strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Narrativa moderna

Sono bloccato con un dito rotto. Dovrei scrivere, ma mi viene molto più facile leggere. E mentre perdevo tempo, all’ora di pranzo, mi è capitato sott’occhio un post su Facebook – lo sappiamo, non esattamente l’Enciclopedia Britannica, quanto ad autorevolezza – su come l’adesione ai dettami della “narrativa moderna”, al solo scopo di compiacere il pubblico, stia rovinando la fantascienza.

E un po’ ci si domanda quale fantascienza legga – o più probabilmente guardi – chi ha scritto quel post, e che prosegue lamentando orrori come il politicamente corretto e, abbastanza sorprendentemente, per me, l’umorismo.

Sorprendentemente, intendo, perché sembrerebbe implicito nel discorso che la presenza di umorismo all’interno di una storia non esplicitamente comica sia un vizio della fantomatica “narrativa moderna”, che mira con questo basso espediente ad accattivarsi un pubblico superficiale ed immaturo, impoverendo tuttavia la struttura narrativa.

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Scrittura e paura

Esco da una giornata trascorsa in compagnia degli studenti di una scuola di scrittura di Milano, coi quali abbiamo parlato (beh, io ho parlato per la maggior parte del tempo) di fantascienza. È stato divertente, ed è stato bello incontrare – anche se solo virtualmente – i membri della mia tribù.

E durante l’esercizio di scrittura che ha chiuso la mia lezione – perché se si vuole essere scrittori, bisogna scrivere – mi sono trovato a ripetere l’esortazione a non avere paura.

Non avere paura delle idee che sembrano stupide o già viste.

Non avere paura della prima stesura che è orribile.

Non avere paura del giudizio di quelli che guardano, e commentano dall’alto del loro non aver mai fatto nulla.

Scrivere è un atto che richiede coraggio.
Così come richiede coraggio spedire il manoscritto a un editor, affrontarne il giudizio, e poi affrontare, con un po’ di fortuna, i lettori.

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NoSconcIta

Scopro con non poco sconcerto che esiste una cosa che si chiama Novo Sconcertante Italico.
Sì, proprio così, Novo, che fa tanto Dante Alighieri.
Si tratta, mi si dice, di una “ibridazione tra fantastico e mainstream”, che esprime “nuovi stilemi della letteratura contemporanea.”
O, come ha più chiaramente riassunto un amico

Quattro laureati in lettere hanno scoperto il fantasy, gli piacerebbe scriverlo e devono trovargli un nome pretenzioso per non doversi vergognare coi loro amici fighi

Una ipotesi spietata e poco caritatevole, certamente.
E credo anche non esageratamente corretta.
Ma in effetti, non eravamo passati da queste parti qualche anno addietro, col New Italian Epic?
Non sono anni che ci ripassiamo, da questo incrocio, un anno dopo l’altro? Continua a leggere


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Romance, precision & synthesis

Non è proprio una fonte recentissima, The Aims of Education di A.N. Whitehead. Il volume è uscito nel 1949.
E tuttavia trovo molto interessante la suddivisione fatta da Whitehead delle tre fasi dell’educazione

  1. Romance
  2. Precision
  3. Synthesis

L’idea è che l’apprendimento debba attraversare queste tre fasi.

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I Quattro Cavalieri della Poca Lisse

Per chi si fosse la diretta della notte passata, ecco un replay della lunga chiacchierata fatta con i ragazzi di Vita da Roleplayer/GDR Unplugged.

Con l’intelligenza di Giuseppe Rotondo, l’arguzia di Mauro Longo, la professionalità di Umberto Pignatelli e le mie farneticazioni scombinate.
Divertitevi.


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Una modesta proposta

Io proporrei una moratoria di dieci anni sui termini nerd e geek, e pene corporali – o possibilmente la Rieducazione Attraverso il Lavoro per coloro che si applicano tale etichetta o la applicano ad altri senza previo permesso scritto degli interessati.
Che coloro che ora come ora si autodefiniscono nerd e geek tornino a leggere i loro fumetti, a guardare le loro serie TV, a giocare a Dungeons & Dragons (rigorosamente Scatola Rossa) e con la collezione di Micronauti, e a piangere commossi per i vecchi Urania o i libri della Fantacollana che non hanno mai letto, e la smettano di perseguitarci con i loro pipponi autocelebrativi e i loro agghiaccianti tentativi di auto-legittimazione, con la loro nostalgia per ciò che non hanno mai conosciuto e con la loro tragica mancanza di senso dell’umorismo.

Pare di assistere ai primi giorni non di una nazione migliore, ma del sorgere di una nuova religione, con piccoli profeti che tentano di raggiungere il rango di Kwisatz Haderach.0002385123_100Sarebbe bello se si facessero dei discorsi seri, se si facessero delle analis critiche, anche semplicemente delle tranquille discussioni.
Ma questo perpetuo sforzarsi per recintare un pezzetto del dominio nerd al fine di diventare dei piccoli Secret Masters of Fandom è vuoto e fasullo, e alla lunga non porta a nulla di buono.

In casi di estrema necessità, coloro che intrattengono passioni che noi non siamo in grado di capire potranno essere etichettati come anorak, come da tempo avviene in taluni circoli.

Così.
Come si diceva, una modesta proposta.
Ma pensate che mi daranno retta?
Ah!


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Ci fu un tempo in cui la blogsfera era fatta di risonanze – e il post su un blog ne riecheggiava altri, su altri blog.
È ancora così, ma il pubblico è tutto su Facebook.
Nei giorni passati, il mio amico Hell ha postato questo pezzo sulla sua città, la città della quale scrive, Taranto. E poche ore fa, Alex Girola ha ripreso l’idea, con un pezzo sulla “sua” Milano.

E io mi sono detto, perché no?
Con un piccolo problema – al momento me ne sto in esilio in Astigianistan, e chiamare città Castelnuovo Belbo (800 persone) sarebbe vagamente ridicolo.
Ma non è un problema reale perché se è vero che in Astigianistan io ci ho ambientato un sacco di roba – gli Orrori della Valle Belbo, BUSCAFUSCO, e l’imminente Santi & Fattucchiere1 – così come è vero che ho per lo meno tre città dell’immaginazione alle quali ritorno spesso nelle mie storie – Londra, Parigi e Shanghai – è altrettanto indiscutibilmente vero che io sono nato e cresciuto a Torino, e quella è la mia città.
Per cui parliamo di Torino.

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Sarà una cosa lunga, e non molto coerente.
Siete stati avvisati. Continua a leggere


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Se non lo vedo non ci credo

Poi dicono, scrivi fantascienza.
Ho conosciuto online una persona che non crede all’evoluzione.
Non che tutti i ragionamenti di Darwin e di tutti gli altri non suonino convincenti, eh… però il fatto è che lui l’evoluzione coi suoi occhi non l’ha mai vista.
Niente è mai evoluto davanti a lui, mentre stava lì ad aspettare.
E certo, lui si rende conto che i meccanismi della selezione naturale son così lunghi che nessuno potrà mai essere testimone dell’evoluzione in atto. Sì, quello l’ha capito.
Ma ciò non toglie che lui l’evoluzione non l’abbia mai vista, e quindi tante grazie, bel modell, grande idea, ma lui non ci crede.
Lui crede che il mondo sia stato creato così com’è da Dio.

Tree-of-Life

È una consapevolezza estremamente dolorosa, per chi si occupa di scienza e per di più dovrebbe/potrebbe occuparsi di comunicazione della scienza, rendersi conto che no, i fatti non pesano.
Le prove sperimentali, gli argomenti documentati, l’esperienza accumulata di generazioni di ricercatori non contano nulla.
Se non vogliono cambiare idea, non la cambieranno. Continua a leggere