strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Nelle spire dell’algoritmo

Venerdì tredici.
E non un venerdì tredici qualunque – il tredici di gennaio, il compleanno di Clark Ashton Smith.
E io ricevo una mail da Amazon.

Niente di particolarmente sorprendente o preoccupante (è Amazon, non l’Agenzia delle Entrate) – da quando mi servo nel negozio online di Jeff Bezos, ricevo spesso delle mail, che fanno più o meno così…

Ciao, consumatore!
Sulla base dei tuoi acquisti, pensiamo che potrebbe anche interessarti…

E a seguire, grazie alla potenza del meraviglioso algoritmo di Amazon, una lista che di solito include

  • un paio di libri dei quali non mi interessa assolutamente nulla
  • un paio di libri che ho già acquistato proprio da Amazon
  • un paio di libri che ho scritto io
  • un utensile da cucina dalle forme esotiche e la cui funzione mi è ignota

In tanti anni di acquisti su Amazon, credo di non aver MAI acquistato un libro o un altro tipo di mercanzia sulla base delle segnalazioni dell’algoritmo del negozio.
Ma oggi potrebbe essere diverso.
Oggi, per la prima volta in una ventina d’anni come cliente Amazon, sto seriamente pensando di ordinare uno dei volumi che l’algoritmo ha deciso di suggerirmi.
Perché oggi, mi dice l’algoritmo, è uscito questo…

Ora, in realtà, grazie ad una ricerca con Google, scopro che il libro era già stato messo in vendita a Lucca Comics and Games, l’anno passato, e successivamente in una fiera dei fumetti.
Io non ne sapevo nulla, ma a quanto pare ha anche venduto benino.
È anche stata fatta una presentazione durante una diretta on line, annunciata via Facebook – ma poiché nessuno ha pensato di taggarmi, l’algoritmo di Mark Zuckerberg non mi ha mostrato l’annuncio, e io la presentazione me la sono persa.
Nessuno aveva pensato di informarmi, o di suggerirmi di partecipare.

E sì, ho controllato la spam.
Niente.

Ed ora, due mesi dopo, l’intelligenza artificiale di Amazon decide che potrebbe interessarmi questo volume, che è uscito oggi.
E sì, questa volta ci ha preso – il libro potrebbe interessarmi, perché non ne ho vista finora né una copia-autore, né a dire il vero neanche le bozze di stampa.
Nessuno ha pensato di mandarmi via mail una copia dell’ebook.
Nessuno ha finora risposto alle email che ho spedito per avere dettagli.

Ma dopotutto, io sono solo l’autore (anche se dalla copertina sembra che il libro lo abbiamo scritto in due).

E sì, prima che qualcuno di voi possa ventilare l’ipotesi nei commenti – tutto questo È umiliante.
Estremamente umiliante.

Non mi pare – ma potrei sbagliare – che si stia facendo molta pubblicità a questo libro.
Per cui chissà, a parlarne qui sto facendo un qualche increscioso passo falso di qualche genere.

Però mi è parso comunque il caso di segnalare questa uscita.

Perché c’è il mio nome sulla copertina, ed il mio lavoro sotto di essa.

Perché questo è il mio blog, e non lo posso condividere, quindi non credo di fare granché danni.

Perché mettendovi qui il link commerciale ad Amazon, potrei riuscire ad alzare abbastanza denaro da comperarmi una copia.

Perché succede ancora abbastanza di frequente che io mi senta chiedere se i miei lavori saranno disponibili in italiano, e questo libro è in italiano. E non credo ce ne saranno altri in futuro.

Ma chi può dire? La vita è piena di sorprese.


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Tre riviste

La regola è sempre stata una sola – se volete sapere dove sta andando un genere, dovete leggere la narrativa breve.
La narrativa breve è sempre stata il posto in cui vengono messe alla prova le nuove idee, e dove i nuovi scrittori muovono i loro primi passi, e i vecchi scrittori possono fare qualcosa di diverso.
E, nelle riviste moderne, si trova di solito un mix di narrativa, saggistica e recensioni – si vede cosa sta succedendo di nuovo, si sente cosa si dice a riguardo, si scoprono nuovi modi per (sigh) spendere altri soldi.

Complice un bundle di beneficenza e un buono di Amazon (il primo da che strategie è stato bloccato e i link commerciali hanno perso trazione), nell’ultimo mese ho fatto un carico piuttosto interessante di riviste di sword & sorcery e di narrativa pulp – generi che stanno vivendo una sorta di rinascimento.
E a me piace la sword & sorcery, così come mi piacciono i pulp.
Quelle che seguono sono note assolutamente superficiali sul bottino portato a casa.
Neanche a farlo apposta sono tre produzioni americane – il che mi dice che dovrò fare un secondo post per parlare di titoli britannici.
Ma per ora, cominciamo con questi…

1 . Tales from the Magician’s Skull

Questa è probabilmente LA moderna rivista di sword & sorcery per antonomasia – prodotta da Goodman Games (un editore di giochi) e diretta da Howard Andrew Jones, eccellente autore di s&s e curatore dell’edizione in otto volumi della narrativa breve di Harold Lamb pubblicata dall’Università del Nebraska.
La rivista venne finanziata, nel 2017, da un Kickstarter di un certo successo, e al momento si prepara a uscire col suo ottavo numero. Non quindi una rivista ad elevata cadenza di pubblicazione.
I punti di interesse sono certamente i racconti dei contributors abituali Howard Andrew Jones, James Enge e John C. Hocking – tre autori con stili molto diversi e un ampo e interessante catalogo.
La rivista si concentra prevalentemente sulla narrativa, con forse un 10% delle circa 100 pagine dedicate ad aricoli – spesso orientati al mondo del gioco di ruolo.

Layout e grafica ricordano cose come Dragon Magazine o White Dwarf (prima dell’abbuffata di miniature) o – indubbiamente – le vecchie riviste pulp, e tutti i racconti sono illustrati.
la qualità delle storie è molto buona, l’impostazione molto tradizionale.

La rivista è pensata per essere fruita in cartaceo (ogni numero include un elenco dei rivenditori dove è possibnile acquistarla, in giro per il mondo), ma è anche disponibile in pdf – ed in effetti, grazie a un recente Bundle of Holding, per poco più del prezzo di un Urania mi sono accaparrato la “Starter Collection” – i primi sette numeri, più due numeri speciali a suo tempo arrivati solo ai supporter su Kickstarter, in versione digitale.

Magician’s Skull è una rivista che studierò da vicino durante le vacanze – perché pubblicare con loro nel 2023 è uno dei miei buoni propositi per l’anno nuovo. Posterò delle recensioni numero per numero sul mio blog in inglese mentre faccio i compiti.

2 . The New Edge

The New Edge è l’ultima arrivata sulla scena per ciò che riguarda la sword & sorcery – ed al momento esiste solo un Numero Zero, disponibile su amazon per poco più di 4 euro, o scaricabile gratis in PDF o EPUB dal sito dell’editore.

In questo caso il mix è molto più equilibrato – 50/50 fra narrativa e saggistica – e la rivista può vantare una nuova stroria di Dariel Quiogue, un autore eccellente di sword & sorcery di taglio orientale, alla maniera di autori come Lamb o Howard. Sul fronte della saggistica abbiamo un pezzo sullo stato del genere del solito Howard Andrew Jones, e un interessante articolo su C.L. Moore e Jirel di Joiry, di Cora Buhlert.
La rivista viaggia sulle ottanta pagine ed è ampiamente illustrata, ma soprattutto è impaginata su tre colonne, come un vecchio giornale, e contiene quindi l’equivalente di quasi 200 pagine di testo.

Avrà un futuro, The New Edge?
In un mondo che volesse premiare la qualità, non ci sarebbero dubbi – ma allo stato attuale il destino della rivista è in forse – motivo per il quale vi metto il link commerciale: voglio che venda un sacco di copie per arrivare alla pubblicazione regolare.
Merita di avere una lunga vita.

3 . Thrilling Adventure Yarns

Questa è una “falsa rivista”, nel senso che si configura come antologia mono-volume con cadenza attuale. Il volume del 2021 è l’ultima uscita, e come si può facilmente intuire dal titolo, Thrilling Adventure Yarns si ispira ai vecchi pulp, nel formato, nel layout, e nei contenuti – che vengono suddivisi per categorie – Avventura, Sword & Sorcery, Fantascienza, Terrore, Romance, Western… ci sono almeno un paio di racconti per ciascuna sotto-categoria.

A meno di quattro euro in cartaceo per oltre 370 pagine e 27 storie, Thrilling Adventure Yarns 2021 (sì, questo è un link commerciale – sapete come funziona) è il classico acquisto obbligato – il fatto che includa lavori di nomi storici come Jody Linn Nye, Jonathan Maberry e David Mack (più un inedito del creatore di Doc Savage!) lo rende un’eccellente aggiunta allo scaffale della narrativa popolare.
È anche il regalo perfetto per controbilanciare i soliti titoli Adelphi che regalate per darvi un tono.

Ci saranno altri numeri?
Ancora una volta possiamo solo sperarlo – di sicuro si tratta di un eccellente termometro della vitalità della narrativa popolare di oltre oceano.

E tutto questo significa – per me – un sacco di roba da leggere per le vacanze.
Ma d’altra parte, fuori nevica, e dopo otto ore passate a scrivere, ci si può rilassare con una rivista e una tazza di té bollente.


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Sogni di Fuoco

La Aconyte Books ha annunciato stamani il suo catalogo di pubblicazioni per l’estate del 2023, e l’elenco dei titoli dedicati all’universo di Descent, Legends of the Dark include un romanzo intitolato Dreams of Fire

… e pare proprio che la mia produzione per Descent sia in qualche modo legata al fuoco – la tag-line del mio romanzo precedente, The Raiders of Bloodwood, era “The forests of Terrinoth are burning”.
Se non altro c’è una certa consistenza.

È curioso vedere il proprio lavoro annunciato in questo modo mentre è ancora in fase di lavorazione, e òla tentazione di intitolare questo post “come trascorrerò le vacanze di Natale” c’è stata.

Ma bisogna fare le persone serie.

Se volete saperne di più, qui c’è la pagina ufficiale del progetto.


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Kin

Esistono due tendenze generali, nel mondo dei giochi di ruolo – e potremmo chiamarli pesi massimi e pesi leggeri, ma poi qualcuno potrebbe immaginare che si tratti di una questione di qualità, e non lo è.
È, ai fini di questo post, semplicemente una questione di numero di pagine.
Per cui fa una parte abbiamo cose come Pathfinder, Zweihaender o il classico Warhammer Fantasy, che sono dei tomi da 400-600 pagine, e dall’altra una marea di giochi – per lo più indie – che viaggiano sotto alle 150 pagine per un gioco completo.
E dico per lo più indiue perché i tre volumetti di Traveler, o il contenuto della Scatola Rossa che negli anni recenti è diventata un oggetto di culto per coloro che non ci hanno mai giocato, andavano poco oltre il pagecount di un odierno gioco di ruolo indie.
Nei tempi antichi i giochi erano più asciutti – e questo richiedeva da parte dei giocatori un approccio da bricoleur – si aggiungeva materiale fatto in casa, e al manuale si affiancava un quaderno zeppo di appunti, scarabocchi, idee.
“Rules As Written” era ridicolo (io credo lo sia ancora – ma non voglio scatenare una guerra di religione).

Ma francamente, nell’attuale panorama dominato da un singolo sistema e popolato da orde di munchkin che sarebbero capaci di ammazzare una stanza piena di gente con le loro chiacchiere dall’alto del loro corso di scienze politiche sul gioco di ruolo, esplorare i giochi che rientrano nella categoria dei pesi leggeri è spesso una boccata d’aria fresca.

Kin – the Fantasy Tabletop Roleplaying Game è stato scritto e prodotto da Veo Corva, autrice di narrativa fantasy, come prodotto collaterale del suo romanzo Non-Player Character – che non ho letto.

Ho letto invece Kin, che è un manuale di 120 pagine che Jeff Bezos mi ha lasciato per meno di 5 euro, spedizione inclusa. Ho buttato altri 2 dollari come offerta sulla pagina di Itch.io dell’autrice per ringraziarla del voluminoso bundle di materiale aggiuntivo. Perché bisogna supportare gli autori indipendenti.
È scritto bello grande, Kin – per cui l’ho letto in fretta e senza affaticarmi la vista. Ha poche illustrazioni di classe, ed è per circa due terzi sistema, e un terzo setting.

Il sistema è molto semplice, e prende idee in prestito da un sacco di fonti – è abbastanza chiaro che Veo Corva ha una discreta esperienza di gioco. Il motore permette di giocare in due modalità – narrativa e d’azione – per gestire le diverse dinamiche.
È qualcosa che più o meno facciamo tutti, alternando roleplaying e roll-playing nelle nostre partite.
Il sistema di Kin formalizza pratiche che da sempre vediamo attorno al tavolo.


La creazione dei personaggi è rapida, la scelta di opzioni ampia – considerando che risolviamo tutto in poche pagine.

L’idea del gioco è quella di esplorare un mondo nel quale l’intersezione – naturale o artificiale – di diversi piani ha portato ad una situazione di confusione e mutabilità estrema.
Sembra qualcosa di preso da Planescape – e non sarò io a lamantarmi. I giocatori, che interpretano “Planarkin”, non sono troppo distanti dai vecchi Aasimar e Thiefling, opportunamente depotenziati. In effetti, sarebbe possibile usare Kin come motore alternativo per una colossale campagna di Planescape … come non apprezzare l’opportunità?

È molto leggero Kin – nella forma e nel tono – e questa non è una cosa negativa.
È il genere di gioco che richiede un quaderno per metterci appunti e regole della casa – ed ha persino un capitolo intitolato “Create-a-Creature Workshop”, per dare a master e giocatori la possibilità di sviluppare le proprie creature.
Non potevo chiedere di più, viste le dimensioni ed il costo.

Lo giocherò mai?
Non lo so.
Di sicuro, la voglia di buttarlo sul tavolo e vedere cosa ne fanno dei giocatori esperti esiste.
Staremo a vedere.


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Una lettura per Halloween

Facciamo il punto: è il 26 di ottobre, fuori ci sono 28 gradi, in casa ce ne sono 21 – l’anno passato in questi giorni eri già avvolto in una coperta per lavorare al PC; quest’anno no, fa caldo, anche se gli idioti là fuori continuano a negare la crisi climatica, e tu sei qui che smaltisci i postumi del COVID, che ti ha colto dopo due anni a giocare a rimpiattino e ti ha lasciato impanato nel paracetamolo e con la sensazione di essere stato calpestato da una mandria di elefanti. Non hai energia neanche per cucinare, vivi di noodles istantanei, e hai un lavoro da consegnare con urgenza o finirai in rosso in banca, ed è fermo da una settimana. Stai rileggendo The Expanse perché si prova un certo piacere perverso a rileggere della buona fantascienza mentre tutti postano sui social i film horror che stanno guardando, i libri horror che stanno leggendo – come se Halloween fosse una specie di autorizzazione a mostrare qualcosa di cui alla fine ci si vergogna. Ma The Expanse lo stai rileggendo per lavoro, e in questi giorni, anche passata la febbre, non hai la testa per leggerlo come si deve.
Perciò, una bella lettura per Halloween.
Qualcosa di leggero.
La storia di una donna che vende l’anima al diavolo.

Lolly Willowes non compare di solito nella lista degli horror da leggere per Halloween, forse perché non è un horror. È un fantasy, risalente a quell’epoca felice in cui “fantasy” non era ancora una categoria merceologica definita, con delle regole definite e delle aspettative definite.
È un fantasy come è un fantasy Zuleika Dobson, di Max Beerbhom – con cui condivide lo stile di scrittura ed alcuni temi. Come Zuleika Dobson, non lo troverete nelle collane fantasy del vostro editore di fiducia.
In italiano, Lolly Willowes lo pubblica Adelphi, e quindi capirete che questa è Letteratura, non la robaccia che voi leggete di solito.

Lolly Willowes venne pubblicato nel 1926, il primo romanzo di Sylvia Townsend Warner – scrittrice e saggista, poeta, tradutrice e musicologa, nota agli appassionati di letteratura fantasy (sì, certo, come no…) per la sua biografia di T.H. White e per i racconti contenuti nel volume Kingdoms of Elfin.
La storia in un amen – Laura “Lolly” Willowes è una zitella trentenne intrappolata in una famiglia dell’alta borghesia. Lolly lascia l’oppressiva casa di famiglia, si trasferisce in campagna, e vende l’anima al diavolo, in cambio dell’opportunità di non dover più sottostare alle regole.

Ed è tutto qui, scritto con uno stile discorsivo ed elegante, che se ne infischia delle regole della scrittura propugnate da alcuni.
È crudele e satirico, indiscutibilmente femminista e in epoca non sospetta, e non è difficile riconoscere nelle premesse le origini di Ombre del Male di Fritz Leiber.
È anche imparentato, ma questa è solo una mia teoria, con Jurgen, di J.B. Cabell, del quale si diceva qualche giorno addietro, e con Diana of the Crossways, di George Meredith.
Non è la solita faccenda a base di cadaveri sbrindellati e vampire discinte che ci dicono dev’essere la nostra dieta in questo periodo dell’anno.
È, probabilmente, davvero buona letteratura.
Forse per questo gli appassionati di fantasy l’hanno finora ignorato – o forse si sono fatti spaventare dal sottotitolo, L’amoroso cacciatore, che lasciapensare a uno di quei polpettoni vittoriani con le signore dell’alta società colte dai bollori per il guardiacaccia.Ma non è così, ed anche il sottotitolo ha filo tagliente e nascosto.

Se ne trovano varie versioni, a prezzi variabili, e vi ho messo un paio di link commerciali – la vecchia versione in paperback della Wordsworth Classics era meravigliosa, e costava come un sacchetto di patatine, ma purtroppo è fuori stampa.


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Perversioni regali

C’è un sacco di baccano, in questo momento, per un episodio di una serie televisiva che non seguo, e quindi sulla quale non ho il diritto di esprimermi. Lo fa però il mio complice in Chiodi Rossi sul suo blog – e il post lo trovate qui.

Come dicevo, non conosco e non seguo la serie, e non ho quindi visto l’episodio incriminato, ma il post di Germano passa dal particolare al generale, e giunge a delle conclusioni chenon condivido completamente – forseperché parte da premesse che condivido solo in parte.

La tesi (cerco di farla breve): il fantasy è sempre stato piuttosto sterile per ciò che riguarda il sesso, e quindi inserire una sana scena di depravazione (magari una ogni ventisette pagine) non può che fare bene al genere, aiutandolo a portare in scena personaggi più reali ep iù tridimensionali.

Vediamo la prima parte – il fantasy è sempre stato scarso nel rappresentare la sessualità.
Sì, ma…
È noto che le vecchie riviste come Weird Tales – sulle quali ha preso forma la sword & sorcery – spesso ricevevano lettere di lettori indignati per l’eccessiva scollacciatura (negli anni ’30) di certe storie.
“Leggo questo genere di storie proprio per evitare certe porcherie”.
Questo, nonostante le copertine dei pulp fossero spesso molto suggestive.

Io imputo questa strana contraddizione al puritanesimo tipico degli americani, specie negli anni ’30 – e all’opera di alcuni editor specifici.
E come facevo notare proprio in Chiodi Rossi durante una divagazione, c’è questo strano fenomeno per cui gli “spicy pulps” (le riviste pulp più scollacciate) esistevano per qualunque genere – dal western al poliziesco, passando per l’avventura esotica – ma non per fantascienza e fantasy.

È d’altra parte indubbio che già negli anni ’30 le riviste pulp proponessero un fantasy (e una fantascienza – e più in generale un fantastico) che metteva sulla pagina se non la sessualità esplicita (impossibile, per le leggi dell’epoca, pena il sequestro della pubblicazione), di sensualità molto palese, e anche aspetti non eccessivamente mainstream della sfera sessuale.
Nel giugno 1924, copie di Weird Tales che contenevano The Loved Dead di C.M. Eddy Jr – una storia di ordinaria necrofilia – vennero ritirate e mandate al macero in alcuni stati degli USA.

Ma mio primo pensiero va a certe storie di C.L. Moore, come Shambleau – ma anche molte altre storie di Northwast Smith – che non causarono mai la distruzione delle riviste su cui venivano pubblicati, ma che sono interamente costruite su quella che può solo essere descritta come tensione sessuale.

È anche vero che già nel 1920 un tribunale aveva fatto sequestrare Jurgen, a Comedy of Justice, di J.B. Cabell, per “indecenza”. Il processo si protrasse per due anni, ed alla fine Cabell fu capace di ribaltare l’accusa sui suoi accusatori – oltre a chiarire che ciò che li aveva fatti davvero infuriare non erano i moltissimi doppisensi a sfondo sessuale, ma una singola battuta che si faceva beffe dell’infallibilità papale.
Jurgen, che è uno dei migliori fantasy del ventesimo secolo, è ricolmo di doppi sensi, situazioni scollacciate e ribalderie assortite, in quello che è – anche – un feroce assalto alle leggende arturiane che a cavallo del secolo avevano avuto un ritorno di popolarità grazie ai Pre-Raffaelliti e a tutta quella gente lì.
Che Cabell odiava, e ci costruì sopra una eicosipentalogia – un ciclo di 25 romanzi – nei quali lo sberleffo e le situazioni sessualmente compromettenti si sprecano – segnaliamo titoli come The High Place e Something about Eve.
È da notarsi che l’intento di Cabell è (anche) lo stesso di Martin – demistificare i bei vecchi tempi delle dame e dei cavalieri.
Autori diversi come Howard, Lovecraft, Heinlein e Leiber conoscevano bene l’opera di Cabell, che all’epoca fu una specie di caso letterario, per poi scomparire successivamente (e oggi ce lo ricordiamo in pochi).

Poi sì, è vero – il sesso nelle storie di R.E. Howard era spesso adolescenziale, e Lovecraft era chiaramente terrorizzato dalal sola idea, ma in compenso C.A. Smith aveva un gusto molto “continentale” nell’inserrire elementi scollacciati nei suoi racconti.
Puro sensazionalismo? O erano elementi funzionali alla trama?
In un caso o nell’altro, il limite pareva essere solo la censura vigente – e il rischio di fare la fine del povero C.M. Eddy Jr.

E dopo?
Dopo, certo, Tolkien (che secondo alcuni “ha inventato il fantasy” – come se non bastasse ciò che ha fatto per davvero) creò un mondo sostanzialmente privo di pulsioni carnali – un po’ perché era un vecchio cattolico, un po’ perché si ispirava a modelli letterari nei quali certe cose non venivano discusse se non in maniera altamente metaforica, un po’ perché il suo romanzo parla di spirito e di ideali, e non di corpi sudati e imperativi biologici.
E se non ha inventato il genere, certo gli ha dato una impronta difficile da cancellare.

Eppure, eppure…
In The Well of the Unicorn, pubblicato nel 1948, Fletcher Pratt (frequente collaboratore di L. Sprague De Camp) infila tutto – ma veramente tutto – quello che trovate nei romanzi di George R.R. Martin.
La differenza è che il romanzo di Pratt è solo 350 pagine – ed è finito, naturalmente – e tutte le situazioni “delicate” accadono fuori scena, e poi vengono discusse in maniera estremamente ellittica.
ma ci sono, e sono innegabili, e servono a costruire la storia.

Ora, io sono strano, e quindi prima di leggere Tolkien, da ragazzo ho letto Leiber, Pratt, Moorcock e tanith Lee. Per cui questa assenza sistemica dei temi legati alla sessualità nel fantasy non l’ho mai sentita davvero.

In quello che è uno dei miei romanzi preferiti di Michael Moorcock, Gloriana or the Unfulfilled Queen, il rapporto fra potere e sessualità è al centro della trama, è il motore dell’intera azione – ed essendo il romanzo del 1978, Moorcock non ha le remore – o i vincoli – che potevano causare problemi a Cabell, a Moore o a Pratt. Ancora una volta, ci sono cose in Gloriana che fanno sembrare certi episodi di Martin una faccenda per educande – ma sono scritte con classe ed eleganza, e Gloriana è un volume di sole 350 pagine – e naturalmente è finito.

Quindi, com’è che il fantasy viene percepito come un genere asessuato, al punto che un paio di scene soft-porn in un telefilm fanno gridare allo scandalo – o al miracolo, a seconda delle vostre inclinazioni?

Io credo dipenda dal fatto che è passata – da qualche parte nella seconda metà del ventesimo secolo – l’equazione narrativa fantastica = narrativa per ragazzi.
Questa idea profondamente asinina è a tal punto radicata, che se doveste farvi un giro su Amazon italia, potreste scoprire che un sacco di fantasy, e quasi tutta la fantascienza sono classificati come “narrativa per bambini e ragazzi”.
Dhalgren, di Samuel Delany – che certamente contiene più stupri di tutti i libri di Martin messi assieme – è al momento alla posizione 3046 nella classifica “Fantascienza per bambini e ragazzi” (che contiene anche Mattatoio 5 di Vonnegut in ventiduesima posizione).
Book of the New Sun, la pentalogia completa di Gene Wolfe, è al 299° posto “Fantascienza per bambini & ragazzi”.
Ma d’altra parte, su Amazon Italia, il cofanettone extralusso con Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli si vende per 100 euro ed è al 189° posto in Umorismo & Satira.

Quindi, è solo un problema di convenzioni?
Convenzioni, oltretutto, disattese?
Perché non facciamoci illusioni, al primo posto nella classifica “Fantascienza per bambini e ragazzi” c’è proprio Game of Thrones, di George R.R. Martin.

Io credo che sia una miscela di errate aspettative e bacchettonaggine del pubblico.
Il “leggo questo genere perché non voglio leggere certe porcherie” è valido oggi per una buona fetta del pubblico quanto lo era per la pagina della posta di Weird Tales.
Per questo il fantasy è percepito come “asettico” – perché ce lo vendono come qualcosa che dovrebbe esserlo, anche quando non lo è.

Ma veniamo alla seconda parte, che è poi quella di cui volevo parlare davvero (ma io ho questa tendenza a divagare, come tutti i vecchi – o così mi dicono).

Farà bene metterci un po’ di (mal)sana sessualità, in un prodotto televisivo come House of the Dragon?
Germano ipotizza che possa essere così.
Io ipotizzo il contrario.
Questo perché ciò che abbiamo visto fin qui sembra dimostrarci che gli imitatori – dalla fanfiction al prodotto creato a tavolino per cavalcare una certa onda a ciò che arriva sugli scaffali perché “è quello che la gente vuole” – hanno la tendenza a concentrarsi sugli aspetti esteriori e superficiali e non sui significati degli elementi che vannoa imitare.
Per quanto io possa onestamente detestare gli elfi di Tolkien, devo riconoscere loro una coerenza ed una profondità – ed una funzionalità alla trama ed all’universo narrativo – che raramente sono stati emulati successivamente da chi ha scritto fantasy “alla tolkien”.
Oppure pensiamo a come la narrazione estremamente umana e brutale di Glen Cook abbia aperto le porte a un’ondata di storie di sociopatici, scritte da sociopatici per un pubblico di sociopatici.
“Però scritte benissimo.”
Perciò sì, è possibile che il successo di questa serie televisiva, e la sua ossessione per ciò che autori migliori hanno fatto succedere fuori scena per decenni, porti una ventata di sesso e violenza nel genere.
Ma temo sarà una vuota fotocopia, che sposterà il genere di un paio di passi più vicino all’exploitation, ma non farà nulla per le qualità letterarie delle storie.

Intanto, forse, lontano dai riflettori, bravi autori continueranno a scrivere buone storie, per poi venire dimenticati.

E io a tre di questi libri dimenticati ci ho messo il link commerciale – sapete cosa succede se lo cliccate, ma consideratevi avvisati.


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Viva Forever

Facciamo una cosa che non facciamo mai, qui su strategie evolutive – consigliamo un libro da leggere.
No, no, non fate quella faccia…
Un libro di un gruppo di autrici italiane – questo è il genere di cosa che non facciamo mai, qui su strategie evolutive.
È un suggerimento appropriato, tuttavia, quello di oggi perché siamo a Ottobre, il mese in cui tutti parlano di horror, e questa è una antologia di racconti horror. E non è solo questo.

Cominciamo con la copertina

Il volume si intitola Viva Forever, e come potete leggere anche voi sulal copertina, allinea storie di Francesca Fichera, Kara Lafayette, Lucia Patrizi, Francesca V.F., Vera Bonacini e Marina Belli.

E di cosa parlano queste storie ve lo dice la quarta…

Chiedete a sei persone quali immagini e idee associno a parole come “horror” o “paura” e vi daranno sei risposte diverse. Chiedete a sei scrittrici di contribuire a un’antologia di racconti dell’orrore incentrati sulla violenza contro le donne, e state certi che vi troverete per le mani sei storie con sei punti di vista ben distinti.
In quest’antologia troverete vite distrutte dalla violenza e corpi feriti, il sovrannaturale e la mondanissima misoginia di tutti i giorni. Famiglie che cadono in pezzi e famiglie che si riformano. Visiterete eleganti condomini e periferie degradate, ospedali da cui si dice non si esca vivi e la provincia profonda. Viaggerete tra il presente, il passato e il futuro distopico. Incontrerete l’orrore che si aggira con la protezione della notte e quello che non teme la luce del giorno.
Quelle che avete tra le mani sono storie che urlano la loro rabbia e il desiderio di vendetta, storie che ti inquietano lentamente e storie che ti prendono a calci sin dalla prima riga. Storie su un mondo senza speranza e storie che non accettano di perdere la speranza, nonostante tutto.
Viva Forever è quel che succede quando sei amiche decidono di collaborare e perseverano in barba a tutto, anche al lutto.
“Everlasting, like the sun”.
Tutti i ricavati dalla vendita di questa antologia saranno devoluti in beneficienza a un’associazione che si occupa di aiutare le donne vittima di violenza.

Quindi eccolo qui.
Sei brave scrittrici, un tema interessante, un prezzo ridicolo, e il ricavato va in beneficenza.
Giusto in tempo per la notte di Halloween – o per qualunque altrra occasione.
Pensateci su – sapete che ci ho messo il link commerciale, per cui non devo stare a spiegarvi cosa succede…