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Nello spazio nessuno può sentirti urlare, e tutto quel genere di cose

8 commenti

Chiacchieravo, qualche giorno fa, con un amico che si diceva sorpreso della popolarità di D&D 5th edition in un mercato nel quale non è che le alternative scarseggino.
Il punto, io credo, è che D&D ha alle spalle la Hasbro, che è una potenza e che ha investito una notevole quantità di denaro nella promozione del gioco.
Attraverso un attento e aggressivo product placement, Hasbro è riuscita a impiantare nelle menti di una nuova generazione di giocatori l’equazione D&D = gioco di ruolo.

Ma le altgernative esistono, e sarebbe magari il caso di fare un po’ di propaganda a riguardo. Perché nessuno farà mai una scelta, se non sa di averne la possibilità.

Non esiste solo D&D, gioco di ruolo non significa solo elfi e draghi.

Ora, una delle campagne più divertenti che io abbia mai giocato, nei lontani e polverosi anni ’90, era basata su un gioco chiamato Manhunter – un gioco di fantascienza, cento pagine di sistema per una space opera molto old school. Avventura, alieni bislacchi, un mix di fonti diverse, da Star Trek ai Berserker di Saberhagen, passando per tutta la fantascienza pulp degli anni ’30.

Oggi Manhunter ce lo ricordiamo in pochi, ma dovendone elencare i punti di forza, vale la pena ricordare
. un sistema di regole molto semplici
. abbastanza informazioni (creature, equipaggiamento, veicoli ecc) per cominciare
. un concept di base molto semplice ed estremamente flessibile.
. un setting appena abbozzato nel quale master e giocatori potevano infilare (quasi) qualsiasi cosa.

Oggi i giochi così “aperti” li chiamano sandbox.

Recentemente ho ritrovato tutte queste caratteristiche essenziali (per quanto con atmosfere estremamente diverse) in un giochino molto semplice ed estremamente divertente.

Si intitola Those Dark Places, è stato scritto da Jonathan Hicks e pubblicato da Osprey Games, ed è dichiaratamente impostato per giocare scenari ispirati a cose come Alien, Event Horizon, Atmosfera Zero ed altra “fantascienza industriale”.

Ora, oltre ad essere un eccellente film di fantascienza ed un ottimo horror, Alien ha anche un set-up ideale per un gioco di ruolo.
Un gruppo limitato di personaggi, in un ambiente limitato, con una missione semplice – sopravvivere contro un avversario spietato e incomprensibile.
E naturalmente il sequel, Aliens, funziona altrettanto bene, ed aggiunge semplicemente più potenza di fuoco e più avversari.
Bello liscio.

Naturalmente esiste un gioco ufficiale di Alien.
Jeff Bezos, che si deve finanziare la prossima gita oltre il margine dell’atmosfera, mi vende Alien, the roleplaying game, per 57 euro.
Trecento e novantadue pagine, rilegato rigido.
Potrei metterci assieme anche il Colonial Marines Operations Manual, altre trecentoe cinquanta pagine, che su Amazon si possono avere per 100 euro croccanti.

Certo, posso propendere per il formato digitale – tramite Drivethru RPG, il manuale base costa 25 euro in pdf, e venti euro per il manuale dei Colonial Marines.
C’è anche uno “starter set” che viaggia sui venti euro – e che in cartaceo è una bella scatola che viaggia sui 55 euro.

Those Dark Places, che è un rilegato rigido di 128 pagine e contiene tutto ciò che ci serve per giocare (tranne il singolo d6), costa 18 euro.

(e sì, questo è un link commerciale, e nel caso io riceverò una piccola percentuale sul vostro acquisto, o la possibilità di lavorare come lavapiatti sull’astronave di Jeff Bezos)

E lo so, che è poco elegante parlare di denaro in questo modo, ma parliamoci chiaro – Those Dark Places costa un terzo rispetto al base di Alien, ed è spesso un terzo di quel manuale.
Nella nostra vita quotidiana, e non solo nello spazio, tempo e denaro sono risorse limitate.

Those Dark Places è molto asciutto.
Il manuale si legge da copertina a copertina in un pomeriggio.
Il sistema è ridotto all’osso, ma per me va bene così – si lancia un dado da sei, si aggiungono i modificatori del caso, se il risultato è sette o più è un successo.

I personaggi si preparano in un amen – una unità di misura del tempo che al mio tavolo equivale a dieci minuti .

C’è un buon sistema per la gestione dello stress psicofisico – che per un gioco di fantascienza horror è indispensabile.

Il setting è molto generico ed appena abbozzato – ma davvero, riguardatevi i film di Scott e Cameron… certo, loro hanno la possibilità di fare worldbuilding per immagini, ma se andiamo al dettaglio, sappiamo molto poco di questo universo.
Sappiamo quello che ci serve.
E ovviamente Those Dark Places non è legato a un franchise, per cui l’ambientazione non deve rispettare alcun canone.

E parlando di worldbuilding – il manuale di Those Dark Places usa l’espedientre di presentarsi come un documento ad uso interno di una megacorporazione, che descrive in dettaglio (ma non troppo) le procedure di reclutamento, la gestione delle operazioni e le politiche aziendali.
Leggendo il manuale acquisiamo immediatamente il tono e il mood dell’ambientazione.
Perfetto.

E naturalmente non ci sono schede e illustrazioni per i mostri.
Perché l’azienda di certe cose non discute, certo, ma anche perché la creatura – ammesso che ci sia – deve restare fuori vista il più a lungo possibile, ed una volta in scena, deve essere aliena, e incomprensibile.
Questo significa che tocca al master, sulla base delel sue necessità e delle istruzioni presenti nel manuale, creare la propria creatura, la propria minaccia, i propri mostri.

E naturalmente non siamo obbligati a giocarci un bug hunt come in Aliens, o Texas Chainsaw Massacre nello spazio. Potremmo andare sul noir di Atmosfera Zero, sull’incubo allucinatorio di Moon, persino su cose come I Diafanoidi Vengono da Marte. Non essere legati a un franchise e ad un universo narrativo specifico ci lascia liberi di esplorare.

Qui arriviamo a un punto importante – proprio come il mio vecchio Manhunter, anche Those Dark Places richiede lavoro, sia da parte del master che da parte dei giocatori, per creare gli scenari, e l’universo.
Ma questa è una delle molte attrattive del gioco di ruolo.

E poi sì, io sono una persona semplice, ma l’idea che un gioco “alla Alien” sia stato scritto da un tale che si chiama Hicks, mi pare perfetto.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

8 thoughts on “Nello spazio nessuno può sentirti urlare, e tutto quel genere di cose

  1. Sullo stesso genere di Those Dark Places recentemente sono stati pubblicati anche Mothership e Death in Space.
    Hostile di Paul Elliott ha un’estensiva collana di regole e supplementi per costruire un’ambientazione simile ad Alien, Atmosfera Zero e altri classiconi della fantascienza zozza e cupa fine anni ’70. Si basa su Cepheus Engine che è un clone dell’altrettanto classico Traveller. (Cepheus Engine è stato tradotto in italiano da me e altri pazzi e rilasciato gratuitamente/prezzo di costo)

    • Conosco Mothership ma finora non l’ho mai giocato – Those Dark Places è più leggero in termini di regole, e per questo mi piace.
      Cepheus è in wishlist, ed ora ho un motivo in più per dargli un’occhiata.
      Anche se, riguardo ai cloni dei vecchi sistemi… ho qui i tre volumetti originali di Traveller (che nojn gioco da quarant’anni), così come ho la Scatola Rossa di D&D e così via.
      Il vantaggio dell’età che avanza è che posso fare a meno di ricomprare manuali che ho già, e concentrarmi sui giochi nuovI.

      • Per me Classic Traveller rimane imbattibile come edizione (se uno cerca quell’esperienza, è ovvio) ed è quello che propongo ai miei giocatori che vogliono sci-fi old school. Ma lo scoglio della lingua per molti resta invalicabile.

  2. Osprey Games pubblica un sacco di giochi che sembrano estremamente interessanti e diversi dalla solita formula di D&D. Avevo adocchiato “Righteous Blood, Ruthless Blades” visto che il wuxia ha sempre il suo fascino.
    Per quanto riguarda la fantascienza al tavolo di gioco avevo letto a fondo e volevo proporre al mio gruppo di gioco “Scum & Villainy”, basato sul sistema di Blades in the Dark, che mi interessa un sacco a livello di meccaniche di gioco.

    • Io ho tre giochi della Osprey, al momento, e sono tutti ottimi – scriverò riguardo agli altri prossimamente, e conto di aggiungerne altri alla collezione – Righteous Blades credo sarà il prossimo.
      Ed ho recentemente provato Gaean Reach, basato sui romanzi di Jack Vance, che è davvero ottimo, ma bisogna giocarlo al tavolo, non online, per cui per il momento resta in sospeso.

  3. Ero già convinto prima ora è andata
    Quando mi fai giocare?
    🙂

  4. Non penso di aver mai giocato ad un sandbox ma qualcosa con regole semplici e briglia sciolta per quanto riguarda ambientazione sembra proprio la cosa ideale per me. Ho poco tempo e se devo leggermi una enciclopedia per giocare, preferisco passare ad altro.
    Spezzo una lancia sul giocare con elfi e draghi: bello, ma ci devi giocare con qualcosa come L’ultima torcia dove paghi le scemenze e nessuno è mai davvero al sicuro. Ci pensi molto bene prima di andare a fare visita ad un drago.

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