strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Donne con la spada

Cominciamo col citare il poeta

I never thought I could handle
A girl with guns
And let me tell ya
You can bet that I’m not the only one (oh no…)

Tommy Shaw, Girls with Guns, 1984

Ricordo ancora, con non poco divertimento, il coro globale di risate quando nel 2020 Andrew Klavan, un tempo competente autore di thriller riciclatosi in editorialista, espresse il suo parere su The Witcher.

“Sono stato immediatamente scoraggiato dal fatto che c’è una regina in questo telefilm che combatte come un uomo. Ci sono un paio di scene in cui le donne combattono con le spade. E odio queste scene, perché nessuna donna può combattere con le spade. Zero donne possono combattere con una spada”.

E chissà poi perché.
L’editoriale di Klavan destò l’ilarità di una quantità di donne che praticano l’HEMA (Historical European Martial Arts), con commenti tra l’allibito e lo sprezzante. E non furono solo le donne a definire la posizione di Klavan “bullshit”.

Senza andare a scomodare Bradamate e l’Ariosto, la letteratura è costellata di donne con la spada.
E anche la nostra storia, il mondo reale, ce ne offre una buona selezione.
È noto che su questo blog abbiamo una dichiarata ammirazione per Julie d’Aubigny, nota come la Maupin, che a cavallo fra diciassettesimo e diciottesimo secolo si guadagnò da vivere come duellante a pagamento, mentre nel tempo libero cantava l’opera (era un’eccellente contralto) e seduceva novizie in convento. Era solita affrontare anche due o tre avversari alla volta.

Nell’ambito della letteratura fantastica e avventurosa, naturalmente, Robert E. Howard fu in prima fila con le donne guerriere – Bélit e Valeria nelle storie di Conan, e come non finiranno mai di ripeterci, Red Sonya di Rogatino … alla quale si ispirarono molto liberamente in casa Marvel per creare Red Sonja (con la J e non con la Y).
E qui c’è un dettaglio interessante – Red Sonya, con la Y, è la protagonista di Shadow of the Vulture, un racconto storico ambientato nel quindicesimo secolo, e senza alcun elemento fantasy.
Venne pubblicato nel numero del Gennaio 1934 di Magic Carpet – una rivista di buona qualità che pubblicava narrativa di ambientazione esotica, indipendentemente dal genere, e sarebbe poi confluita nella gemella Oriental Stories. Rispetto a Weird Tales, Magic Carpet e Oriental Stories pagavano meglio (o se non altro regolarmente). Ma dopo la sua uscita nell’Ombra dell’Avvoltoio, Red-Sonya-con-la-Y non ebbe altre avventure.
Nel settembre del 1973, Roy Thomas adattò Shadow of the Vulture per farne una storia di Conan, e la Y divenne una J – e Sonja si guadagnò il suo famigeratissimo bikini blindato e successivamente una serie tutta sua. E persino dei romanzi, scritti dal bravo Richard Tierney. Ed è Red-Sonja-con-la-J quella che si ricordano tutti.

Ma c’è un’altra donna coi capelli rossi e una spada, nel catalogo di Howard, ed è Dark Agnes de Chastillon e de la Fere.
Ambientate nel 16° secolo in Francia, le prime due storie di Agnes – Sword Woman e Blades of France – sono due avventure storiche, che tracciano l’origine e le prime imprese di una giovane donna che, sfuggita a un padre violento e ad un matrimonio combinato, diventa un capitano mercenario. Non hanno alcun elemento fantasy.
La terza storia – che Howard non completò – si intitola Mistress of Death, ed è un fantasy, con tanto di stregone non-morto e altre amenità. Non è la migliore delle storie di Howard, né di quella completate da altri (in questo caso da Gerald W. Page).
Nessuna delle tre storie vide la pubblicazione prima degli anni ’70 (motivo per cui posso darvi il link a Shadow of the Vulture, che è di dominio pubblico, ma non a quelle tre).

Ora, la domanda è – perché nessuna delle due storie complete di Dark Agnes vide la luce?
Come abbiamo detto, ad Howard non sarebbe dispiaciuto piazzare più storie su Flying Carpet/Oriental Stories, o meglio ancora su qualcosa come Adventure – riviste di maggior prestigio rispetto a Weird Tales, che pagavano meglio e pagavano in orario (alla sua morte, Howard era in attesa di ingenti pagamenti arretrati da Weird Tales). Da qui la genesi del personaggio.
Tuttavia, la reazione del pubblico a Shadow of the Vulture – un buon racconto, per gli standard di Howard – fu per lo meno ambivalente; la storia piaceva, ma c’era un dettaglio che a un sacco di lettori non andava giù: una donna con la spada in una ambientazione storica.
Perché OK Bélit, regina dei pirati e unica donna capace di tenere testa a Conan … ma quella era Weird Tales, e Queen of the Black Coast era un racconto fantasy.
Sword Woman e Blades of France erano avventure storiche. E molto più di Shadow of the Volture mostravano una donna estremamente diversa dagli standard dell’epoca.
Per questo, a detta di alcuni critici, le due storie vennero rifiutate, ed Howard mise perciò mano, riciclando il personaggio, ad una storia fantasy, in cui una donna con la spada – e leggermente meno “estrema” nel suo distribuire calci in culo – sarebbe stata accettabile. Quasi un rip-off di Jirel di Joiry, altra donna con la spada, creata da Catherine Lucille Moore a partire da The Black God’s Kiss, in Weird Tales, nell’ottobre del ’34.

Le tenebre si chiusero su di lui prima che Howard potesse completare e vendere Mistress of Death.

Mi sono spesso domandato se la Mistress of Death di Howard abbia avuto una qualche influenza su Raven, Swordmistress of Chaos, eroina di una serie di romanzi decisamente pulp – e scollacciatissimi (erano dopotutto gli anni ’70/’80) – pubblicati da Angus Wells e Robert Holdstock sotto allo pseudonimo di Richard Kirk. Le storie devono di più a Michael Moorcock che non a Bob Howard, e Raven ha più elementi in comune con la Red Sonja di Richard L. Tierney che con Dark Agnes, ma il titolo di (Sword)Mistress mi ha sempre suggerito un legame con quella storia incompleta e quella serie dimenticata.
E comunque Raven era certamente una donna con la spada – per quanto limitata a un mondo fantasy molto “moorcockiano”.

Ma negli anni ’70 e ’80 di donne con la spada, nel fantasy, ce n’erano parecchie.
La mia preferita rimane probabilmente White Raven (un nome diffuso, apparentemente, Raven), nelle storie di Mary Gentle che si aprono con Rats & Gargoyles. La Gentle, che più tardi ci avrebbe anche dato Ash – A Secret History (in cui fa una comparsata anche Dark Agnes), oltre ad essere laureata in storia militare, è anche una praticante della scherma rinascimentale. Una donna con la spada che scrive di donne con la spada.

E tuttavia, nell’arco degli ottant’anni trascorsi dalle prime avventure di Sonya e Agnes, le cose apparentemente sono peggiorate nell’immaginario in cui ci muoviamo – Klavan infatti non solo nega che le donne possano combattere con la spada nel mondo reale (una baggianata), ma anche che non possano farlo in un mondo immaginario in cui operano le leggi della magia.
Possedere organi riproduttivi interni, apparentemente, è condizione sufficiente al non saper combattere.

E ora, a causa di questa deriva, durante il weekend, un telefilm fantasy ha ha obbligato una parte del pubblico a ricorrere ai sali, mostrandoci Santa Galadriel Vergine e Martire che combatte, usando due spade, contro tre avversari (la Maupin approverebbe).
Impossibile ed inammissibile, “sbagliato”, un insulto all’anima di Tolkien.

Troppa azione e troppa violenza, per alcuni.
Gli elfi sono notoriamente eterei, pacifici e e non violenti – e soprattutto Galadriel, che vediamo per cinquanta pagine ne Il Signore degli Anelli, mentre intrattiene i suoi ospiti e – incidentalmente – minaccia di prendere il potere e diventare una regina malvagia. Però niente spade in quelle cinquanta pagine, non se ne vede l’ombra, quindi spade per Galadriel mai, per tutta la durata millenaria della sua esistenza … men che meno due, in dual wield, con tre avversari. Chi si crede di essere, Red Sonja?
La tesi di partenza, a difesa di questa indignazione, è sempre la stessa – che da nessuna parte nell’opera di Tolkien si dice che Galadriel sapesse usare le armi … tranne in quel brano in cui si dice che combatté e guidò eserciti, ma quello, dovete capire, è solo metaforico, un po’ come Elisabetta Tudor in armatura che infiamma le sue armate con un bel discorso. Ma impugnare un’arma per davvero, e combattere,e magari anche vincere? No no no, assolutamenteno.
E comunque no, indipendentemente dai documenti e dalle fonti, il punto è che una donna con due spade non può affrontare tre uomini e vincere.
Perché le donne con la spada non esistono.
Neanche nel fantasy.
A meno che non indossino un bikini di metallo.

Ed io mi domando se alla fine non sia la stessa storia delle ragazze con la pistola di Tommy Shaw.
Un sacco di gente ne è spaventata.

Spiegaglielo tu, Tommy…




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Anime & Politica

Molti anni or sono – ma davvero tanti, era il 1993 – un tale che conoscevo nell’ambiente dei magmamaniaci, che avevano da qualche tempo preso ad autodefinirsi otaku, mi venne a dire che alle prossime elezioni politiche avremmo dovuto votare un certo personaggio, imprenditore e proprietario di tre reti televisive, “perché è quello che ha portato più cartoni animati giapponesi nel nostro paese.”
Sarebbe stato un voto utile, mi spiegò.
Più anime per tutti.

Io avevo altro a cui pensare, ma l’idea mi parve al contempo ridicola, offensiva e pericolosa.
Ricordavo le foto di Reagan di pochi anni prima, con gli adesivi “Rambo is a Republican”, e dissi a quel tale di farsi un giro.
Gli citai anche, ne sono certo, i Campi Hobbit.

Ed ora, quasi trent’anni dopo, in occasione di questa tornata elettorale, ho sentito dire che sarebbe stata una buona idea votare per una certa candidata “perché almeno è una fan di Tolkien”.
E in comizio si è citato il film di Peter Jackson, e si è andati anche a scomodare il povero George R.R. Martin.

Qualunque cosa, pur di trovare un appiglio al nostro immaginario, ed usarlo.

Rambo, Capitan Harlock e Sailor Moon, Conan il Barbaro, Cthulhu, Aragorn figlio di chi sappiamo, Daenerys Targaryen…

È un po’ come quando viene fatto l’ennesimo remake, o il quinto sequel/reboot di un film su un personaggio dei fumetti – perché correre dei rischi proponendo qualcosa di nuovo, quando possiamo far leva su qualcosa che c’è già, nella testa e nell’anima del pubblico?

E quindi in politica, perché avere un programma quando possiamo arruolare i fan di un qualche grosso franchise semplicemente dicendogli “noi e voi siamo uguali, e quindi voi la pensate come noi”?

Ho sempre trovato sottilmente tragico che John Rambo, un veterano traumatizzato ed abbandonato dal sistema, che cerca un posto dove mangiare un boccone e invece viene bastonato e braccato dalla polizia, sia diventato il poster-boy per il partito Repubblicano.

Ho sempre torvato profondamente grottesco che l’opera di Tolkien sia stata dirottata dal lavoro di un critico al quale la buonanima di Tolkien disse “tu non hai capito nulla del mio lavoro”, e che quasi certamente non aveva mai letto i libri.

E trovo profondamente offensivo che un politico di qualsivoglia colore o inclinazione provi ad appropriarsi del mio immaginario al fine di potermi arruolare.

Però succede.
Continua a succedere.
Ed ho l’orrenda impressione che una certa percentuale di persone continui a cascarci.

Sotto il governo Reagan, le politiche a favore dei veterani vennero drasticamente ridimensionate.

A partire dagli anni ’90, le reti Mediaset ridussero drasticamente l’importazione di nuovi titoli di animazione giapponese, e cominciarono a censurare massicciamente le serie che rimasero in programmazione.

E io ho dei forti dubbi che una nuova apertura nei confronti degli elfi di Lothlorién avrà un impatto positivo sulla situazione internazionale, e sullo stato dell’ambiente.
Però, certo, gli elfi sono tutti biondi…


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Douglas Barbour Award

Assegnato dalla Book Publishers Association of Alberta (BPAA), il Douglas Barbour Award for Speculative Fiction si chiamava, fino a due anni or sono, semplicemente Speculative Fiction Book of the Year. Un solo premio, per un solo libro.

Quest’anno il premio è andato a Water: Selkies, Sirens & Sea Monsters, curato da Rhonda Parrish.Ed è per me motivo di orgoglio che l’antologia includa la mia storia di orrore acquatico, The man that speared octopodes.

Per qualche misterioso motivo, Amazon Italia non sembra avere la versione cartacea dell’antologia in catalogo – ma io vi ho messo il link all’ebook. Sapete come vanno queste cose.


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Cantando nella zona eufotica

Gran parte del mio lavoro accademico, svolto nella mia vita precedente, riguarda il plancton.
Plancton fossile, ma comunque plancton.
Io sono un micropaleontologo, con un solido background in sedimentologia (clastica e non-clastica) e in analisi statistica di dati ambientali, per chi non avesse familiarità con il mio curriculum.
Per interessi personali, ho anche seguito una dozzina di corsi di oceanografia (in particolare nell’ambiente Surface Ocean Lower Atmosphere) e in archeologia sottomarina. Perché bisogna pure avere un hobby, giusto?

Tutto il mio lavoro (ed i miei hobby occasionali) si concentrano perciò nei primi 200 metri della superficie dei mari e degli oceani – è qui che vive e prospera il plancton, insieme con il 90% della flora e della fauna marine conosciute, è qui che avvengono le principali interazioni atmosfera/oceano, è qui che incidono maggiormente le attività umane (quest’ultimo punto è ormai discutibile, ma OK, diamolo per buono), è qui che andiamo a cercare relitti e tesori sommersi, è qui che penetra e si diffonde la luce solare che alimenta tutta una serie di dinamiche.
Io non sono un sommozzatore, ma è nella porzione superiore di questa fascia che i miei amici che fanno immersioni passano la maggior parte del loro tempo.
Questa è quella che si chiama zona fotica, o zona eufotica.

E mai avrei pensato di trovarmi a doverne discutere per colpa di un film della Disney – e no, non 20.000 Leghe sotto i Mari.

Come probabilmente avrete sentito – o forse mo – la Disney ha prodotto una versione live-action de La Sirenetta, il film d’animazione del 1989, liberamente tratto dalla fiaba di Hans Christian Andersen (l’uomo che inventò il copyright); un film che nel 1989 incassò 235 milioni di dollari.
Il nuovo live action uscirà nel 2023, ed improvvisamente c’è un sacco di gente che sguazza nella mia fascia di profondità preferita, e dice baggianate.

Perché vedete, il problema è che nel nuovo film, la protagonista sarà interpretata dall’attrice e cantante Halle Bailey, che è afroamericana – e qui apriti cielo perché, come un sacco di gente si è affrettata a spiegarci, la luce solare non penetra in profondità negli oceani, e quindi le sirene non possono essere di colore, perché la melanina, signora mia…

Le sirene, che non esistono, non possono essere di colore.
Perché la luce del sole non arriva a più di 20 metri – come ci spiega una spettatrice indignata…

Ora, qui c’è molto di cui discutere, e possiamo farlo risalendo dal basso (che è molto adatto, visto che si parlava di immersioni e di profondità). Allora…
In primo luogo, a qualcuno frega qualcosa se questa persona non andrà a vedere il film?
Mi permetto di dubitarne.
In secondo luogo, naturalmente, c’è il fatto che stiamo discutendo dell’accuratezza scientifica e della verosimiglianza di un film in cui ci sono i pesci che cantano.
I pesci.
Che cantano.
In terzo luogo, naturalmente conosciamo un sacco di forme di vita marine che hanno l’epidermide di colori diversi dal bianco – restando nell’ambito dei mammiferi, ci sono cetacei con la pelle nera, ci sono foche e altri pinnipedi (categoria nella quale sarei tentato di schedare le sirene, se esistessero) che sono tutto fuorché ariani. Non per effetto dell’abbronzatura, ovvero dello sviluppo di melanina in risposta all’intensità della radiazione solare ultravioletta, ma per altre dinamiche evolutive.

E per finire, 20 metri?
Davvero?

Vediamo – poiché l’acqua è un ottimo filtro per le onde elettromagnetiche, esiste un effetto noto come attenuazione; a causa di questo effetto, solo il 45% della radiazione solare penetra oltre un metro di profondità. A 10 metri arriva solo il 16% della luce, che si riduce all’ 1% a 100 metri. La luce solare non arriva oltre i 1000 metri.
Però è un po’ più complicato di così, perché diverse lunghezze d’onda arrivano a diverse profondità – in base al principio maggiore la lunghezza d’onda/minore la penetrazione – per cui la luce rossa si ferma nei primi 10 metri, la luce arancione non arriva oltre i 40, e la luce gialla non oltre i 100 metri. Oltre i cento metri penetrano ancora le radiazioni blu e verdi.
A complicare ulteriormente l’intera faccenda c’è la questione della torbidità dell’acqua, vale a dire la densità di particelle in sospensione, che riducono ulteriormente il potere di penetrazione della luce.

Ora, io non sono un dermatologo, né interpreto il ruolo di dermatologo in televisione o su Twitter, ma a me risulta che l’abbronzatura che tanto sta urticando una certa fascia del pubblico sia il prodotto della radiazione ultravioletta. Avete presente, che sulla bottiglia della crema solare c’è scritto UV? Ecco.

Orbene, la radiazione ultravioletta ha una lunghezza d’onda molto più corta della luce visibile, e quindi è ragionevole immaginare che penetri più in profondità della luce visibile.
Ma quanto, in profondità?

Andiamo a leggerci The measurement and penetration of ultraviolet radiation into tropical marine water, di Esther M. Fleischmann, pubblicato nel 1989 su Limnology & Oceanography, 34(8).
Stando all’affascinante studio della dottoressa Fleischmann – certamente non il più aggiornato, ma il più facile da reperire – il 33% della radiazione ultravioletta viene fermato dai primi due centimetri e mezzo di acqua, ma un 10% di raggi UV arriva ben oltre i 25 metri, in funzione della latitudine e dell’ora del giorno (grado di inclinazione dei raggi solari) e della torbidità delle acque.
Per cui 25 metri di acqua sono meno efficienti di un filtro solare con un rating di 15 SPF – perché 25 metri di acqua fermao il 90% dei raggi UV, il filtro 15 ne ferma il 93%.
E noi sappiamo che con un buon filtro 15 la pelle si abbronza ugualmente.

E tutto questo naturalmente è molto interessante, ed è un’ottima scusa per perdere tempo al lunedì mattina invece di lavorare ad una traduzione e spedire un pitch per un romanzo ad un editore.

Restano però due osservazioni interessaanti – la prima, ovviamente, è che il lavoro di Andersen, e il film della Disney, sono fiabe, non fantascienza, per cui tutta questa ossessione per la possibilità o meno di abbronzarsi sott’acqua è fasulla. In altre parole, non solo le sirene non esistono, ma appartengono ad un ambito della narrativa in cui la plausibilità scientifica non è essenziale, ed anzi, normalmente viene ignorata o capovolta.
Tanto varrebbe imbizzarrirsi per i pesci che cantano, o per il fatto che la protagonista della storia di Andersen venga trasformata in una donna grazie alla magia.
Non stiamo giocando con le regole della biologia, quindi smettiamo di invocarle in malafede.

Ma c’è un altro aspetto di questa intera faccenda che mi incuriosisce, ed è che il film che uscirà nel 2023 è il secondo live action Disney basato su La Sirenetta dell’89. Nel 2019 il network ABC trasmise una versione live, in cui la protagonista era interpretata da Auli’i Carvalho.
Che non è certamente bianca per gli standard americani – avendo antenati hawaiiani, portoricani e cinesi.
Ciò che mi incuriosisce è che non ricordo un furore paragonabile a quello attuale per la scelta del 2019.
Cosa è cambiato?
Tutti i difensori dei diritti della melanina erano distratti?

Ed ora potreste domandarmi, ma valeva la pena, di buttare due ore a fare ricerca per un post su queste idiozie?
E la mia risposta è, stancamente, sì.
Sì perché l’articolo della Fleischmann è interessante, come è interessante scoprire come viene calcolato il valore del fattore di protezione solare.
Ma anche e soprattutto perché io sono uno scienziato – anche se non più praticante – e non posso tollerare che vengano utilizzate argomentazioni pseudoscientifiche per giustificare quello che è, alla fine, solo semplice, comune, volgare, ruspante razzismo.


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Unknown (1939-1943)

Ho appena postato ai miei patron un primo articolo su Unknown, la rivista che fra il 1939 ed il 1943 creò, di fatto, il fantasy come noi lo intendiamo.
Probabilmente scriverò altri pezzi del genere, per i miei sostenitori.

Ma su Patreon non posso caricare gallerie di immagini, e quindi metto qui, per tutti i taccag… ehm, per tutti coloro che non mi supportano su Patreon, una selezione di copertine della rivista, perché vedano cosa si perdono.

I miei patron sanno anche come leggere gratis tutti (o quasi) i 39 numeri di Unknown.
Perché (a volte) è bello essere miei sostenitori su Patreon.


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Fantasy e rivoluzione

Questo è un pezzo del piano bar del fantastico.
Nell’ultima puntata di Chiodi Rossi è venuta fuori – come a volte accade – una breve ma interessante divagazione. Più interessante, forse, di quanto potesse esserli l’episodio in sé. E da questa divagazione è arrivata una domanda, e ora proviamo a rispondere.

Uno degli elementi che spesso il mio complice Germano Hell Greco sottolinea, nei momdi fantastici che ci capita di visitare nel podcast, è l’assenza di un progresso tecnologico – è come se la presenza della magia arestasse lo sviluppo tecnologico del mondo, congelandolo non solo a livello scientifico ma anche, molto spesso, a livello sociale. Un medioevo eterno, o un eterno rinascimento.
Curioso quest’ultimo elemento, se consideriamo che il rinascimento è un periodo ricco di scoperte e riscoperte, e di trasformazioni.

Non così, molto spesso, nel fantasy classico.
OK, stiamo generalizzando, ma uno dei motivi, io credo, è che le idee scientifiche non sono il dominio del fantasy, che è invece il dominio delle scelte etiche e morali. Non materia ed energia, ma bene e male sono all’opera in questi mondi – e quindi ciò che interessa, a livello tematico gli autori non è lo sviluppo tecnologico, ma lo sviluppo morale dei loro mondi.
Dobbiamo sconfiggere l’oscuro signore, respingere i demoni nel loro inferno.
Costruire una caffettiera più efficiente, o creare un vascello spaziale che ci porti sulla luna, non ha nulla a che vedere con queste storie.

Per questo abbiamo spesso a che fare con dei mondi stagnanti – mondi che sono immutabili da millenni, in cui sconfiggere il male significherà tornare indietro, ai bei tempi prima che il male sorgesse a Occidente. Spesso incontreremo artefici meravigliosi, certo, ma che sono tali perché sanno creare artefatti straordinari come quelli che esistevano in passato, nell’età dell’oro.
Quante volte l’eroe trionfa perché ha accesso a un artefatto del passato, e non a un artefatto del futuro?

E naturalmente un altro tema portante è quello del ritorno allo status quo.
L’Oscuro Signore ed i suoi malvagi tirapiedi hanno calpestato le aiuole e lasciato lattine di birra e incarti di patatine ovunque, ma ora che sono stati sconfitti faremo pulizia e tutto tornerà come prima.

Ma non è sempre così’ – e nel podcast mi è parso opportuno citare l’opera di Michael Moorcock, i cui eroi non solo sono incapaci di restaurare le condizioni precedenti, ma spesso sono consapevoli che tale restaurazione sarebbe pericolosa quanto ciò che l’ha perturbata. Elric deve abbattere Melnibone, Corum deve mettere fine al mondo che ha conosciuto, Dorian Hawkmoon avrà l’orribile privilegio, nella seconda serie delle sue avventure, di vedere cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente.
L’universo narrativo di Moorcock è dinamico, ed evolve – perché la stagnazione è il male.

Ed in effetti esiste un filone di opere che hanno al proprio nucleo l’idea dell’abbattimento di questò stato di immobilità. E qui potrei cominciare col citare, come al solito, Gormenghast – perfetta rappresentazione di un universo completamente sclerotizzato, in cui i personaggi sono mere marionette, che devono replicare le azioni dei loro predecessori come registrate in infinite cronache. In Gormenghast la distruzione arriva due volte, prima con Steerpike, che trama e distrugge per ottenere il potere, e poi con Titus, che deve sconfiggere Steerpike, ma anche capire che non si può tornare indietro, e che bisogna creare qualcosa di nuovo.

Però mi dicono che Gormenghast è noioso e orribile e “non è vero fantasy”, e chi sono io per dire il contrario, giusto?
Rivolgiamo allora lo sguardo altrove.

Il primo titolo che mi viene in mente, pensando a fantasy che abbiano al loro nucleo una rivoluzione – e non una restaurazione – è probabilmente Freedom & Necessity, di Steven Brust e Emma Bull. Un fantasy storico ambientato nel 1848, ha dei rivoluzionari per protagonisti, e le grandi sollevazioni europee come sfondo.
È anche un romanzo epistolare, e pare che anche questo non sia “un vero fantasy”. E sì che ci sono anche gli elfi – forse, non è moltochiaro – e la magia, che però non si vede.

Restiamo con Steven Brust – che alcuni ricorderanno, è il fautore della “teoria della roba figa in letteratura” – che nella serie di Vlad Taltos affronta un problema interessante: cosa si può fare, per ribellarsi, in una società che è, per sua natura, immutabile?
La risposta di Vlad Taltos a questa domanda è quanto di più pragmatico – e divertente – si possa immaginare.

Mary Gentle, autrice per la quale ho una assoluta venerazione e che ha smesso di pubblicare da una ventina d’anni ha trattato spesso il tema della rivoluzione come motivo trasformativo nei suoi universi – nei racconti contenuti in Cartography, e certamente nella trilogia di Valentine White Crow, che si apre con lo straordinario Rats & Gargoyles.
Come il mondo di Taltos, spesso anche i mondi della Gentle appaiono thatcherianamente immutabili, ma è una illusione, e il cambiamento può essere tanto traumatico quanto indispensabile.

Il tema dell a rivoluzione e dell’usurpazione del trono è un tema dominante nei lavori di Karl Edward Wagner dedicati a Kane, lo spadaccino mistico. Kane è immortale per spregio nei confronti del dio che lo ha creato, ed il suo piano standard consiste nel mettersi al servizio di un potente, scalare il sistema, eliminare i vertici e diventare imperatore. Di solito non funziona benissimo.
E se il mondo di Kane è costellato di artefatti di epoche più civili (o più brutali), Kane è tuttavia un personaggio che, nella sua ricerca di una stabilità (il suo impero, con lui per sempre sul trono), opera come agente del cambiamento. Gli imperi crollano, e le circostanze cambiano.

E qui potremmo anche metterci un link commerciale (consideratevi avvertiti), visto che il ciclo completo di Kane sta per uscire in italiano, ed è tradotto benissimo.

Ma, a questo punto, potremmo dirci, se è sufficiente un eroe o anti-eroe nerboruto che calpesti coi suoi piedi calzati di sandali i troni del mondo, allora Conan lo ha fatto prima.
E non è del tutto sbagliato, e qui entriamo in un ambito interessante – è davvero rivoluzione se l’abbattimento dello status quo è dettato semplicemente dagli interessi di un singolo?
Perché Kane non è certo motivato dall’altruismo, e lo stesso possiamo dirlo per Conan.
O per l’opera di George R.R. Martin, che descrive semplicemente un a guerra di successione.

Forse dobbiamo guardare altrove.
A lavori come il recente The Unbroken, di C.L. Clark, che ha la rivoluzione addirittura nella tag line in copertina – e che è stato tradotto anche questo in italiano – quando si dice avere fortuna.
Il lavoro della Clark si inserisce in un filone che vede spesso sommovimenti politici e sociali al centro della scena. Si tratta spesso di lavori di autori e autrici appartenenti a culture diverse dalla nostra – penso a Fonda Lee col ciclo della Giada, che ha una notevole componente politica e un generale senso di insofferenza verso le strutture sociali tropo rigide, pur concentrandosi di più sulle strutture familiari che non su quelle politiche. E scopro con piacere, nel documentare questo post, che Jade City, primo volume della trilogia della Lee, è anche stato tradotto in italiano. bene.

E stiamo solo scalfendo la superficie.
La necessità di un cambiamento, insieme con l’impossibilità di ripristinare una ipotetica età dell’oro perduta in un’epoca precedentre, sembra essere un tema sempre più diffuso nel fantastico – come sempre uno specchio deformante della realtà in cui viviamo. Ci si puà guardare attorno, e si troveranno decine di storie – alcune più interessanti di altre – che vale la pena leggere.

E poi sì, naturalmente c’è il libro sulla più grande e ironica delle rivoluzioni, quella che portò Mahasamatman a sfidare gli dei.
Ma lui preferiva fare a meno del Maha e dell’-atman, e si faceva chiamare semplicemente Sam…

Ma quello naturalmente non è davvero fantasy. È fantascienza.

Magari ne riparleremo.


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Santa Galadriel, Vergine e Martire

Questo non è il post che avrei voluto fare.
A dire il vero non avrei proprio voluto farlo – quel (poco?) che ho da dire sulla serie di Amazon Prime lo dirò, se sarà il caso, nel podcast Chiodi Rossi, dove pare che a furor di popolo io e Germano Hell Greco dovremo occuparci della serie.

Però però però… mi è capitata sotto agli occhi una cosa che mi ha spinto a meterci giù un post cotto e mangiato – post che non potrò condividere, e quindi poco più che un futile esercizio di auto-gratificazione.
Ma ci sono momenti in cui non possiamo solo tacere e permettere alle sciocchezze di diffondersi liberamente. Qualche persona in buona fede potrebbe venire ingannata da un cialtrone che se la spaccia per i propri scopi, e questo non sarebbe giusto.
Dobbiamo fare qualcosa, per quanto possa essere poco, e inutile.

Per cui OK, io dovrei essere al lavoro su una traduzione, e invece sono qui… a tradurre.
E traduco solo perché sottomano ho il testo in originale (ma sono quasi certo sia uscito anche in italiano).

Ma andiamo con ordine. Riassunto delle puntate precedenti…

1 . è uscita una serie molto liberamente tratta dalle sole appendici a Il Signore degli Anelli

1 b . appendici i cui diritti sono stati legalmente ceduti per 250 milioni di dollari dagli eredi di Tolkien, che supervisionano la produzione

2 . la serie si svolge nella Seconda Era (il romanzo principale si svolge nella Terza)

3 . uno dei personaggi è Galadriel, che esordisce facendo a cazzotti con un bullo da ragazzina, e procede diventando una cacciatrice di orchi ossessionata dall’idea di affrontare Sauron. In una bella sequenza pre-titoli, la vediamo affrontare e uccidere un troll, e poi si ribella all’autorità – tutto nel primo episodio.

E questo, signora mia, no no no, ma quando mai. Galadriel, io la conoscevo bene!
Galadriel la leggiadra e verginale signora del bosco, che mai e poi mai avrebbe impugnato una spada, dio, così si manca di rispetto all’opera del grande J.R.R. Tolkien, e tutto per questa storia dell’empowerment, mio dio che schifo! La mia Galadriel era buona e gentile e mai avrebbe fatto a pugni da ragazzina, figurati accoppare un troll!

E c’è persino chi è andato a scomodare i sacri testi del professor Tolkien per segnalare come il personaggio apparso su Prime sia una oscena perversione di un personaggio assolutamente diverso, che sulla pagina non ha mai combattuto, e mai impugnato una spada. Mai, in nessuno degli scritti originali.

E… No, mi dispiace.

Per dire… (scusate se mi perdo di strada qualche dieresi, vado di fretta)

Era orgogliosa, forte e di volontà indipendente, come erano tutti i discendenti di Finwe con l’eccezione di Finarfin; e come suo fratello Finrod, di tutti i suoi parenti il più vicino al suo cuore, sognava terre lontane e domini che potessero essere suoi da comandare come voleva senza supervisione. Eppure ancora più in profondita in lei dimorava il nobile e generoso spirito dei Vanyar, ed una reverenza verso i Valar che non poteva dimenticare. Fin dai suoi primi anni mostrò un meraviglioso dono di intuizione per i pensieri altrui, ma li giudicò con misericordia e comprensione, e non negò il proprio supporto a nessuno fuorché a Feanor. In lui percepiva un’oscurità che odiava e temeva, anche se non percepiva che l’ombra dello stesso male era calata sulle menti di tutti i Noldor, e sulla sua.
E così accadde che quando la luce di Valinor si spense, per sempre come pensavano i Noldor, ella si unì alla rivolta contro i Valar che avevano ordinato loro di rimanere; ed una volta messo piede sulla strada dell’esilio non si fermò, ma rifiutò l’ultimo messaggio dei Valar, e cadde sotto il Fato di Mandos. Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro. Il suo orgoglio non le permetetva di tornare, supplicante sconfitta in cerca di perdono; ma ora bruciava del desiderio di seguire Feanor con la propria rabbia fino a qualunque terra egli avesse raggiunto, e di ostacolarlo in ogni maniera che le fosse possibile. L’orgoglio l’animava ancora quando, alla fine dei Giorni Antichi dopo la sconfitta finale di Morgoth, ella rifiutò il perdono dei Valar per tutti coloro che avevano combattuto contro di lui, e rimase nella Terra di Mezzo. Non fu che dopo il passaggio di altre due lunghe ere, quando tutto ciò che aveva desiderato in gioventù venne a lei, l’Anello del Potere ed il Dominio della Terra di Mezzo che aveva sognato, che la sua saggezza fu matura, e rifiutò tutto quello, ed avendo superata l’ultima prova, lasciò per sempre la Terra di Mezzo

J.R.R. Tolkien, The History of Middle-earth XII: The Peoples of Middle-earth, Chapter XI “The Shibboleth of Fëanor” (Galadriel)

Così, con buonapace dei #massimiesperti padroni del fantasy.

Lasciamo agli studenti la discussione di come il personaggio di Galadriel, ne Il Signore degli Anelli, non sia un personaggio assolutamente, completamente e monoliticamente (quanti avverbi, il chiaro segno del pessimo scrittore!) positivo.

Ed ora torno a tradurre qualcosa per cui io venga pagato.


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In mezzo al mare

Quando i lettori di Robert E. Howard si ritrovano per fingere di avere una vita sociale, prima di tornare a rintanarsi nelle loro stanzette buie a leggere – perché leggere, checché ne dicano i social, è una faccenda solitaria … i lettori di Howard, si diceva, amano discutere di quella che è, a loro parere, la scena più memorabile nell’opera dello scrittore texano.
Perché, come diceva giustamente Karl Edward Wagner, molto spesso Conan si riduceva a flettere i suoi muscoli poderosi e ad accoppare il cattivo di turno, ed via. Ma scene davvero memorabili…? Ah!

Una gran parte degli appassionati che conosco – così come anche Karl Edward Wagner buonanima – citano di solito la scena della crocifissione in Nascerà una strega (A Witch Shall be Born). Del racconto credo di aver già parlato fin troppo, e di come sia un piccolo corso di scrittura ed una dimostrazione della sofisticazione stilistica di Howard. Ciò che rende la scena memorabile è il modo in cui Howard porta tutte le manopole a 11 – Conan, catturato dai suoi nemici, viene crocefisso, addenta alla gola l’avvoltoio che si è appollaiato sulla sua spalla e ne beve il sangue, e poi, quando viene “salvato”, il suo soccorritore Vladislav si limita ad abbattere la croce, lasciando il cimmero a strapparsi da solo dai chiodi e poi a farsi dieci miglia a piedi prima di poter bere un sorso d’acqua. È la dura vita nell’Era Hyboriana.
Neanche John Milius ha avuto la faccia di adattare la scena fedelmente (e qui potremmo fare un discorso lungo sugli adattamenti e sul Rispettare il Canone (R), ma oggi è domenica, lasciamo perdere).

La scena è a tal punto famosa ed iconica che Milius l’ha messa nel suo film, e ne esistono una quantità di versioni disegnate – da John Buscema, da Sanjulian e da molti altri.

Per me, tuttavia, è un’altra scena, ad essere rimasta impressa fin dalla prima lettura.
E credo sia significativo che venga da una storia contenuta in Conan l’Avventuriero, il primo libro di Howard che io abbia letto. E se l’incipit de Gli Accoliti del Cerchio Nero (People of the Black Circle) è certamente uno dei migliori esempi della prosa di Howard, la”mia” scena memorabile arriva un po’ più tardi nel volume, ed è l’apertura de La Pozza dei Neri (The Pool of the Black One).
La parola “nero” figura con frequenza inquietante nei titoli delle storie di Howard.

Ma l’inizio di Pool of the Black One, si diceva…

L’azione si apre a bordo di una nave pirata al largo della costa Zingarana. Il vascello è nel bel mezzo del nulla, e Howard ci offre un paragrafo introduttivo per descriverci la protagonista femminile, Sancha – un personaggio sufficientemente ambiguo da essere interessante, e che offrirà al solito Buscema l’opportunità per farci un’altra spalsh page memorabile in Savage Sword of Conan #22.

Ed è qui che arriva Conan, arrampicandosi su per la murata.
Siamo nel bel mezzo dell’oceano, non c’è terra in vista, solo mare in tutte le direzioni.
A causa di alcuni dissapori con i pirati Barrachani, Conan ha lasciato le isole dei pirati su una barca danneggiata, e quando questa è colata a picco nella notte, il cimmero ha semplicemente deciso di continuare a nuoto verso la terraferma.

Il racconto si sviluppa poi su una trama abbastanza banale e prevedibile, ma questa è, per me, la scena più memorabile, quella che incapsula in una pagina tutto ciò che è necessario sapere sul personaggio, sul suo mondo, sulle sue avventure. Come dicevo, è anche una scena che ho incontrato all’inizio della mia frequentazione del personaggio – e in questo caso l’inprinting ha certamente il suo peso.
In Conan l’Avventuriero, il racconto è l’ultimo del volume, e viene introdotto da Sprague De Camp con una nota ironica che non è assolutamente fuori posto (non credete alla propaganda) – queste sono dopotutto storie d’avventura, ed è per l’avventura che siamo qui, non per il “gritty realism”.
Può capitare che un personaggio in una storia fantastica decida di attraversare l’oceano a nuoto per tornare a casa. E dopotutto, perché dovremmo interessarci a un eroe che non sia per lo meno disposto a provarci?