malinconia e il senso di angoscia esistenziale di Elric, ma tiene a bada l’oscurità con l’esuberanza e la vaga cialtronaggine di Hawkmoon, senza tuttavia mai raggiungerne i toni satirici e beffardi.
È quindi più equilibrato, ed alla lunga – per me – più soddisfacente.

Per una quantità di motivi, Corum non gode di una vasta popolarità fra i lettori del fantasy – in parte per la sua storia editoriale nel nostro paese, in parte perché messo in ombra dalla presenza ingombrante dell’Albino. E tuttavia, rispetto alla sua controparte melniboneana, il Principe dal Mantello Scarlatto è più intelligente, meno ripiegato su se stesso nell’invocare la sorte matrigna e le oscure macchinazioni degli dei. Corum gli dei li accoppa, e se ne prende la responsabilità.
Forse per questo mi è simpatico.

Il volume dei Draghi Mondadori, curato dal mio vecchio amico Massimo Scorsone, fa la sua sporca figura fra il suo analogo dedicato ad Elric e il volume-monstre di Fafhrd e del Gray Mouser. È sgargiante e pesantissimo, e leggerlo a letto è un rischio per la salute, ma rimane un testo assolutamente indispensabile, e fra i miei preferiti fra i lavori di Michael Moorcock.

… e sì, questo post contiene dei link commerciali, e se acquisterete il libro attraverso di essi il Grande Diavolo Amazon mi verserà una piccola percentuale (e forse una frazione delle vostre anime)

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

9 thoughts on “Il principe dal mantello scarlatto

  1. Con un imperdonabile ritardo….AUGURI!

  2. Complimenti, Davide, mostrare un autore così, è un invito alla lettura anche per le generazioni più giovani. Oltre che una fonte di idee per chi scrive fantasy.

  3. Complimenti, Davide. Leggere Moorcock è un ottimo consiglio per avvicinare i giovani appassionati al lato profondo del fantasy e aiuta gli scrittori a elaborare nuove idee.

  4. Disclaimer: quanto segue sono solo le mie opinioni personali e non hanno pretesa di costituire una verità assoluta ed inviolabile, né alcuna volontà di offendere qualcuno (purtroppo in rete bisogna sempre specificare, so che non si applica all’amministratore di questo blog o alla stra-grande maggioranza dei suoi lettori)
    Lettura dell’estate che mi ha lasciato abbastanza perplesso. Piaciuto molto la compressione degli eventi (spesso, nel giro di poche pagine succedono tante cose. La stragrande maggioranza cose pazze. E in quasi 900 pagine, è un bel tourbillon di eventi), meno il suo protagonista, Corum.
    Seguono spoiler vari.
    La razza dei Vadagh è probabilmente l’evoluzione di quella dei Melniboniani se Elric non li avesse sterminati tutti. Persi in mille divagazioni puramente teoriche, non si accorgono dei mutamenti che accadono nel mondo e ne vengono travolti. Corum si salva dal massacro compiuto dagli umani ed è l’ultimo della sua specie
    E qua la prima incongruenza: ogni tanto compaiono altri Vadagh, quindi il dramma iniziale viene parecchio stemperato. Poi il principe dal mantello scarlatto giura odio eterno nei confronti dei mabden, ma viene facilmente convinto a difenderli contro l’avanzata degli dei del Caos, rappresentati in maniera semplicistica come il male.
    Elric era più sottile, non c’era bene o male, ma solo ordine e caos, e l’assoluta prevalenza di uno dei due portava comunque alla fine del mondo. Lo stesso Elric segue l’uno o l’altro a seconda della convenienza: tradito dalla sua gente, si rivolge agli dei del Caos. Tradito da questi, cambia sponda. Ma Decide. Mica subisce.
    Ed è questo il problema di Corum: conscio di essere campione eterno, si fa trascinare dagli eventi. Ricevuti due doni magici (un braccio ed un occhio, resti di antichi dei), Corum si limita a viaggiare e nelle situazioni di pericolo, ricorre all’uno o all’altro ed il problema è risolto. Oppure (specie nella seconda trilogia) compare qualche deus of machina che, all’ultimo minuto, lo salva da fine certa.
    Gradito molto la conclusione della prima trilogia. Ordine? Caos? Bilancia Cosmica? Vapore creato dagli umani (o dai vadagh). Non esiste nulla se non la propria volontà. E gli dei semplicemente scompaiono. Bello, ma arriva troppo tardi.
    Grandissimo Gaynor, campione del caos, costretto a servirlo per l’eternità. Senza nulla da perdere, si batte facendo leva sulle tecniche più subdole (la mia preferita: superiorità numerica). E non si vergogna di nasconderlo.
    E passiamo alla seconda trilogia. Se gli dei sono morti, che ne rimane di loro? Carcasse vuote che provano a ricreare un posto loro confortevole per decomporsi lentamente.
    Corum, dopo 80 anni dagli eventi del primo libro, viene trasferito in un altro piano a combattere sette divinità (i fhoi myore) che sperano di trasformare il mondo in una landa ghiacciata. Sono più simili a bestie che a dei. Non sono necessariamente cattivi, ma ovviamente vanno abbattuti.
    Odio i cani, quindi l’ansia di essere braccato dai mastini di kerenos di Moorcock me l’ha trasmessa proprio bene, ma per il resto, Corum è ancora più marionetta della prima parte e pure le incongruenze fioccano. Il Vadagh Si fa convincere da un’ambiguissima fanciulla a battersi contro i fhoi myore, viene spedito a destra e manca, ignorando ogni sorta di avvertimento, si intrufola con estrema facilità nella capitale del nemico, che tiene il re arci druido degli umani prigioniero, torturandolo in maniera raffinata (perché? Se i fhoi myore sono praticamente privi di volontà a che scopo? Non potevano ammazzarlo e basta? Bho), grazie a vari artefatti magici riesce a trionfare e viene ucciso dalla fanciulla di cui sopra, al fine di eliminare ogni elemento magico dal mondo e far progredire la specie umana (e il fanciullo dorato? Mah…).
    Altro paragone con Elric: sarò che l’avrò letto nel furore nietzschano della mia adolescenza, ma l’albino si batte, lotta, si infuria e si arrende solo quando tutto il mondo viene letteralmente trasformato in una landa deserta. Elric è cupo, ma risoluto.
    Corum si piange addosso, ma si muove non appena qualcuno li dice, “mettiti all’opera”.
    E alla fine viene pure sacrificato. Prima fa il lavoro sporco, poi viene congedato senza troppe pretese. Con un sasso mischiato ad ossa (di chi? altro Bho…) e la sua spada. Una spada chiamata traditrice, che tornata la pace, avrei subito buttato via…
    Infine i side-kicks: Elric aveva il fido Maldiluna, Corum è incapace persino di scegliersi gli amici. Un giorno si presenta alla sua porta un tale, Jhary-a-Conel, che ogni volta che apre bocca dovrebbe sembrare acuto e sarcastico, ma riesce solo ad essere irritante, che gli dice: da oggi sono il tuo migliore amico. Punto. Sul serio. Fine.
    Conclusioni: bello il sense of wonder della prima parte (pure se nell’ultimo libro, mi sa che l’autore si era un po’ stufato, mancano le belle invezioni dei primi due e l’ultimo dio del caos viene sconfitto come l’ultimo dei fagianotti), la lugubre atmosfera della seconda, bello leggere mille e mille avventure compresse, ma alla fine mi ha un po’ deluso. Troppe incongruenze. Troppe soluzioni di comodo. E poi quel dannato Jhary-a-Conel.

    In termini di bilancia cosmica carlonica: di moorcock promuovo l’albino e in parte, Jerry Cornelius (letto solo il prima nella pessima traduzione della fanucci). Bocciato Corum e Madre Londra (che ricordo come un mattonaccio senza pietà).
    Consiglio: esiste altro, tradotto in italiano (questo non vale: https://strategieevolutive.wordpress.com/2020/05/08/dieci-libri-9-michael-moorcock/, in inglese riesco a leggere solo conan doyle, non so perché), di Moorcok che consigli di leggere?

    PS commento lungo, però libro lungo.
    PPS Siccome sono incongruente come corum, voglio prenderemi la riduzione a fumetti di Mike Mignola.

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