strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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I blog sono (di nuovo) morti

Nelle ultime settantadue ore, più o meno, sono successo un po’ di cose variamente rilevanti.
La più interessante è, a mio parere, l’annuncio della mia amica Lucia sul suo blog, riguardo al fatto che d’ora in avanti i suoi post avranno una cadenza irregolare, semplicemente perché aggiornare un blog tutti i giorni è un lavoro pesante e non retribuito.
Posso apprezzare questi sentimenti.
Da altre fonti, arriva invece la notizia che i blog ormai sono morti, e nessuno ha più tempo di leggere ciò che postiamo.
Anche Facebook è morto e Instagram non sta molto bene.

Non è la prima volta che i blog muoiono.
È accaduto per lo meno nel 2012 e nel 2017.
Attorno al 2018 questo blog che state leggendo venne descritto come “semi-moribondo”.
E la sospensione delle condivisioni su Facebook non ha aiutato.
Però siamo ancora qui.

Questo mi porta a fare due considerazioni parallele.

Prima considerazione – credo che alla lunga inseguire i media sia controproducente.
Passare da MySpace a Blogspot, da Blogspot ad una pagina Facebook, da Facebook a Instagram, da instagram a Youtube, da Youtube a Tik Tok è alla lunga sfiancante.
Il pubblico è volubile e cambia di frequente nelle sue infatuazioni. Difficilmente riusciremo a stare al passo.
A questo si aggiunge il fatto che non tutti siamo in grado di cambiare medium con tanta facilità – io resto una persona a cui piace scrivere, e un blog è la piattafortma ideale per ciò che faccio.
E sì, faccio anche podcast – perché è comodo, specie se si collabora con altri.
Ma altre piattaforme? No.
Le ho provate, ne apprezzo il potenziale, ma non riuscirei ad usarle per comunicare.
Io comunico a chiacchiere.

La seconda considerazione è che i blog rimangono, anche dopo la morte.
Usando la finestrella di ricerca qui di fianco potere accedere a qualcosa come quindici anni di mie farneticazioni.
Quindici anni sono tanti.
Sono 4648 post. Più questo.
Con una media di 800 parole a post (senza contare i commenti), sono quasi quattro milioni di parole.
Sono un sacco di chiacchiere, e commenti, e discussioni – e sono qui, se qualcuno vuole dare un’occhiata.
I blog hanno la memoria lunga.

Dopo quindici anni di duro lavoro siamo tornati ai numeri dei primi sei mesi di attività.

Certo, i blog non fanno più i numeri di una volta.
E in Italia naturalmente i blog non hanno mai reso una lira a chi li gestisce – sono una spesa, non una fonte di introiti. Al punto che, coi tempi che corrono, tocca inventarsi qualcosa per mantenere le luci accese.
Se vi va, date un’occhiata a questa pagina del blog Liberidiscrivere – l’admin ha messo su una bancarella di libri usati per liberare spazio in biblioteca e pagare le spese di hosting.

Ma ovviamente, come commentò qualcuno una decina di anni or sono “mica ti ho chiesto io di scrivere un blog” – perché qualcuno dovrebbe darci qualcosa in cambio di “niente”?
Forse è vero che col passare degli anni il pubblico è diventato più spietato.
Non più esigente, ma certamente più cattivo.

Però questa indipendenza dal pubblico, questo “non ti ho chiesto io di scrivere un blog” significa anche che nessuno – se non noi che scriviamo questi blog – ha il potere di farci morire.

Perciò, per il momento, alla via così…

“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col passare di strani eoni anche la morte può morire.”

H.P. Lovecraft

Ci sono nuovi progetti in corso per l’autunno.
Non siamo ancora morti.


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Un’altra recensione per Raiders

E così un canale Youtube che si occupa prevalentemente di Assassin’s Creed ha lanciato una serie di recensioni di libri al di fuori di quel franchise, ed hanno deciso di esordire con The Raiders of Bloodwood.
Che ho scritto io.
E che pare gli sia piaciuto.
Sbagliano a pronunciare il mio nome, ma il libro gli è piaciuto.

E lo so, è spaventosamente inelegante, e gli scrittori veri si riconoscono da come incassano le recensioni più orripilanti con calma dignità e classe, per poi tornare a bere burbon e scrivere sulla loro Remington Modello 5, ma a me piace sentirmi dire che il mio libro è un romanzo fantastico.
E che i miei personaggi sono fantastici.
E quindi lo condivido qui.
Anche se sbagliano a pronunciare il mio nome – perché non arriveranno mai al livello de La Nuova Provincia di Asti, che parlò di me chiamandomi Daniele Menna.


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Niente dura in eterno

Dopo lo scioglimento dei Beatles, il primo dei quattro a uscire con un lavoro da solista fu George Harrison, con un triplo album che si intitolava All Things Must Pass. Il brano che dava il titolo all’album era ispirato ad una poesia di Timothy Leary, a sua volta ispirata al tao te Ching – una meditazione sulla natura fuggevole dell’esistenza.

E sì, questo sarà uno di quei post che vanno un po’ a zig-zag, prima di arrivare , forse, ad una conclusione.

Un paio di giorni orsono, sul suo canale Youtube, Rick beato ha postato un breve video intitolato Nothing Lasts Forever. Beato è un ex produttore che da sei anni gestisce un canale Youtube in cui parla di teoria musicale – ha oltre tre milioni di abbonati, ed è una di quelle persone che si guadagnano da vivere su Youtube. Il suo video prendeva spunto da alcune statistiche pubblicate di recente, che sembrano indicare che la durata media di un canale Youtube è sei-sette anni. Da questa considerazione, il sessantenne Beato ha ricavato una interessante riflessione su come, se si ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo, si finisce con l’avere più di una carriera, più di un modo per guadagnarsi da vivere. E a volte è molto difficile spiegare a chi ci sta attorno che sì, una volta facevamo altro, ma ora facciamo questo…
Il video dura sette minuti e mezzo, e vale la pena di essere ascoltato.

Il video di Rick Beato mi ha dato da pensare per un paio di cose che mi sono capitate di recente.
Io ho cinque anni meno di lui, ed una carriera in meno rispetto a lui.
Però…

A Novembre sarò a Novara per presentare Piemontesi ai Confini del Mondo.
L’associazione della quale sarò ospite mi ha contattato la settimana passata per chiedermi di verificare i dati sul materiale pubblicitario che stanno per mettere in circolazione. E lì, nero su bianco, c’era la dicitura…

Davide Mana, Storico

Che naturalmente è sbagliato. Per quanto mi possa piacere la storia, e per quanto il mio libro sia una raccolta di biografie, io non sono uno storico – si tratta di usurpazione di titolo. C’è gente là fuori che ha passato anni inuniversità, per fregiarsi di quel titolo, ed avrebbero tutti i diritti di risentirsi se io me lo appiccicassi addosso.

Perciò ho contattato l’associazione, spiegando che no, grazie, non sono uno storico.
Sono un paleontologo, ed ho un PhD in Geologia.
Oppure, considerando che è così che da sei anni mi guadagno da vivere, sono uno scrittore.

La risposta è arrivata a stretto giro, e il materiale pubblicitario conterrà la dicitura

Davide Mana, Scrittore

Ci sta. Come dicevo, sono ormai sei anni che pago i conti scrivendo, e sono passati sei anni dall’ultima volta che ho lavorato ad un articolo accademico, otto anni da che ho lavorato per l’ultima volta in università. Scrittore va bene. Descrive ciò che faccio, e come diceva la buonanima di Harlan Ellison non richiede altre qualifiche – scrittore è sufficiente.
Non è millantato credito, non è usurpazione di titolo.
Ma ci si sente strani, a dover accettare che sì, la vecchia carriera si è chiusa, ed una nuova è aperta ormai da anni. E ci si sente ancora più strani a parlarne, a spiegarlo al prossimo.

“Sì, OK. Ma di lavoro vero, cosa fai?”

Questo è ciò che mi ha fatto venire in mente il video di Rick Beato – che ci sono capitoli che si chiudono, ed altri che si aprono, e non c’è nulla di male.

Parallelamente a tutto questo, e sempre in seguito all’uscita di Piemontesi ai Confini del Mondo, è comparso un breve articolo sulla stampa locale. Un buon pezzo, che parla del mio libro, attribuendolo a

Davide Mana, scrittore monferrino

Ecco, questo no.
A parte la faccenda del non avere bisogno di altre qualifiche, io monferrino non lo sono – per quanto io possa vivere a un tiro di schioppo da Nizza Monferrato.
Io non sono cresciuto in questo posto. Mi limiterò a morirci.
Io non sono partecipe della storia e della cultura di queste colline.
Vivo in questo posto da oltre dodici anni, e sono ancora “quelloche viene da fuori.”
E lo sarò per sempre, e mi sta bene così.
Come alcuni conoscenti non mancarono di notare, ripetutamente, quando dodici anni or sono mi trasferii fra queste colline

“Sei proprio un Torinese…”

“Torinese”, sapete, detto con quel tono insistito e quel mezzo sorrisetto col quale si potrebbe dire “molestatore di pecore”, o “primate che si crede sapiens”.
Ed è vero. Io sono nato e cresciuto a Torino, e non posso negarlo, né ritengo di dovermi vergognare. Perché è vero, tutto ha una fine, come dice Rick Beato, e tutte le cose prima o poi passano, come diceva George Harrison. Ma ci sono cose che rimangono, e che nonostante tutto non cambiano.
E va bene così.


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Una nuova recensione per The Raiders of Bloodwood

Il libro è uscito da tre settimane, ormai, e le recensioni cominciano ad arrivare.
E sono buone.
Molto buone, in effetti.
Oggi scopro che Amy Walker, una blogger e scrittrice inglese, ha gradito la mia storia:

Il gruppo centrale di The Raiders of Bloodwood è comunque un gruppo adorabile, e il fatto che siano per lo più persone normali rende le loro interazioni e il loro viaggio il vero momento clou della storia. I piccoli momenti in cui viaggiano insieme, raccontano storie intorno al fuoco di notte o si aiutano a vicenda lungo una ripida collina senza cadere, sono alcuni dei momenti migliori. Mana ti dà la possibilità di conoscerli, di vederli come persone normali in modo che tu possa apprezzarli e prenderli a cuore; e così cominci a preoccuparti per loro quando la loro vita è in pericolo.

E sono particolarmente contento che Amy abbia apprezzato la mia scelta di personaggi, ed il mio modo di descriverli. È stata una picola scommessa, e pare che si sia rivelata vincente.

Arriveranno anche le recensioni negative?
Certamente.
Ma per il momento, posso essere disgustosamente soddisfatto di me stesso.

La recensione completa si trova sul blog di Amy, Trans-Scribe.
Potrei anche cominciare a credere di essere bravino.


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Frankenstein e la seconda stesura

Qualche giorno addietro parlavo con alcuni colleghi, di come ci siano persone che una volta finita la prima stesura di una storia – racconto o romanzo che sia – la cestinano in toto e si mettono al lavoro sulla seconda ex novo.
Pagina bianca, neanche un’occhiata al testo composto fin qui. Quello era una specie di prova generale, un esercizio terminato il quale si può riscrivere la storia da zero.

Io trovo questo sistema terribilmente dispersivo – le parole non crescono sugli alberi, e se è vero che c’è quella vecchia storia che bisogna “uccidere i propri preferiti” – vale a dire eliminare quelle frasi che ci piacciono troppo, nel nostro manoscritto – è anche vero che se ho scritto dieci buone pagine nella mia prima stesura, non le butto nella carta straccia quando riprendo in mano il lavoro.
Quelle dieci pagine sono un’ora di lavoro, e ci ho messo impegno, e se sono venute bene, diamine, non vanno da nessuna parte.

Molti dei miei colleghi hanno letto questa idea di buttare la prima stesura e ricominciare ex novo come un’affettazione da wannabe, il genere di cosa che si posta sui social per mostrare al mondo che siamo scrittori e che soffriamo per la nostra arte.
O qualcosa del genere.
Gente che non ha mai dovuto fare le corse con l’orologio per arrivare in tempo su una scadenza, gente che non ha mai dovuito vedersela con un editor, gente che non ha mai scritto, se non di voler scrivere.
Io credo anche che quello di riscrivere da zero sia probabilmente un retaggio di quando si scriveva a macchina, su carta – il testo della seconda stesura doveva essere ribattuto tutto da capo. Oggi grazie ai software a nostra disposizione, possiamo semplicemente prendere la prima stesura, farne una copia, e poi lavorare di taglia e cuci: eliminare frasi inutili, aggiungere dettagli dove servono, spostare quei due paragrafi dal sesto capitolo all’inizio del terzo, riscrivere completamente un paio di personaggi (magari facendone di due uno).

È quello che sto facendo – nei giorni più caldi della storia dell’umanità, perché naturalmente non vogliamo che le cose siano troppo facili – col romanzo che sto screivendo e che dovrei consegnare fra una settimana.

Un romanzo per il quale ho formato un NDA grosso come una casa, e che quasi certamente uscirà con un house name, per cui non posso dirvi di cosa parla, chi sono i protagonisti, chi lo pubblica e quando – credo di non poter neanche rivelare esattamente di che genere sia.

Ma posso dirvi che sto facendo la seconda stesura – che assomiglia molto al genere di lavoro che il Dottor Victor von Frankenstein era solito fare nel suo laboratorio.
Si prendono le sessantacinquemila parole della prima stesura, che equivale ad un corpo morto, e poi si comincia a lavorare. Si butta tutta la seconda parte (ventimila parole da riscrivere ex novo), si rivolge uno sguardo pietoso all’incipit, e poi si cominciano a spostare i blocchi validi, e a riempire gli spazi lasciati vuoti dai tagli.

La prima stesura è piena di cartelli, del tipo [CAMBIARE I PRIMI DUE CAPITOLI PER INSERIRE IL PERSONAGGIO X], oppure [AMPLIARE IN SECONDA STESURA].
Mentre si scrive la prima, è inutile tornare indietro per cambiare ciò che si è scritto.
Un personaggio si rende necessario al capitolo tre?
Mettiamo un cartello per ricordarci di sistemate i primi due capitoli di conseguenza.
La prima stesura serve essenzialmente per dare corpo all’outline, e rendersi conto di cosa non funziona, e cambiarlo.
Il risultato finale non sarà necessariamente molto simile all’outline che l’editor ci ha approvato, ma dovrebbe essere meglio…

Questo, naturalmente, è il mio approccio, in questo momento e a questo lavoro.
Altri possono fare diversamente. Io stesso posso fare diversamente in diverse situazioni, lavorando ad altre storie.
Se vi hanno detto che esiste un solo modo per scrivere un romanzo, vi hanno mentito – fatevi restituire i soldi del corso (sì, certo… buona fortuna).

Per me tagliare e cucire, seguendo le bandierine che ho messo in prima stesura, è più rapido che non riscrivere tutto da zero – ma è anche perché io trovo sempre più faticoso e doloroso scrivere a macchina. Tastiere ergonomiche, esercizi e pause tattiche possono fare qualcosa, ma ormai le mie mani sono rovinate. Ho le dita che sembrano una strada di montagna, non suonerò mai più il flauto traverso (non una gran perdita, ero molto mediocre) e non farò più giochi di prestigio con le carte (questo un po’ mi dispiace), e guardo avvicinarsi lo spettro dell’artrosi senza avere troppe speranze di scansarlo.
La vecchiaia incombe inesorabile.
Perciò, ringraziamo gli dei della scrittura ed il barone von Frankenstein per Scrivener e LibreOffice, metttiamo il ventilatore al massimo, caraffa di té freddo e diamoci da fare.
Le lancette girano, e ci sono tutte le scene d’azione da riscrivere.

Io le odio le scene d’azione. Coreografare una scena d’azione è un processo lungo e fastidioso, e c’è sempre in agguato il rischio di ripetersi, di usare le stesse parole, le stesse immagini.
Io le odio le scene d’azione.

Ma alla fine, si spera, il risultato sarà all’altezza di quelli raggiunti a suo tempo dal Barone…

Vi terrò informati.


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Sulla corriera tra Kabul e Kandahar

Il mio libro sui viaggiatori piemontesi sta andando bene – e devo ringraziare i miei lettori, e in particolare coloro che hanno trovato il tempo e la voglia di postare delle recensioni online. Mentre continuiamo a vendere copie (bene) sono styato invitato a Novara, il prossimo Novembre, per tenere una presentazione del volume.
Sarà divertente – per molti motivi.

Ora, io di grandissime avventure, di avventure “canoniche” non ne ho avute granché – niente traversata dell’Atlantico in barca a remi, niente ventuno mesi a piedi attraversol’Asia Centrale.
L’unica vera avventura che avevo in programma – Torino-Hong Kong in treno, per festeggiare la laurea – andò a gambe all’aria perché scoppiarono un paio di guerricciole lungo i confini che il treno avrebbe dovuto attraversare, e quindi non se ne fece niente. I soldi risparmiati per il viaggio andarono a coprire un rosso in banca dopo che un committente trovò il modo di non pagarmi un lavoro di traduzione, ed io fginii scoperto. Ci vollero tre anni, e il ricorso ad una agenzia di recupero crediti, ma nel frattempo i quattrini per la Transiberiana erano svaniti.
E poi si parla di avventure…

Ma è sempre possibile trovare avventure a piccola scala, sotto casa, che si possono affrontare a budget ridotto ma con lo stesso senso di meraviglia delle imprese intercontinentali.
Per dire, immaginiamo che dobbiate andare a Novara, partendo da Castelnuovo Belbo…

Novara dista poco più di 76 chilometri in linea d’aria da Castelnuovo – un comune che si trova esattamente sul confine fra le provincie di Asti ed Alessandria – 76 chilometri che diventano qualcosa fra 90 e 100 se ci si sposta in automobile.

Ma supponiamo di spostarci in treno…
Si tratterebbe di una scelta ecologica ed economica – visti gli attuali costi della benzina – e poi viaggiando in treno ci si può rilassare e guardare il paesaggio, o leggereun libro.
E poi comunque la macchina magari non ce l’avete, quindi è o treno o niente.
E in treno le cose si complicano.

In treno, il percorso più breve fra Castelnuovo Belbo e Novara passa per Nizza Monferrato (che dobbiamo raggiungere in autobus), per poi arrivare ad Asti, dove cambiare treno per arrivare a Torino, dove finalmente potremo prendere un altro treno per Novara.

Due ore e cinquantasette minuti e tre cambi – che comunque sono nulla paragonate alla strada alternativa, che da Castelnuovo passa per Alessandria, e poi da Alessandria a Milano, e da Milano a Novara. Quattro ore e mezza con tre cambi.

Esistono naturalmente delle alternative – che riducono il chilometraggio ma allungano i tempi – fino ad anche dieci ore di transito, con tre o quattro cambi.

Ma è molto meglio di così – perché immaginiamo che il motivo per cui state andando da Castelnuovo Belbo a Novara sia partecipare ad una resentazione di un libro … un libro vostro o altrui, non importa … e immaginiamo che tale presentazione si tenga attorno alle sei di sera – scelta estremamente logica, perchè cxosì anche la gente che esce dagli uffici può venirci a sentire.

Beh, questo significa che dovete partire da casa alle due del pomeriggio, naturalmente, e poi pernottare a Novara – perché l’ultimo treno utile per rientrare a casa parte alle sei meno dieci di sera… dieci minuti PRIMA dell’evento al quale desiderate partecipare.

Quindi, ricapitolando – tre ore ad andare e tre ore a tornare, con in mezzo una notte in albergo.
Si parte alle due del pomeriggio di martedì, e si torna a casa alle due del pomeriggio di mercoledì.
Che sono i tempi, che ci crediate o meno, di una andata e ritorno in corriera da Kabul a Kandahar.
Ma naturalmente quello è l’Afghanistan, e ci sono i pashtun…

Per cui sì, come vedete è possibile vivere delle avventure anche nel nostro piccolo.
Dover pianificare il viaggio, calcolare gli imprevisti, preoccuparsi di avere un posto in cui dormire e magari dove mangiare un boccone. E poi il bagaglio, il freddo, i predoni…
E poi magari, a Novembre, farci un post o due, così, per intrattenere il pubblico.