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Senza la passione saremmo perduti

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Credo di avervelo già raccontato – una ventina di anni or sono, quando ero un misero laureato che campava facendo corsi post-laurea a contratto, all’uscita da un congresso nazionale un collega che aveva due cattedre mi chiese se “questa cosa della statistica” io la facessi “sul serio.”
Perché lui aveva dei dati da analizzare.
“Troppi dati”, disse. Ma non intendeva pagare qualcuno che gli facesse le analisi.
Gli dissi che si poteva fare, e poi si pubblicavano i risultati a firme congiunte.
Ne fu molto deluso.
“Pensavo che lo facessi per passione.”
E non se ne fece nulla.

La regola empirica, a questo punto è – se cominciano a parlarvi di passione, è perché non vi vogliono pagare.
Ma come, maledetto straccione, ti offro la possibilità di fare ciò che ti piace, e vuoi anche essere pagato?

Oggi, un servizio a cui sono abbonato via internet, mi offre gratis (aha!) un pacchetto di risorse fotografiche dedicate alla Passion Economy.
Un paio di quelle immagini le sto usando in questo post – mi pare una cosa sufficientemente post-ironica.
ma cosa diamine è, la Passion Economy?

Una rapida ricerca via Google mi offre questa definizione

La Passion Economy è un’economia costruita attorno a “creatori con uno scopo”: persone fortemente motivate ad avviare un marchio, un’attività o una comunità, di solito su piattaforme digitali, attorno a una passione condivisa. Oggi, c’è una continua richiesta di tre cose che l’economia della passione fornisce: competenza, esperienze e relazioni.

O, per metterla giù in maniera molto più sbrigativa, trasformare i propri hobby in un lavoro.

Il termine è stato coniato, o popolarizzato, da un giornalista americano che si chiama Adam Davidson che, stando ad un articolo che ci narra le sue imprese

cercava la strada in mattoni gialli che potesse collegare [il suo percorso artistico] al successo commerciale

Immagino quella fosse la sua passione – e così ci scrisse un libro, ed ora siamo tutti fregati.

Ora non fraintendiamoci – io ho studiato paleontologia e geologia perché quelle erano le materie che mi piacevano, quello era il lavoro che pensavo mi sarebbe piaciuto fare. La mia passione, se volete.
Una delle mie passioni (ci torneremo).
Ed indubbiamente, considerando che da sei anni a questa parte pago i conti scrivendo, sono certamente una di quelle persone che hanno trasformato la loro passione, il loro hobby, in un lavoro che paga.
Poco e male, ma paga.
In entrambe le mie “carriere” principali, la passione è stata una componente fondamentale.
Ma anche in altri casi – ho insegnato perché mi piaceva insegnare.
Mi piaceva documentarmi, imparare le tecniche di comunicazione dai manuali e metterle in pratica, interagire con gli studenti, comunicare ad altri ciò che sapevo, ciò che avevo visto ed imparato.
Di tutti i lavori che ho in curriculum probabilmente solo quello come spaventapasseri non era motivato da una qualche forma di passione – se escludiamo la passione per i libri che il magro stipendio da spaventapasseri mi permise di acquistare.
Ah, e la vendita di auto usate.
Ho conosciuto una sola persona che avesse una vera passione per la vendita di auto usate, ma quella è una storia per un altro giorno.

E, a voler essere completamente onesti, forse è meglio fare soldi con qualcosa che ci piace davvero, piuttosto che guidare un’auto per Uber o consegnare pizze in bicicletta.
Passion Economy vs Gig Economy.
Ma chissà, ci sono persone a cui piace andare in bici, e persone a cui piace guidare.

Ma allora perché, a fronte di tutte queste considerazioni, l’idea di Passion Economy continua a darmi i brividi?

In parte, certamente, per ciò che mi hanno insegnato le mie esperienze personali – quando cominciano a sbandierare la passione, ti vogliono fregare.
Ci piace molto ciò che scrivi e vorremmo tanto pubblicarlo e venderlo, ma non saremmo mai così volgari da voler insultare la tua passione ed offrirti dei soldi.

In parte è per lo stesso motivo per cui il concetto di “azienda come famiglia” continua a darmi i brividi.
Perché sono segnali di come un aspetto della nostra esistenza – lavorare per vivere – stia cercando di infiltrarsi in ogni altro momento della nostra vita – fino aportarci a vivere per lavorare.
Non è sano, come non si sta dimostrando sana questa idea di trasformare ogni individuo in un’azienda, in competizione con tutte le altre.

Davidson si scorda di dirci, nei suoi lavori, che la Passion Economy alla fine i soldi li fa fare ad altri – ad Amazon che vende i nostri ebook autopubblicati, a Youtube che vende lapubblicità prima durante e dopo i nostri video, a Spotify che distribuisce inostri podcast, ad Etsy che vende le sciarpe che abbiamo fatto lavorando a maglia.
E non è una cosa nuova – da sempre gli editori fanno soldi sul lavoro degli autori; i “soldi veri”, nella Hollywood dell’epoca d’oro, li facevano gli studios che possedevano catene di cinema in cui distribuire le loro produzioni.
Oggi le cose sono cambiate. Chissà, forse i soldi li fanno le piattaforme digitali come Netflix.

Ciò che Davidson si scorda di dirci, insomma, è che la Passion Economy, fondata sulla passione e sulla creatività individuale, è solo un ingranaggio della Distribution Economy, fondata sul controllo di mezzi distributivi, che è poi sempre la solita Business As Usual Economy, dai tempi dei fenici.
Tu fai qualcosa, io lo vendo. Sono solo cambiati i dettagli e, forse, le percentuali.

Io forse sono fortunato.
Ho sempre avuto “troppi interessi”, e quindi diventa facile trasformarne uno in un lavoro, cercando di nonperdere il piacere di farlo, mentre si conservano gli altri interessi come ancora di salvezza, come spazio in cui rifugiarsi due ore al giorno per sfuggire alla competizione, all’ostilità, all’orrore del mio dio, se non scrivo la banca si prende la casa!

Ma non è una situazione sana, quella che ci viene presentata.

Ce lo aveva detto Ray Davies, nel 1986.
Ma noi non stavamo ascoltando.

Ah, dimenticavo – ci sono quei dati ancora da analizzare, se qualcuno fosse interessato.
Ma bisogna avere passione, e non sperare in un compenso o un riconoscimento.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

7 thoughts on “Senza la passione saremmo perduti

  1. Il tuo conoscente con due cattedre… direi che è clamoroso, ma temo che sia in ottima, terribile compagnia.
    Alla fine sono tutti bravi con la passione degli altri 😅

  2. Parole sante
    io mi sono fott* la vita con questa storia
    Ho lavorato anni gratis per altri e ora mi trovo ad annaspare per arrivare a fine mese

  3. “segnali di come un aspetto della nostra esistenza – lavorare per vivere – stia cercando di infiltrarsi in ogni altro momento della nostra vita – fino a portarci a vivere per lavorare”
    Davide, non sta “cercando di infiltrarsi”, è già pervasiva in ogni aspetto delle nostre vite e della società.
    Pensa solo al cambiamento della scuola, da formatrice di cittadini a produttrice di forza lavoro.
    E la passion economy non è altro che la sussunzione delle passioni (hobby) da parte del sistema di produzione.
    È il passaggio da “lo fai per passione, e ci paghi le bollette” (sfigato à la “sì, ma cosa fai di lavoro vero?”) a “lo fai per passione e crei profitto, bravo! Coraggioso! Er stevejobs de’ noantri!” (resti sfigato, il profitto non è tuo),
    Perché il profitto non nasce mai dal proprio lavoro, nasce sempre dal lavoro degli altri.

  4. In fondo la passion economy non è altro che la sussunzione di un’utopia marxista: il comunismo come possibilità di libera espressione dell’individuo.
    Sia, purché crei profitto. 🙂

  5. Davide, è vero. Mi pare la fregatura della flessibilità. Scrivere come Clark Ashton Smith rimediando la paghetta dell’editore e intanto fare lavori non adatti alle proprie competenze facendo figure alla Buster Keaton.

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