strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Aiutati che dio ti aiuta 2 (il ritorno)

7 commenti

I tempi cambiano.
Cambiano i comportamenti delle persone.
Negli ultimi anni – e in particolare a partire dal 2020, con la successione di pandemia, lockdown e altre catastrofi – abbiamo assistito all’ascesa di una vasta reazione ai cosiddetti libri di “self-help” – manuali che ipoteticamente dovrebbero aiutarci a navigare le acque non troppo placide della nostra esistenza.

Estremamente popolari per buona parte del ventesimo secolo, e oggetto di una proliferazione addirittura inquietante dagli anni ’70 in poi, oggi i manuali di self-help vengono additati come una sorta di cancro che sta corrodendo la nostra civiltà.
Il che è curioso, considerando che – per lo meno a giudicare da come si esprimono – coloro che stanno facendo più danni là fuori in questo momento non hanno mai aperto un libro.

Però sì , c’è un forte movimento di opposizione a quella che viene definita “positività tossica” di questi manuali.
E in parte è certamente giustificato.
Però…

Ho già parlato in passato del favoloso Teach Yourself to Live, di Charles Garfield Lott Du Cann, che Amazon ci descrive come “un classico del self-help”.
E tuttavia in questo volumino uscito all’origine nel 1955, di tossico c’è ben poco.
E forse è qui che sta la differenza.

A differenza dei volumi usciti negli anni ’90, il libro di Du Cann non ci promette successo e felicità.
Seguendo i precetti elencati e descritti nelle 175 pagine di Teach Yourself to Live non faremo un sacco di soldi, non conquisteremo amici e non influenzeremo le persone, non fonderemo un’azienda di successo, non rimorchieremo come un ottovolante, non impareremo a parlare in pubblico, non cambieremo la mente delle persone con la programmazione neurolinguistica, non investiremo in criptovaluta, non raggiungeremo l’illuminazione attraverso la mindfulness, non diventeremo guru.
C.G. L. Du Cann non è interessato a queste cose, e il libro non se ne occupa. Il manuale è una semplice collezione di procedure e suggerimenti per orientarsi nell’esistenza, per fare scelkte consapevoli, per costruirsi uno straccio di cultura, uno straccio di personalità.
Poi, siamo soli, e ci tocca arrangiarci.

La reazione nei confronti dei manuali di self-help è legata soprattutto allo stile che questi stessi manuali hanno acquisito a partire dai primi anni ’90, alla promessa (raramente mantenuta) di poter risolvere tutti i nostri problemi senza particolare sforzo.
Soluzioni facili e immediate, di solito fondate sul crederci fortissimo.

Il fatto che nel ventunesimo secolo questi manuali abbiano alimentato la mistica della hustle culture – per cui diventeremo tutti ricchi monetizzando i nostri hobby attraverso delle piattaforme online – è una ulteriore aggravante.

La pandemia è stata l’ultimo chiodo nella bara di questi libri – perché è vero, durante il lockdown abbiamo imparato un nuovo hobby da qualche manuale for Dummies, abiamo imparato a giocare a scacchi dopo aver visto quella serie tyelevisiva, maggari abbiamo messo giù un piano per tenerci in forma, abbiamo imparato una lingua straniera…
Ma questo è diverso dal conquistare il successo e la felicità seguendo i dettami di un manuale motivazionale, imitando le abitudini (sette, quattordici o diciannove che siano) delle persone di successo … svegliarsi alle cinque, non guardare il telegiornale, pensare fuori dalla scatola…
Chi ci ha provato, manuale di self-help alla mano, durante la pandemia, ci ha sbattuto la faccia, malamente.

Ho sempre avuto un interese, quasi un’ossessione per i manuali per autodidatti. E credo fermamente che da un libro si possa sempre imparare.
Ma credo anche che un vecchio classico comprato di seconda mano sulle bancarelle possa insegnarci di più del manuale di qualche guru la cui fortuna è costruita su uno schema a piramide.

Recentemente mi è dispiaciuto vedere classificato come manuale di self-help il breve volume Se il mondo ti crolla addosso, di Pema Chödrön. Che è qualcosa di abbastanza diverso. Una raccolta di lezioni di filosofia buddhista che l’autrice ha tenuto nel corso degli anni sul tema del rapporto quotidiano con la paura e la catastrofe, il libro non ha traccia di positività tossica, e non ci promette successi stratosferici e istantanei, soldi e fama e gloria…
Nell’edizione italiana, il volume è 178 pagine – tre pagine in più rispetto a quello di Du Cann (che in italiano non esiste) – e ciò che ci promette, ammesso che ci prometta qualcosa, è una vita di impegno per migliorare il nostro rapporto con le esperienzew negative, confortandoci con la consapevolezza che i fallimenti sono parte della nostra esperienza tanto quanto i successi – e probabilmente sono più frequenti.

E sì, probabilmente leggendo Pema Chödrön e C.G.L. Du Cann aiutiamo noi stessi.
Ma restiamo anche coi piedi saldamente per terra.
Il che è molto lontano dalla positività tossica dalla quale così tanti, negli ultimi anni, si sono sentiti traditi.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Aiutati che dio ti aiuta 2 (il ritorno)

  1. Considero i manuali di auto-aiuto come l’anello indiretto di congiunzione tra uno che si crede furbo ed un numero variabile di polli, senza considerare che spesso a scriverli sono persone non proprio gradevolissime.
    Se proprio non ho un bagaglio tale di esperienze da cui attingere, la lettura aiuta senz’altro ma affrontata in modo critico, e non in comoda pastoia già ruminata.

    • Il punto è proprio che dal condividere delle esperienze (sempre una cosa positiva), si è passati a offrire delle formule precotte che dovrebbero funzionare sempre, per tutti, e subito.
      E sì, moltissimi guru sono in realtà semplicemente degli imbonitori.

      • Non so te, ma per qualche ragione mi é venuta in mente la storiella degli astronauti americani che le studiano tutte per scrivere con la biro nello spazio, ed i sovietici che rispondono di essersi sempre trovati benissimo con le matite.
        Le possibilità ci sono, le strade da percorrere anche, ma meglio seguire quello che dice il tal genio, non si sa mai, e poi ci si meraviglia che la soluzione più semplice era proprio sotto il naso e nessuno se n’era accorto.

        • Ammettiamolo – la NASA così ha potuto vendere il merchandise.
          Il che mi fa venire in mente che potrei fare un post su… ah! Prossimamente. Niente spoiler.

        • Non dimentichiamoci però che la storia della matita usata dai sovietici è sostanzialmente un falso…

          • Si può tranquillamente mettere insieme a quella dei ragazzi sovietici che non risolvono un problema di geometria dato loro dagli insegnanti americani perché con le loro conoscenze di trigonometria capiscono che é sbagliato nella formulazione, e quindi impossibile da risolvere.
            Sono storielle che in qualche modo sostengono l’immagine di un popolo pragmatico fin dalla giovane età.
            Per quanto ne so la storia della matita nasce nel contesto delle trivellazioni nell’artico, dove i tecnici sovietici erano abituati a scrivere a matita perché l’inchiostro congela, o forse l’una ha rafforzato l’altra.

  2. Ciao, Davide, è vero, questi manuali su come vivere e fare le cose erano l’illusione letteraria per eccellenza. In realtà, nessuno può insegnarti a vivere. Soprattutto in un mondo come questo: nessuno di quegli autori ne aveva immaginato gli stravolgimenti.

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