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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

La perdita della vergogna

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Io realtà non dovevo scrivere questo post. Il progetto per questa sera era di ritirarmi presto, che domattina mi tocca una levataccia per andare in ospedale e farmi togliere fasciature e staffa alla mano sinistra. Per cui l’idea era di farsi ancora una teiera di tè e poi leggere un libro. Sto leggendo, ammesso che possa interessarvi, un libro intitolato The Places In Between, di Rory Stewart, che nel 2002, dopo la liberazione di Kabul, attraversò a piedi l’Afghanistan, in pieno inverno, da Herat a Kabul appunto. Quaranta giorni di marcia che diventarono quasi due mesi. Per vedere come stessero le cose in quelle terre.
È un libro estremamente interessante, e ci ho messo anche un link per quelli che volessero dargli un’occhiata.
Fatemi causa.

Però no, perché sono successe alcune cose, tutte assieme, che mi hanno fatto venire voglia di farci un post. Un post che non vedrà nessuno, perché lo ricordate, questo blog diffonde l’odio, e non può essere condiviso su Facebook.
Ma chissà, forse qualcuno questo post lo leggerà ugualmente.
Andrò un po’ a ruota libera e sto scrivendo con una mano sola, per cui abbiate pazienza…

La prima cosa che è successa, in ordine di tempo, è stato che una mia amica, in Inghilterra, una scrittrice, ha postato da qualche parte (credo Instagram) una fotografia del proprio collo. Il collo, avete presente, quella parte del corpo umano che sostiene la testa? Ecco, quello.
Perché lo ha fatto? Beh, sarà anche una sua scelta, no?
Però l’idea era quella di postare una foto che non avesse alcuna possibilità di essere in qualche modo “sexy”.
E così ha postato una foto del suo collo.
Ciò che è successo è che il primo commento alla foto è arrivato da un tizio che si rammaricava di non poter scarabocchiare lo schermo del suo smartphone, perché lui attorno a quel collo ci avrebbe visto bene un cappio.

Mentre quest succedeva, hanno cominciato a comparire sul mio radar delle reazioni all’idea di una popolare (?) trasmissione televisiva italiana, che aveva appena “premiato” un’attrice per essersi lasciata col suo partner. Un premio al fallimento, badate bene.
E sì, ovviamente si tratta di un personaggio pubblico ma… che segnale stiamo dando?

Lo stesso segnale, probabilmente, che ha dato un personaggio che a quanto pare si fiscalizza come “guru della comunicazione”, che ha avuto la brillante idea di andare a sindacare sulle scelte personali di una giovane donna, che a quanto pare mostra liberamente le proprie grazie in fotografia.
E, un po’ come nel caso della foto del collo della mia amica, saranno anche fatti suoi, no?
“Anima sua, borsa sua,” come diceva la mia povera nonna.
Anche in questo caso mi ero perso l’intera faccenda, ma le reazioni dei miei contatti online mi hanno travolto. E la cosa ha preso una piega decisamente fastidiosa quando il guru, ricordiamolo, della comunicazione, preso a bacchettate da più parti per il suo consiglio dato ad una donna che ha vent’anni meno di lui di “chiudere le cosce”… quando il guru della comunicazione, dicevamo, ha fatto pubblicamente atto di pentimento, ammettendo di aver parlato a sproposito, su argomenti e situazioni che non conosce, facendoci un po’ la figura del pirla.
Ragion per cui ora si impegnerà ad intervistare delle donne, per imparare.
Delle donne vere, immaginiamo, incontrate allo stato brado nel loro ambiente naturale.
Per imparare come evitare di fare in futuro la figura del pirla (un po’).
Anche se, in effetti, uno che fa comunicazione, e da guru, non fa nulla per caso, vero?

E io mi pongo delle domande, a questo punto, e mi ricordo di una cosa capitata un paio di anni or sono, sotto le feste, quando un piccolo potente locale, un assessore o valvassore che fosse, che interrogato all’uscita di un concerto di musica da camera su come fosse stato il concerto commentò pubblicamente “La soprano era molto scopabile.”
E poiché si trattava di un potente locale, di un assessore o di un valvassore, tutti i presenti, uomini e donne, tra i trenta e i sessanta, si fecero la loro bella risata di circostanza.
Che spiritoso, vero, il potente locale.

E ciò che mi dico, a questo punto, è che queste cose sono sempre capitate.
Le battute offensive, l’aggressività spuria, la tendenza a giudicare una donna per le sue curve e nient’altro.
Non raccontiamoci delle storie – è sempre successo.
Tutti siamo stati testimoni, tutti abbiamo fatto la nostra risatella di circostanza, salvo poi andare al buffet e commentare inter nos che l’assessore è proprio uno stronzo, ed ammettere con noi stessi che sì, di fatto lo disprezziamo – e disprezziamo anche un po’ noi stessi, per aver riso invece di prenderlo per un orecchio e accompagnarlo nell’angolo a inginocchiarsi sulle matite.

Ma ciò che è cambiato, io credo, è che è saltato un filtro.
E non so se sia colpa dei social, del progressivo degrado culturale promosso dall’Era Berlusconi, dal calo di serotonina nelle aragoste come dice Jordan Peterson o da che altro.
Ciò che è saltato è il senso della vergogna.

E potrei dire invece, badate, che a saltare è stata la compassione, o l’empatia, o l’etica, o il senso del ridicolo, o la percezione della dignità umana, o la consapevolezza.
Ma sono tutte cose troppo complicate.
A saltare è stata la vergogna.
Quel senso dipressione sullo sterno, quella mano che ci stringeva lo stomaco e ci rendevamo conto, mentre lo stavamo facendo, che ciò che stavamo facendo era sbagliato. E magari ci era parsa una buona idea sul momento, una valanga di risate, la chiave per il successo, però no, e qui, adesso, mentre succedeva, mentre lo stavamo facendo, ci arrivava il segnale forte e chiaro, inequivocabile, che no, era proprio solo un’idiozia, ed odiosa.
Perché un tempo, quando i dinosauri governavano la terra, l’idea di dichiarare pubblicamente che ci piacerebbe strangolare una giovane donna ce lo tenevamno per noi, perché sapevamo che ce ne saremmo dovuti vergognare.
E provavamo una certa vergogna nel cercare di far ridere il nostro pubblico facendo leva sulla sofferenza altrui.
E ci vergognavamo come ladri a usare un piccolo espediente miserabile per alzare gli ascolti e i like e promuovere il nostro business.
O semplicemente ci vergognavamo di fare commenti grevi su una ragazza che aveva cantato per due ore per intrattenere gli ignoranti glitterati di un piccolo centro di provincia.

E voi mi direte, diamine, ma questo è un passo avanti!
Perché ora non c’è più traccia alcuna di ipocrisia.
Facile, ai tempi dei dinosauri, avere questi comportamenti odiosi e tenerceli per noi, senza alcun ricavo, e con in più l’imbarazzo della vergogna. Ora è tutto esposto, è tutto sincero.
Viviamo in un mondo meraviglioso!
Buuu, contro tutti quelli che vogliono imbavagliarci e cancellarci. Noi diciamo le cose che ci passano per la testa, così come ci passano per la testa, e siamo orribili, ma oh, anche così sinceri!

Ma il fatto è, vedete, che quel senso di vergogna era un segnale importante, era un campanello d’allarme che ci informava che stavamo facendo qualcosa che sapevamo essere riprovevole. E non c’è nulla di male a trattenersi dal compiere gesti che sappiamo essere sbagliati. È parte di ciò che ci rende umani.
Ora, con la scusa che a noi il politicamente corretto ci fa un baffo, e noi diciamo pane al pane, il peggio vien fuori e ci viene chiesto di riconoscergli la stessa dignità di qualunque altra umana esternazione.
Al limite, se dovessimo accorgerci che la reazione del pubblico non è quella sperata, possiamo rifugiarci nell’affermazione che era uno scherzo, o che nella nostra ignoranza abbiamo sbagliato, e ora cambieremo, e accenderci una piccola aureola portatile per unpaio di giorni.
Che brava persona, ha espresso idee esecrabili, ma non sapeva che erano esecrabili, non si rendeva conto, non aveva modo di saperlo, ma ora che lo sa, oh, con quanta commozione ha ammesso il proprio errore!

Io credo sia ora di smettere di cascarci.
La compassione, l’empatia, il senso della dignità delle persone, di tutte le persone, l’etica e la consapevolezza e il ridicolo, contano qualcosa. Anche se magari non incidono sui like, o sul fatturato, o sulle pacche sulle spalle e le risate complicidei i nostri amici stronzi.
E si potrebbe cominciare dal senso della vergogna, a ricostruire ciò che ci rende umani, e che invece sembra abbiamo momentaneamente smarrito.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “La perdita della vergogna

  1. Personalmente condivido con la foga di un guaritore vagabondo la teoria dell’Onesto Ceffone.
    Perché ogni tanto, in determinate situazioni, in certi momenti accuratamente selezionati, ci sarebbe la necessità di poter mollare un sonoro ceffone ai bipedi cui si discorreva.
    Uno solo, non un paliatone (che magari meriterebbero senz’altro, ma la creazione di martiri è nemica mortale della nostra teoria). Un unico e roboante incontro pubblico tra una mano santa ed una guancia profana, e magari il possessore della guancia assesta il tiro.
    Ripetere l’esperienza per tutte le volte che si ritiene necessario; e badate bene, la mano che schiaffeggia è solo un mezzo.

  2. Anche troppo vero. E’ da più di mezzo secolo che mi permetto di dire che c’è differenza fra sincerità e maleducazione, e che per questo mi sento dare dell’ipocrita .Forse funzionerebbe il sonoro ceffone, ma ho paura di no…Non vorrei sembrare pessimista. Grazie, Davide. e buona guarigione!!!!

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