strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Ritorno della Buran

13722Oggi un post decisamente fuori programma, che nasce dal fatto di esser stato sveglio fino alle tre a chiacchierare.

Molti anni or sono scrissi e pubblicai una storia intitolata Buran – era il 2006, e il racconto uscì sul terzo volume dell’antologia Alia, pubblicato dalla CoopStudi di Torino.
Buran era la storia della rinascita, strana e avventurosa, di un programma spaziale sui generis in risposta ad un evento tanto inspiegabile quanto meraviglioso.
Era una storia sulla dignità della ricerca scientifica, sulla passione e sull’avventura della corsa allo spazio, sull’importanza di continuare a guardare le stelle.
Era eroica, enfatica, ottimista, e vagamente satirica.

In quella storia, mi serviva un’astronave, un veicolo spaziale che potesse portare quattro vecchi in orbita attorno alla Terra.
C’erano i vecchi Shuttle degli americani, certo, ma io preferivo le navette Buran sovietiche, anche perché erano strane, ed avevano una storia.
E così scrissi questo, a circa metà del racconto…
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Perché i morti viaggiano veloci

… e venerdì sera, lezione su Dracula con Franco Pezzini alla Libera Università dell’Immaginario di Torino.
Dove sarebbe bello proporre un sacco di cose, in futuro.
Ma per il momento, Capitolo Primo del lavoro di Stoker…

3 May. Bistritz.–Left Munich at 8:35 P.M., on 1st May, arriving at Vienna early next morning; should have arrived at 6:46, but train was an hour late. Buda-Pesth seems a wonderful place, from the glimpse which I got of it from the train and the little I could walk through the streets. I feared to go very far from the station, as we had arrived late and would start as near the correct time as possible.

The impression I had was that we were leaving the West and entering the East; the most western of splendid bridges over the Danube, which is here of noble width and depth, took us among the traditions of Turkish rule.

Jonathan Harker si lascia alle spalle la civiltà e penetra in una sorta di water margin, un luogo dai confini labili nel quale si incontrano Oriente e Occidente.

Ora, io sui luoghi in cui Oriente e Occidente si incontrano ci ho scritto un ebook, intitolato Il Crocevia del Mondoche potete scaricare da qui in vari formati; è gratis, ma se volete lasciare un segno del vostro apprezzamento, ci sono pulsanti per donazioni e wish-list a disposizione.
Ed è per questo che l’amico Franco Pezzini ha pensato di coinvolgermi in questa prima gita in Transilvania, in qualità di persona informata dei fatti.

Di cosa parlerò?
Ah, qui bisogna vedere quali diaboliche domande Franco deciderà di pormi al fine di sondare la mia mente (o ciò che ne rimane).

 

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Colli di bottiglia

Giorni pieni,molto pieni.
Ma la notte passata abbiamo trovato qualche ora per fare qualche chiacchiera attorno ad un tavolino con qualcosa di fresco da bere, in un locale deserto.
L’afa è soffocante.
Si parla di fumetti, cinema, fantascienza.
Ne scaturisce ora un buon pork chop express.

Il mio amico Fulvio, che possiede una mentalità infinitamente più cosmopolita della media, lamenta il fatto che non ci si riesca a trovare, di quando in quando, a scambiarsi idee per racconti e sceneggiature, a fare quello che se fosse un pretenzioso pallone gonfiato chiamerebbe brainstorming, ma essendo un giovane di classe, la mette giù infinitamente più casual – incontrarsi e passare un po’ di giorni a scambiarsi idee, opinioni, trovate.

Eppure qui si fa fatica, concordiamo tutti.
Perché tutti hanno il terrore che le loro idee vengano rubate, usate da altri, dirottate.

E ci troviamo a scrollare il capo, ed a dirci che in fondo, quella di trovarsi e far rimbalzare un po’ di idee è sempre stato il sistema – a New York si trovavano a casa di Ike Asimov, o a casa di Harlan Ellison…
Proprio Ellison racconta di serate con Ron Hubbard che sparava balle, e Lyon Sprague De Camp che prendeva appunti ogni volta che qualcuno rideva, perché cercava la formula dell’umorismo (era un ingegnere, capirete…)
Dall’altra parte d’America, sulla baia si incontravano Leiber, Damon Knight e Harlan Ellison (…)
Oppure si trovavano Philip K. Dick, Tim Powers, J.P. Blaylock e K.W. Jeter – immaginate la scena.
E quando a Londra, Kim Newman, Neil Gaiman e Clive Barker divisero un alloggio, di cosa parlavano?
Ci si preoccupava, in uno qualsiasi di questi gruppi, del fatto che qualcuno potesse approfittare dell’ispirazione altrui?
Che Asimov potesse rubare un’idea a Fredric Pohl o a Ben Bova?
Si accapigliavano, Barker, Gaiman e Newman, per decidere a chi appartenesse quell’idea per un intreccio, quel pezzetto di dialogo, quella trovata…?

Il problema del furto di idee è ridicolo.
In una situazione come quella che immaginiamo – non per la prima volta – attorno alle nostre bibite nella notte afosa di Nizza, è di per se foriera di un tale volume di idee, di ispirazione (se mi passate il termine, che come sapete non mi piace granché) che la questione furto diventa assolutamente trascurabile.
Per dire – siamo in sette, sviluppiamo in una serata trenta idee per altrettanti racconti, macchissenefrega se due o tre decidono di usare la stessa.
Tanto i risultati saranno diversissimi.
Idem per articoli, sceneggiature, conferenze, lezioni, podcast, post sul blog…

Ci ritiriamo in buon’ordine all’ora di Cenerentola, dopo aver discretamente ma decisamente flirtato con la graziosa barista, dicendoci che sarebbe comunque bello provarci.
A fare brainstorming, eh.
Non con la barista.

No, ok, anche con la barista, ma non è di questo che voglio parlare…

C’è però un fatto che non abbiamo considerato, e che mi afferra nottetempo come un’anima inquieta in un racconto di Dickens mentre stazione davanti al frigorifero aperto in cerca di sollievo.

Se a New York si trovavano una sera Asimov, Heinlein, Van Voght, Sprague De Camp, Fletcher Pratt, Ben Bova, Cyril Kornbluth e Fred Pohl, con relative consorti o fidanzate, e si palleggiavano un po’ di mezze idee e spunti, e poi ciascuno si metteva al lavoro, il mercato americano negli anni ’50 era talmente vasto, da poter ospitare (e pagare!) anche tre storie basate sulla stessa premessa, scritte da autori radicalmente diversi come Bova, Pohl e Sprague De Camp.

Anche ammesso che decidessero di sfruttare lo stesso spunto, Barker, Newman e Gaiman avrebbero avuto non solo tre approcci differenti, ma anche e soprattutto una vasta scelta di mercati paganti, disponibil a pubblicare, nei trenta/sessanta giorni successivi i rispettivi lavori, in Gran Bretagna.

E lo stesso, naturalmente per Dick e i suoi amici…

Ma se qui, ora, in Italia nel 2010, per dire – in sette, sviluppiamo in una serata trenta idee per altrettanti racconti, e due o tre decidono di usare la stessa, il mercato è in grado di accomodarne una sola.
Se va bene.
Ne consegue che io la mia idea me la tengo stretta – perché c’è un collo di bottiglia, uno solo può passare, e solo uno sciocco fornisce munizioni alla concorrenza.

È orribile, ma è il meccanismo in atto.
Non vale solo per la narrativa fantastica, naturalmente.
Ma incide.
Incide maledettamente.

Il passo successivo, naturalmente, è la difesa dell’orticello – se qualcuno dice space opera, ed io sono l’aspirante al titolo di Signore della Space Opera, devo distruggerlo senza pietà.

È un meccanismo perverso, che porta un mercato ristretto ed asfittico a diventare ogni giorno peggio.

Anche se ciò non toglie che noi, prima o poi, ci proveremo lo stesso.
A mettere insieme un paio di serate di chiacchiere fra scrittori.
Se saremo fortunati, quelli maledettamente sulla difensiva vorranno partecipare, per rubare il più possibile a noi imbecilli (perché per organizzare una cosa del genere è quello chedovremmo essere, giusto? Imbecilli che non hanno capito come funziona il sistema…)
Verranno.
Faranno di tutto per esserci.
E così, poco per volta, con una lentezza snervante, cambieremo le regole.
Perchè non potete fermare il segnale.
Ed è ora che ve ne rendiate conto.

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Cosa fare dopo il diploma

Una specie di inaspettato ma benvenuto seguito al discorso sull’essere soli – nell’universo e a scuola…

Interessante filmato di David Brin, su come selezionare un indirizzo universitario, come sopravvivere all’università e diventare persone complete.
Include il famoso metodo dell’esplorazione casuale dell’edificio universitario – fantastico!

Facendo le debite proporzioni e valutate le differenze fra sistema italiano e sistema americano, sottoscrivo in pieno.

Non limitarsi alle gratificazioni immediate.
Cercare la sfida.
Diventare esperti in un aspetto della nostra materia.
Mantenere vive passioni ed hobby.
Non permettere alla struttura di incasellarci.

È tutta questione di atteggiamento e di curiosità.

Alla via così.


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Il Nuovo LN

Ho finalmente avuto modo di vedere il nuovo LibriNuovi.

Sono ormai parecchi anni (anni, mio dio, sto invecchiando) che collaboro con l’allegra ciurma che si stringe attorno alla rivista della CoopStudi.

Al vecchio LN – che era poi il nuovo LN, perché la prima serie io non l’avevo mai vista – mi ci ero affezionato.
Stava nella tasca del cappotto, aveva delel copertine sufficientemente surreali.
E ci si parlava dilibri, e di ciò che gira attorno ai libri.
E poiché conoscevo – e conosco – gran parte di coloro che ci scrivevano (e ci scrivono), leggere LN era come riprendere una conversazione in differita con gli amici assenti.

Nuovo corso.
Nuovo formato.
LN 2.0…

Confesso un certo nervosismo, nell’avvicinarmi a queste 170 pagine scritte fitte.
OK, c’è il mio pezzo – tredicimila parole sullo steampunk, una sorta di sampler del saggio in lavorazione, inclusa una bella, lunga intervista con G.D. Falksen.
Un pezzo del quale sono più che discretamente soddisfatto.

Ma… e il resto?

Il resto funziona così.
Voi prendete il nuovo LibriNuovi e questo si apre come una bella rivista con articoli di approfondimento – argomento letterario, certo, ma sempre con un’angolazione un po’ insolita.
Ci sono le interviste, le panoramiche, le riflessioni.
Leggo Citi, o Pezzini, o Fabbri, o Lupi, ed è come sentirli parlare, mentre raccontano, magari divagano, ma cavalcano l’onda della qualità, danno da pensare.
Ci sono linkografie, bibliografie, filmografie, foto…

117 pagine se ne vanno in questo modo – e non te ne accorgi.

Nelle quaranta successive, col classico bordo grigio dei vecchi tempi, la rivista lascia il posto alle recensioni, alle schedature.
Quaranta pagine di recensioni non dovute, non pagate, non omologate, ma fatte perché era l’unica scelta possibile per i recensori – parlare di quel libro, in quel modo, in questo momento.

Ed a chiudere, due racconti – Massimo Citi e Consolata Lanza

Ho finalmente avuto modo di vedere il nuovo LibriNuovi.
Dovrebbe uscirne uno ogni quindici giorni.
Allora questo sarebbe un mondo perfetto.

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Per NON insegnare a scrivere

Il discorso fatto poc’anzi sul laboratorio di scrittura del Colorado settentrionale, dal quale è uscito un libro più che degno che – nonostante le vicissitudini fisiche – ora figura con ampio onore sul mio scaffale dell’avventura, aveva ed ha un doppiofondo.

Nel senso che, da un po’ di tempo – oh, non più di due o tre anni – con Massimo Citi si discute dell’eventualità di mettere in piedi “qualcosa” che sia connesso con la scrittura.
Lo definiamo qualcosa e non con un termine più preciso per tutta una serie di motivi.

L’idea, credo, è cominciata ai tempi in cui si selezionavano i racconti per l’antologia Fata Morgana – antologia trasversale, multi-genere, aperta tanto ai professionisti quanto ai dilettanti della scrittura.
Pari dignità per tutti – da Stephen King (se mai avesse voluto inviarci una storia) a Mario Rossi, stessa esposizione, stesso tema da sviluppare, stesso criterio di selezione: un gruppo di editor che si leggono TUTTE le storie, e poi discutono, ciascuno caldeggiando i propri preferiti, magari contattando quegli autori che, con un minimo di editing, potrebbero entrare nella rosa dei pubblicati.
Una fatica improba.
Ma, anche, l’occasione per constatare sperimentalmente un fatto – se è vero che tre italiani su quattro vogliono fare gli scrittori, almeno due su dieci di quelli che ci provano e si buttano potrebbero, con un minimo di perseveranza e con le informazioni adatte, produrre opere dignitosissime.

E allora mettiamo in piedi una scuola di scrittura!

Ma qui si risveglia la nostra coscienza, le braci opportunamente ravvivate da Gordiano Lupi col suo corrosivo ma imprescindibile Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura.
E non solo quello.

Ognuno di noi aveva la propria esperienza – personale o amicale – di scuole e scuolette varie di scrittura creativa animate da docenti o relatori narrativamente oscuri, non proprio famosissimi e non esattamente di chiarissima fama. In non pochi casi emeriti Carneadi. Nulla di (troppo) male in questo, per carità, ma ci risultava francamente difficile credere che chi non abbia anni e anni di esperienza e un rapporto maturo con lo scrivere e la scrittura sia davvero in grado di «insegnare» a chi non ha esperienza e abitudine alla scrittura.

Insomma, girala come ti pare, è praticamente assiomatico:

Corso di scrittura = truffa

Il fatto è che sono io il primo a sostenere che la scrittura non si può insegnare.
Si possono fornire gli strumenti, delineare un paio di regole la cui funzione è essenzialmente quella di essere acquisite e trascese.
Ma insegnare? No.
L’insegnamento prevede un corpus di saperi definiti che si possano trasmettere agevolmente attraverso il linguaggio, e che appresi, mettano in condizione di eseguire una serie di operazioni.
La scrittura non funziona così.

E questo non per ipotetici e nebulosi concetti di talento, predestinazione divina, superiorità genetica dell’autore rispetto alle masse brute dei rudi meccanici.
Ma perché la scrittura è qualcosa di talmente personale (ancorché pubblico) che le mie regole le ho dovute scoprire ad una ad una nonostante una pila alta così di manuali, e non valgono per altri.

Eppure, ho il massimo rispetto del Clarion – dove hanno insegnato alcuni dei miei idoli, a cominciare da Fritz Leiber – ed avevo dato il mio supporto all’abortito Clarion Europe.
Ed il mio amico Ken Asamatsu ha una scuola di scrittura dalla quale è uscito Nagaru Tanigawa – quello di Haruhi Suzumiya, un altro idolo personale.
Ed ora c’è questo vagamente improbabile Northern Colorado Writers’ Workshop da cui escono meraviglie…

Ma in effetti non sono scuole – neanche quella dell’amico Asamatsu-sensei – sono qualcos’altro, sono laboratori.
Basati, più o meno, su un rapporto paritario fra i partecipanti, e su una offerta di argomenti che non si limitano alle regolette idiote dello scrivere (“Una storia narrata in prima persona non può chiudersi con la morte del narratore…”), ma che deve potersi espandere.
Ci sono così tanti argomenti dei quali si potrebbe parlare…
Editing.
Genere.
Disciplina narrativa.
Sceneggiatura.
Outlining.
Leggere per scrivere.
Vedere per scrivere.
Self-publishing.
E-book…

Sarebbe bello organizzare un luogo/momento in cui – come sulle pagine del vecchio Fata Morgana – professionisti e dilettanti si possano incontrare e confrontare le proprie esperienze, facendo qualcosa, insieme, come spunto per crescere, tutti.

E poi la possibilità di pubblicare i risultati, in qualsiasi forma sia più consona/accessibile.
Perché se al corso di scrittura non partecipano gli editori, per dare il loro contributo alla discussione ma anche per incontrare potenziali collaboratori, allora è finita prima di cominciare.

Nel resto del mondo ci riescono.
Senza creare trappole per gonzi.
Senza truffare il prossimo.
Senza creare vuote illusioni.
Offrendo qualità, promuvendo qualità.
Perché noi no?
Guarda il ciarpame che ha pubblicato e pubblica certa gente on-line – e tutti a scrivere “Grazie! Quante cose ho imparato..!”

Ci sono parecchi progetti nell’aria, in questo momento.
Massimo Citi si appresta a pubblicare sul suo blog il manuale di scrittura creativa creato all’interno di CS nei lontani ani ’90.
Io cerco complici (individui, istituzioni… sto compilando una lista).
Cerco opinioni.
Cerco volontari (pericolosissima, questa).
Prendo appunti.
Perché sarò demente, ma l’idea di un Northwestern Writer’s Workshop mi diverte.
O magari, chessò, nel periodo autunnale, complice un agriturismo, un bel Southern Monferrato Writer’s Workshop

Sarebbe bello, riuscire a fare qualcosa che sia superiore alla somma delle sue parti, e si esprima come una bella antologia di storie – e magari un romanzo come quello pubblicato da Ronnie Seagren…
Sarebbe un trionfo sulle chiacchiere vuote e i deliri dei guru.

Se mai succederà, sarete i primi a saperlo.
Intanto, ditemi la vostra…


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Le fantasie degli altri

Strategie evolutive si spegne per una settimana circa, mentre il barista/pianista/gestore del locale si sposta ad Urbino per doveri di dottorato.
Non piangete, cari lettori – non sarà poi così lungo.

E dovendo sospendere i lavori per qualche giorno, mi pare il caso di lasciare il pubblico con un bel pork chop express.
Una riflessione che è venuta fuori ieri al Salone del Fumetto, durante la presentazione dell’antologia Alia (sì, ok, dopo quel certo incontro), e che a detta di alcune persone dell’opinione delle quali mi fido, merierebbe di essere ampliata.

Ed allora comincio qui, metto giù un paio di note, e vi lascio per una settimana a pensarci e a discuterne fra voi, se avete voglia – chiedendo in anticipo scusa se qualcuno dovesse restare fuori dai commenti data la mia impossibilità di approvare i post.

La mia osservazione, quindi – uno strumento eccellente (non l’unico, forse non il migliore, ma eccellente) per conoscere davvero una cultura diversa dalla nostra, consiste nel leggere la loro narrativa popolare.
I polizieschi.
La fantascienza.
L’orrore.
I romanzi rosa.
Non i classiconi, non le pietre miliari – importantissimi, eh, quei libri, ma non subito, non a digiuno.

Ricordo che quando Alia muoveva i primissimi passi (tempi eroici in cui i dinosauri dominavano la terra), molti lettori “forti”, vicini al progetto ed interessati, si dissero incapaci di avvicinarsi con serenità ai testi giapponesi, mancando di “punti di riferimento culturali”.
Ricordo anche che trovai la cosa ridicola.
Queste persone non avevano intenzione di leggere fantascienza e fantasy… per paura che fossero troppo diversi?
Diversi da cosa?
È da sempre che il fantastico e l’immaginario ci parlano della realtà descrivendo qualcosa di completamente diverso!

Il genere innesta dei filtri, vedete.
Il poliziesco ha una sua struttura, delle sue regole, mi fornisce dei punti di riferimento.
L’orrore fa leva su elementi comuni e li cucina in salsa locale.
La fantascienza ed il fantastico in genere prevedono una certa diversità, un certo esotismo, e smorzano perciò lo chock di confrontarsi con qualcosa di completamente diverso.
Il romanzo rosa… beh, immagino ci dica un sacco di cose sulle convenzioni sociali, in termini molto molto semplici.
(ammissione di un lettore onnivoro – ho letto un solo rosa nella mia vita, per studiarne la struttura, e mi sono annoiato a morte. Meglio, infinitamente meglio l’erotismo, quando è scritto bene, che lì almeno ci si diverte…)

In confronto a questi semplici generi, la letteratura davvero difficile rischia di lasciarci disorientati.
L’umorismo, ad esempio.
Ecco – io ho capito che sotto c’era la fregatura quando, dopo anni che me la menavano con “l’umorismo demenziale” di Rumiko Takahashi, ho letto Frederik Schodt e ho scoperto che non era assolutamente demenziale – semplicemente ci eravamo persi i riferimenti culturali.
E, già che ci siamo, sì, è per questo che io i mangamaniaci li tengo a distanza di braccio.
Perché bluffano – e spesso ignorano altezzosamente il contesto culturale.
“È assurdo perché deve essere così!”
Certo, come no…

Poi, ok, bisognerebbe leggere in originale, bla bla bla.
Facciamo ciò che possiamo.
Però anche una buona (e sottolineo buona) traduzione va più che bene.

Bisogna leggere i romanzi d’avventura – per avere un’idea di cosa sia che risveglia il desiderio di fuga di quella gente.
I romanzi per ragazzi, per sapere cosa sognino gli adolescenti – e cosa pretenda daloro la società.
È l’immaginazione che ci apre le porte ad altri modi di vedere e mediare la realtà.
Sono le fantasie defgli altri, che ci aiutano a capirli.

Unico problema – per leggere e capire, ed usare, il genere degli altri, dobbiamo conoscere bene il nostro.
Specie i generi dalla codifica più plastica – il fantasy, la fantascienza.
Perché i generi si contaminano, si intrecciano, si scambiano elementi.
Sono linguaggi.

Forse l’unico mezzo altrettanto efficace per avvicinare una cultura diversa dalla nostra è la musica popolare.
Occhio – non il folk, e non il pop di MTV.
La musica che ascolta le gente.

E così ho una scusa per lasciarvi mettendoci anche un video…