strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il caldo non aiuta

L’idea è quella di finire la prima stesura di questo romanzo che ho in macchina nei prossimi quindici giorni.
Considerando che sono a un terzo buono, e che ho tutto delineato con cura, non dovrebbe essere difficile, a patto di scrivere almeno 3/4000 parole al giorno.
Che non è poi così orribile.

Se solo non facesse così caldo.

Scrivere, lo abbiamo detto più volte, è starsene seduti al buio aparlare coi nostri amici invisibili, ma è anche un duro lavoro fisico – lunghe ore passate alla tastiera causano problemi diversi come l’artrosi alle mani o il rischio trombosi.
Il caldo non aiuta, specie il caldo umido della valle del Belbo.

A questo si aggiungono altri problemi contingenti.

La prima stesura che sto cercando di finire è di fatto, già adesso, a un terzo della corsa, una seconda stesura. Fortunatamente.
Perché le prime stesure sono sempre orribili.
Non credete a chi dice il contrario.

Il fatto è che scrivendo, è facile tornare indietro, rileggere, dare una sistemata. Rendersi conto che c’è un personaggio sul quale ruota tutta la faccenda e che è insopportabile, inutile, slavato e grazie al cielo muore fra venti pagine … però perché funzioni dobbiamo arrivare in fondo a quelle venti pagine col lettore fermamente convinto che quello sia il personaggio principale, e ci si affezioni, e creda in lui.
Perché quello era un dettaglio che nella delineatura non c’era, e bisognerà lavorarci.

Diventa complicato, specie col caldo, e la consapevolezza che verremo pagati, forse, chissà, fra due anni.
Ma c’è un contratto, e una volta consegnato il libro saremo liberi di tornare a lavorare a cose più divertenti, e con migliori prospettive di retribuzione, e sarà intanto arrivata la stagione delle piogge.

Per cui ora il sistema è scrivere 500 parole, e poi fare una pausa, due passi, un sorso d’acqua, magari un rapido post sul blog, e poi avanti. Così, dalle sei del mattino alle dieci, e poi di nuovo verso il tramonto.

Possiamo farcela, anche se il caldo non aiuta.


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Il Premio Scribe

Come dice l’Edda di Snorri, l’uomo non deve vantarsi dell’orso che non ha ancora scuoiato.
O qualcosa del genere. Sto citando a memoria Lyon Sprague de Camp, quindi vi rendete conto anche voi che è una faccenda un po’ incerta.
Comunque…

La International Association of Media Tie-In Writers è un’associazione internazionale che vuole promuovere l’immagine pubblica ed il lavoro di quegli autori che pubblicano professionalmente lavori in qualchemodo collegati a delle properties transmediatiche – romanzi di Guerre Stellari, fumetti di Alien, audiodrammi di Dr Who, novelization di film e serie TV, romanzi ambientati negli universi di popolari giochi di ruolo. Cose così.
Perché per un sacco di tempo gli autori di tie-in sono stati considerati scrittori di serie B.
Guardate cosa dicevano di Alan Dean Foster.

Ogni anno, l’associazione assegna un premio, per categorie, al meglio della produzione nella categoria dei tie-in. La lista dei vincitori nelle edizioni degli anni passati dello Scribe Award include appunto Alan Dean Foster, Max Allan Collins (che è praticamente abbonato, stando alla lista di premi ricevuti), Dan Abnett e Guillermo del Toro.
I vincitori per il 2022 verranno annunciati alla Comicon di San Diego, il mese prossimo.

Qui trovate la lista completa dei candidati, e questo è un dettaglio della categoria racconti…

Short Story
Arkham Horror The Devourer Below: “All My Friends Are Monsters” by Davide Mana
Black Panther: Tales of Wakanda – “Bon Temps” by Harlan James
School of X: “Kid Omega Faces the Music” by Neil Kleid
Voices of Varuna: “Distress Signals” by Jean Rabe
Voices of Varuna: “Stepping Stones” by Marsheila Rockwell

Vedremo fra un mese come andrà a finire – è la seconda shortlist in cui finisco con un mio racconto, e tutti ci ricordiamo come andò la prima volta.
L’orso di De camp e tutto quel genere di cose.
Ma anche semplicemente essere arrivato in finale è per me un eccellente traguardo.


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Ai vecchi tempi certe cose non esistevano

OK, così giugno è il mese dell’Pride.
Di solito non ci faccio molto, perché credo che in genere sia meglio lasciare spazio ai membri della comunità LGBTQ+ per essere al centro della scena, piuttosto che offrire alcune opinioni “dall’esterno”.
Solitamente posso segnalare qualche iniziativa, delle interviste o dei libri sui miei blog, ma questo è tutto.
Ma quest’anno è diverso, per ragioni che diventeranno evidenti, quindi ho una storia da raccontare e l’ho già raccontata un paio di giorni or sono sulla mia pagina Patreon. La riprendo qui, con qualche minima modifica.

All my friends are monsters, la mia storia nell’antologia Arkham Horror The Devourer Below, è stata accolta molto positivamente, è in corsa per un premio (e non ha una speranza nell’inferno di vincere, ma non importa) e presenta un personaggio principale queer.
Il motivo di questa scelta…

Ah, per prima cosa – mi è stato chiesto “è stata una scelta consapevole?”
Spoiler: la maggior parte delle cose che mettiamo sulla pagina, soprattutto in termini di personaggi e trama, sono una scelta consapevole; ti siedi e pianifichi la tua storia e fai delle scelte. E sì, è possibile che ci siano degli incidenti inaspettati e positivi, ma non è quello che stiamo cercando, per lo meno in fase di pianificazione.
Quindi sì, quello che leggete nelle nostre storie dis olito è una selta consapevole.

Allora, perché la scelta di un personaggio omosessuale?
L’antologia richiedeva al mio personaggio principale di essere la vittima di un ricatto (non stiamo a fare più spoiler del necessario).
Come conseguenza del ricatto, sarebbe finita in posti molto oscuri (questa è dopo tutto una storia lovecraftiana) e sarebbe arrivata a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Quindi, è necessario decidere: perché viene ricattata? Cosa hanno su di lei i cattivi?

Il ricatto implica un qualche tipo di segreto. C’è qualcosa che il nostro personaggio non vuole che alcune persone – la sua famiglia, i suoi capi, il mondo in generale – sappiano.
Qualcosa che potrebbe danneggiarla se dovesse uscire allo scoperto.
La scelta più ovvia: ha commesso un crimine.

Ma io voglio che il mio personaggio sia unapersona che non ha fatto nulla di male, e rimanga tuttavia catturata dalle oscure macchinazioni dei cattivi.
Quindi, il crimine deve essere qualcosa che ha commesso inconsapevolmente o senza intenzione, oppure è qualcosa che era considerato un crimine negli anni ’20 (quando è ambientata la storia) ma non lo è più oggi.

E allora?
Il mio personaggio ha investito un ragazzino per strada mentre guidava ed è scappata?
Un’azione del genere potrebbe renderla suscettibile al ricatto e darle un forte rimorso. Le sue azioni più avanti nella storia potrebbero essere dettate dal suo desiderio di espiare…

Il problema è che a questo punto io avevo già una solida idea di dove volevo che la mia storia andasse ap arare: col procedere della vicenda, i ricattatori avrebbero costretto la protagonista ad addentrarsi in un oscuro mondo lovecraftiano, e lei si sarebbe trovata più benvenuta tra i mostri che tra gli umani. Iniziando a perdere la sua umanità, come meccanismo di difesa contro l’orrore, sì, ma anche perché i mostri si sarebbero rivelati molto più amichevoli e molto meno critici degli esseri umani.

Quindi, ricapitolando, ho bisogno di un segreto che da un lato potrebbe mandare in frantumi l’esistenza del personaggio se dovesse venire alla luce, e dall’altro, preservare il suo status, agli occhi dei lettori, di brava persona che la società sta trattando davvero male.

Rendere il mio personaggio principale queer è una scelta perfetta, storicamente accurata, plausibile ed economica.
Come donna gay negli anni ’20, la mia protagonista deve affrontare terribili conseguenze: un feroce ostracismo sociale, il rischio di perdere il lavoro, e probabilmente la prigione o il manicomio, ammesso che sopravviva alle attenzioni della polizia, notoriamente piuttosto dura nel trattare con la comunità queer all’epoca. I fatti sono ampiamente documentati.
Tutto questo, per quanto oggettivamente terribile, fornisce un gancio perfetto per il ricatto.
Mette il personaggio in una situazione molto incerta, ed è davvero pazzesco, perché di fatto la mia protagonista non sta facendo del male a nessuno; questo può contribuire a renderla simpatica ai lettori.
E l’intera situazione è assolutamente alienante: come puoi provare lealtà verso persone che non ti riconoscono come essere umano, che non ti riconoscono alcun diritto?
Perché non passare dalla parte dei mostri, quando di fatto i tuoi simili ti trattano già come un mostro?

Quindi ho fatto un po’ di ricerca e mi sono messo al lavoro.
L’orientamento sessuale della protagonista non è il punto essenziale della storia, ma l’atteggiamento della società americana negli anni ’20 a riguardo è il motore che innesca l’intera vicenda.
Bello liscio.
E la storia che ne è venuta fuori non è niente male, anche se me lo dico da solo.

E come ho detto, le recensioni sono state eccellenti.

Fatta eccezione per un tizio – presumo fosse un tizio – che ha scritto una lunga recensione online, lamentando il fatto che l’antologia in generale e “certe storie” in particolare fossero “woke”.
Oh!
Ci sono storie, in questo volume, che hanno completamente stravolto l’ambientazione storica per spingere un’agenda.
Social Justice Warriors, dittatura del politicamente corretto e bla bla bla.
Come ad esempio la storia con il personaggio lesbico, che è completamente errata da un punto di vista storico, “perché sappiamo tutti che le lesbiche non esistevano negli anni ’20”.

E sì, la prima reazione è ridere come dei derelitti, ma… sì, immagino che dimostri davvero che abbiamo bisogno di qualcosa come il Pride Month.
Perché ci sono persone là fuori che credono davvero che le persone queer siano spuntate dal nulla negli anni ’70 a causa delle femministe, o dei film violenti, o dell’animazione giapponese o dall’eccesso di fluoro nell’acqua potabile, o che altro.

Qui non si tratta di una persona che dice “questa storia non fa per me” (che è perfettamente lecito, e potrebbe essere una buona occasione per farsi delle domande), ma di una persona che sostiene che il racconto è “sbagliato” perché contraddice la realtà – beh, OK, la realtà secondo il lettore – e la realtà è che il personaggio principale non può esistere.
Perché si tratta di una aberrazione recente, dovuta alla politca dei liberali o alla presenza di additivi nella carne di pollo o qualcosa del genere.
Ai bei vecchi tempi, ci dice il recensore, “certe persone” non esistevano, ed il fatto che l’autore voglia “inserirle a forza” in una storia è inaccettabile. È sbagliato.
È, se mi passate il termine, contronatura.
Una stellina.

La letteratura è uno strumento meraviglioso per entrare nella mente di persone diverse da noi – un’opportunità per vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri.
Ci aiuta a capire che a volte potrebbe davvero sembrare che i tuoi unici amici siano i mostri.


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E così sono 55

E non fate quella faccia – sono io il primo a non capacitarsi. Perché è vero che ho dei ricordi molto sommari degli anni ’90 – in particolare tra il ’93 e il ’99 – ma non credo che sia per questo che, nonostante gli acciacchi e la stanchezza, io di anni continuo a sentirmene almeno dieci/quindici di meno.
Sarà probabilmente perché conosco dei trenta-quarantenni che sono infinitamente più vecchi di me.

E comunque, eccoci qui.
Fuori infuria la tempesta, tuoni e fulmini, pioggia scrosciante e grandine – il genere di cose che normalmente capitavano ad agosto, ed invece siamo a maggio.
Sappiamo perché tutto questo succede, naturalmente.
Lo sappiamo tutti, tranne i politici.
Forse se si ritrovassero più spesso la stanza da letto e il bagno allagati, come è capitato a me poche ore fa…

Ma parliamo d’altro.
Ho ricevuto dei regali – libri, come al solito. Una collezione di storie di Dorothy Parker, un saggio sulle storie di spettri delle civiltà mesopotamiche, un saggio sulla pirateria sul maree oceano.
Un paio di nuovi giochi di rulo che probabilmente non giocherò mai ma che sarà divertente leggere.
Da mio fratello, la collezione completa dei videogiochi di Tex Murphy – a cominciare da Martian Memorandum, che occupa la bellezza di quasi 34 mega sull’hard disk.
E io ricordo i tempi in cui pareva un’enormità.
Era il 1991.

Leggete quell’etichetta…

Il mio compleanno ha anche portato un contratto firmato con un editore, per un romanzo che quasi certamente uscirà sotto pseudonimo, e del quale non posso dirvi nulla se non che lo sto scrivendo, e che è un fantasy. La prima stesura mi terrà impegnato per le prossime sei settimane.
E dopo, staremo a vedere cosa succede.

La giornata – a parte l’allagamento e la furia degli elementi – è stata piuttosto tranquilla. Ho definito il menù per domani, pianificato una spedizione per fare provviste in settimana.
Temo che per il lato glamour della vita dello scrittore dovrete guardare altrove.
Ma davvero, va bene così.

Buona domenica.


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Tra Vulture City e Margaritaville

Johannes Henricus “Henry” Wickenburg era nato ad Essen, Prussia, il 21 Novembre del 1819, dove la sua famiglia possedeva una piccola miniera di carbone. Quando l’attività venne requisita dal governo prussiano, nel 1847, Wickenburg emigrò negli Stati Uniti, dove svolse l’attività di cercatore d’oro. Mentre esplorava l’area dell’Arizona nota come Vulture Montains, Henry Wickenburg scoprì quello che si sarebbe rivelato il più grande giacimento d’oro e argento nello stato, ed attorno alla miniera chiamata Vulture Mine sorse una città che prese il nome di Vulture City. Arrivò ad avere 5000 abitanti, Vulture City, e tutti i confort della vita moderna – un ufficio postale, un albergo, un saloon, una stazione di servizio, un deposito di esplosivi, un bordello, un albero al quale vennero impiccate diciotto persone nel corso della storia della città.
Tra il 1863 ed il 1942 la miniera produsse circa dieci tonnellate d’oro e sette tonnellate d’argento. E poi basta.
Una volta esaurita la miniera, la città venne abbandonata, ed è oggi una delle più famose ghost town degli Stati Uniti.

E questa non è la storia fatta coi cialtroni.
Perché a questo punto lasciamo che Henry Wickenburg vada per la sua strada (fino a fondare, pochi chilometri più in là, la città che da lui prende il nome), e restiamo per un attimo nella città fantasma.

Le città fantasma sono un caposaldo del western e, più in generale, dell’immaginario americano. Ne esistono in ogni stato dell’unione, si possono visitare, si possono acquistare su eBay o su Craigslist – c’è un tale che dall’inizio della pandemia vive da solo in una città fantasma che ha comprato, tra Nevada e California, con vista sulla Valle della Morte, e fa video su Youtube parlando della sua esperienza.
Cercatelo, che è divertente – c’è anche un fantasma autentico, a quanto pare, in quel posto.

In generale, lo abbiamo imparato al cinema o dai fumetti di Tex, le città fantasma diventano tali perché si esaurisce la miniera, perché vengono travolte da alluvioni (accadde anche a Vulture City) o altre calamità naturali, o perché – e questo è un classico – la ferrovia non passa più di qui.

Uno stato di cose che posso apprezzare – grazie alla politica di riduzione dei “rami secchi” delle ferrovie nazionali, il treno non passa più per Castelnuovo Belbo.

E in un certo senso, con il ban da Facebook che ormai si protrae da un anno e mezzo, è un po’ come se la ferrovia non passasse più da questo blog – e senza il traffico della ferrovia, senza i visitatori che arrivano col treno, questo blog è destinato a diventare come Vulture City.

E per dare un’idea – quando era possibile condividere i miei post su Facebook, i miei link commerciali mi fruttavano circa 30 euro a trimestre … ammettiamolo, non le dieci tonnellate d’oro di Vulture City, ma abbastanza per comprarmi un paio di libri che altrimenti non avrei comprato.
Il fatturato totale dei miei link commerciali negli ultimi diciotto mesi è circa 9 euro.
E considerando che Amazon mi paga al raggiungimento di 25 euro, quei soldì li vedrò probabilmente nel 2026.
Il treno non passa più di qui, la miniera si è esaurite.

Ma a quanto pare qualcuno di qui ci passa ancora, probabilmente attraversando il deserto a dorso di mulo. E il minimo che possiamo fare è tenere aperto per lo meno il saloon, per servire una bibita fresca ai viaggiatori.

Ora, uno dei mantra che mi hanno sostenuto negli ultimi anni – che, come accennato altrove, non sono stati proprio facilissimi – è “come posso usare questi ostacoli?” … in che modo posso usare le difficoltà per continuare ad andare avanti? Per avanzare anche solo di un centimetro invece di farmi ributtare indietro?

E con lo status di ghost town credo che strategie evolutive abbia anche acquisito una grande libertà – alla quale abbiamo sempre aspirato, ma che a volte è stata sacrificata: la libertà di non dover inseguire i like, di non dover compiacere l’algoritmo di Facebook o i criteri di Google. La libertà di non dover mettere giù il prima possibile almeno cinquecento parole su ciò di cui tutti stanno parlando, che sia la pandemia, la guerra, l’ultima serie Netflix o l’ultima uscita di Mondadori.
La libertà di non dover esprimere un’opinione su tutto, facendo sempre il possibile per piacere a tutti.

Guardiamoci attorno.
Il treno non passa più di qui.
Tutti, anche e soprattutto quelli che dicevano che non lo avrebbero mai fatto, si sono spostati altrove – fanno podcast, vlog, video su Tik Tok, qualunque cosa sia che si fa su Discord…

Restiamo noi, ed il suono del vento, e di notte i coyote che ululano alla luna.
O forse sono i graboid.

Ma anche, mi è venuto in mente ieri, mentre perdevo tempo bevendo un tè e guardando la pioggia, abbiamo forse raggiunto lo stato mentale auspicato a suo tempo da Jimmy Buffet in Margaritaville.

Nibblin’ on sponge cake
Watchin’ the sun bake
All of those tourists covered with oil
Strummin’ my six string on my front porch swing
Smell those shrimp they’re beginnin’ to boil

Un posto dove stare e fare ciò che ci pare.
Che per Jimmy Buffet naturalmente significa sbevazzare in maniera disordinata e rimorchiare giovani donne, per noi su strategie evolutive potrebbe voler dire continuare a fare ciò che facevamo una volta… quel che ci pare, senza stress.

Assisteremo ad un vertiginoso calo delle visite?
O si innescherà una qualche forma di passaparola?
Interessa davvero a qualcuno visitare questa città fantasma?
E perché?

Stiamo a vedere…


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Copiando Gaiman: i libri della mia vita

Dicono che dobbiamo copiare da quelli bravi, e c’è questa rubrica, sul Guardian, che si chiama I libri della mia vita, in cui vari personaggi pubblici parlano … aha, dei libri della loro vita.
Hanno appena pubblicato l’episodio dedicato a Neil Gaiman, che trovate qui, e mi sono detto… perché non farlo anche qui?
Così, tanto per vedere cosa ne viene fuori.
Non ci metto neanche i link commerciali, via…

Il mio primo ricordo da lettore

I miei ricordi d’infanzia sono piuttosto sbiaditi. Non sono una di quelle persone che ricordano fotograficamente ogni minuzia della propria vita.
Ma ricordo di aver letto e riletto, durante le scuole elementari, una versione quasi certamente semplificata de Le Avventure di Tom Sawyer. È stato certamente il primo libro che io ricordi di aver letto. Era nella nostra biblioteca scolastica.
E poi i volumi di una vecchia enciclopedia per ragazzi, appartenuta a mio zio. Questi sono i miei primi ricordi di lettore.

Il mio libro preferito crescendo

Mia nonna mi regalò una copia de La Legione dello Spazio, di Jack Williamson, per il mio decimo compleanno. Prima, ero stato un lettore assiduo dei Gialli per Ragazzi della Mondadori, in particolare la serie dei Tre Investigatori, presentata da Alfred Hitchcock, ma in realtà scritta da Robert Arthur.
E sempre a marchio Hitchcock, il volume La Galleria degli Spettri, certo il mio primo incontro con l’horror, altro libro letto e riletto ossessivamente.

Il libro che mi ha cambiato la vita quando ero adolescente

Difficile. Negli anni tra le medie e il liceo ho letto tantissimo. C’è un libro che “mi ha cambiato la vita”? Cosa significa, esattamente?
Ma sono portato a dire The Birthgrave, di Tanith Lee, il secondo libro che io abbia mai letto in inglese – mi cambiò la vita non solo per la qualità della scrittura e le idee che conteneva, ma perché mi confermò che sì, potevo leggere in inglese e divertirmi.
Considerano la piega che ha poi preso la mia vita sucessivamente, quella prima manciata di libri – e quello della Lee fra tutti – ha inciso sulla mia esistenza più di qualunque altra scelta fatta in quegli anni.

Lo scrittore che ha cambiato il mio modo di pensare

La risposta istintiva è Tom Robbins. Lessi Natura Morta con Picchio, in inglese, in un periodo in cui non ero particolarmente felice (capita), e in cui scrivere era diventato estremamente difficile.
Still Life with Woodpecker si rivelò essere tutto ciò a cui aspiravo con la mia scrittura – era comico, era politico, era surreale, era farcito di idee ed era scritto con una facilità ed un ritmo incredibili.
Trent’anni dopo avrei scoperto che Robbins aveva impiegato un anno a scrivere quel romanzo così “facile”. Ma leggendolo la prima volta fu come sentirsi dire “vedi? è possibile”.

Il libro che mi ha fatto venire voglia di essere uno scrittore

La Guida alla Fantascienza di Isaac Asimov, che conteneva un capitolo con i consigli per i lettori che volevano provare a scrivere.
Ma quello è stato solo la scintilla che ha acceso una miccia che era lì dai tempi delle elementari.

Un libro che ho ripreso dopo aver abbandonato

La trilogia di Gormenghast, di Mervyn Peake. Acquistai i tre volumetti della Ballantine principalmente sulla scorta delle copertine, attorno al 1984, e il primo impatto fu molto molto difficile.
Tornai a leggere il lavoro di Peake un paio d’anni dopo, e da allora lo rileggo ad anni alterni.
Non è una cosa così strana, tornare a un libro che ci ha stancati solo per scoprire che non era il momento giusto, ma ora lo è.

Un libro che non potrei più leggere

Non lo so.
Probabilmente troverei i Tre Investigatori insopportabilmente infantili.
Ma non ho mai provato a rileggere quei romanzi (che in effetti ho regalato) e quindi è solo un’ipotesi.

Un libro che ho scoperto tardi nella mia esistenza

Il Conte di Montecristo, letto attorno ai quarant’anni, in seguito alla scoperta di una edizione in inglese (sì, lo so, c’è una certa perversità nel leggere Dumas in inglese) risalente al tardo ottocento. Un libro scritto a cottimo, ma che contiene quasi tutto ciò di cui vale la pena scrivere.

Il libro che sto leggendo ora

Sto per finire The Man from the Diogenes Club, di Kim Newman, e intanto sto rileggendo da cima a fondo la Black Company di Glen Cook – sto per iniziare i Libri del Sud.

Il mio libro-salvagente

Il libro che ti salva la vita, quando le cose non funzionano.
Le Mille e Una Notte, che serve a tirarmi su di morale quando le cose girano male. Oppure qualcosa di P.G. Woodehouse, per lo stesso motivo.
Ma le Mille e Una Notte prima di ogni altra cosa. Ancora una volta, un libro che contiene tutto ciò che vale la pena di raccontare.


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Un anno senza libri

Ho avuto un’altra idea storta. Perché è la fine dell’anno, perché mi sento irrequieto (sarà la mezza età che avanza, inesorabile, verso la vecchiaia) e perché ho voglia di mettermi alla prova ma senza fare troppa fatica.

C’è questa faccenda che nel 2022 leggerò 52 libri, uno a settimana, e pubblicherò qui le mie recensioni. Ve l’ho già detto. Bene così.
Ma ecco un altro piano per l’anno che viene: farò del 2022 un anno senza acquisti.

Un No-Buy Year.

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Tre pagine dell’agenda

All’inizio del mese ho recuperato, da una pila di quaderni che ho qui “in caso di necessità” una agenda del 2015, ancora vergine, e sulla prima pagiona ho cominciato a prendere appunti.

Sono ormai dieci mesi che strategie evolutive è bloccato su Facebook, fin da quel fastale 15 di gennaio quando la mia ricetta delle frittelle settecentesche fu la classica goccia che fa traboccare il vaso, e qualcuno pensò bene di segnalare il mio blog come sorgente di post che fomentano l’odio e l’intolleranza.
Non a tutti piacciono le frittelle.

Dieci mesi sono lunghi.
Dieci mesi sull’onda lunga della pandemia e del lockdown sono MOLTO lunghi.

Certo, Karavansara continua a funzionare, e fa la sua solita manciata di visite. Forse per il fatto che è in inglese, o che non ci posto ricette delle frittelle, non è stato ancora segnalato e bloccato. Qualcuno là fuori è molto distratto (o interessato solo a proteggere il pubblico italiano dalla minaccia di strategie evolutive).
Paura & Delirio sta andando molto bene – abbiamo superato i 25.000 download ed abbiamo una media di circa 300 ascolti per puntata. Per un podcast in italiano, che parla di cinema di genere e che fa episodi da un’ora e mezza, è un successo notevole, e possiamo solo ringraziare i nostri (timidissimi) ascoltatori.

Con l’autunno, la mia complice Lucia Patrizi ha lanciato un nuovo podcast, che gestisce in combutta con Marika “Redrumia” Paracchini. Si intitola Nuovi Incubi e vi invito ad ascoltarlo.

E con l’autunno, io ho preso la mia agenda scaduta con la sua copertina nera imbottita, ed ho cominciato a mettere giù delle idee, per mettere in piedi qualcosa di nuovo, e di autonomo.
Non “l’assurdo guazzabuglio di argomenti” (cit.) di strategie, non qualcosa che abbia nulla a che fare con Paura & Delirio, o con Karavansara, o con la mia pagina Patreon, o con i libri che scrivo per pagare i conti.
Qualcosa di nuovo.

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