strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Adattarsi o scomparire: Ammonite, di Nicola Griffith

D’estate, ormai da qualche anno, leggo soprattutto fantascienza o “altro” – e con altro intendo libri che non hanno una specifica etichetta di genere, e che magari non sono neanche narrativa.
E in questo weekend, ho recuperato dallo scaffale la copia ricevuta in regalo mesi addietro di Ammonite, di Nicola Griffith, nell’edizione Gollancz/SFMasterworks, che conservavo per i momenti di disperazione.
Ci voleva, un po’ di bella fantascienza.

La quarta di copertina, tradotta alla svelta:

Cambia o muori. Queste sono le uniche opzioni disponibili sul pianeta Jeep. Secoli or sono, un virus mortale ha distrutto la colonia originaria, uccidendo gli uomini e alterando per sempre le poche donne sopravvissute. Ora, generazioni dopo che la colonia ha perso i contatti con il resto dell’umanità, una compagnia arriva per sfruttare Jeep – e le sue forze si ritrovano a combattere per sopravvivere.
Terrorizzata di diffondere il virus, la compagnia abbandona i suoi dipendenti, lasciandoli spaventati e isolati dai nativi. Di fronte a questa crisi, l’antropologa Marghe Taishan arriva per testare un nuovo vaccino. Mentre rischia la morte per scoprire il segreto biologico delle donne, scopre che anche lei sta cambiando – e si rende conto che non solo ha trovato una casa su Jeep, ma che solo lei porta i semi della sua distruzione …


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La spaccatura

Nel 1811, nella valle del Mississipi, la densità di popolazione era ancora molto bassa. Per questo motivo, quando un terremoto di magnitudo stimata 7.5/7.9 colpì l’area con epicentro nel nord-est dell’Arkansas, tutti se ne accorsero, ma non ci furono gravi conseguenze per le persone. Tranne a Little Prairie, dove le scosse provocarono la liquefazione del suolo e la terra si inghiottì il paese.
Erano le due e un quarto del mattino.
Una seconda scossa di pari intensità colpì la stessa area sei ore dopo.

Il 23 di Gennaio 1812, alle nove del mattino, una terza scossa, di intensità 7.4, colpì il cosiddetto Tacco del Missouri, riattivando la faglia di New Madrid e causando deformazione e fratturazione del terreno, frane e crollo degli argini. E cosa più grave, “caricando” la faglia di Reelfoot.

La faglia di Reelfoot si riattivò alle 3.45 del 7 Febbratio 1812, e un terremoto di magnitudine 8 Richter colpì la città di New Madrid, cancellandola dalla faccia della terra. La faglia inversa causò un sollevamento che creò delle cascate lungo il corso del Mississipi, onde anomale risalirono il fiume e si formò un lago a Reelfoot, in Tennessee – in un’area che da allora si chiama Lake County.

E poi scosse di assestamento, circa duemila nell’arco di sei mesi.
Il terremoto più intenso mai registrato a est delle Montagne Rocciose aveva devastato un’area di 130.000 chilometri quadrati, ma aveva registrato relativamente poche vittime, perché nessuno pensò di contare i morti.
Ma New Madrid non c’era più, ed aveva 3000 abitanti.

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Una lunga notte a Crickley Hall

Nel 2006, prostrati dopo la scomparsa del figlio (il bambino è sparito mentre giocava in un parco), Gabe ed Eve Caleigh si trasferiscono per una stagione a Crickley Hall, nella campagna inglese. La scusa è un incarico di lavoro di Gabe, ma la coppia spera che lasciarsi alle spalle Londra permetta loro ed alle loro due figlie di riprendersi dalla tragedia. Appena arrivati, i Caleigh incontrano Percy Judd, un pensionato locale che in termini abbastanza sbrigativi consiglia loro di tornare a Londra, e soprattutto di portare via le due ragazzine da quel posto.
Gabe minimizza, Eve si sente strana, la piccola Cally e l’adolescente Loren sono convinte che il posto sia infestato (il che, naturalmente, “è una figata”). E ci sono tutte quelle lapidi con la stessa data del 1943, nel cimitero locale…

Nel 1943, la giovane Nancy Linnet viene sfollata da Londra e trova un impiego a Crickley Hall, un orfanotrofio gestito con brutalità estrema dai fratelli Augustus e Magda Cribben. Pogressivamente sempre più preoccupata per la violenza e gli abusi dei quali i bambini sono palesemente vittime, Nancy cerca di denunciare la situazione, ma viene rapidamente isolata: i Cribben sono persone timorate di dio e pilastri della comunità. L’unico che crede a ciò che Nancy racconta è Percy Judd, un giovane in procinto di partire per la guerra, che cerca di aiutarla…

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Un giro a Ryhope Wood

Questo è un post del piano bar del fantastico. Era un po’ che non ne facevo ma ieri chiacchierando con un’amica, mi è stato chiesto di fare un pezzo sul ciclo dei Mythago, o ciclo di Ryhope Wood, della buonanima di Robert Holdstock. Il caso vuole che quest’anno cada il decimo anniversario della scomparsa di Holdstock, e mi pare una buona idea farci un post.

È anche interessante, perché il primo romanzo della serie, Mythago Wood, è del 1984 e quindi ricade ancora in quell’interregno durante il quale alla narrativa fantasy era ancora permesso tentare strade diverse dal template fantasy che sarebbe da lì a poco diventato lo standard. Ed in effetti il ciclo ha le sue radici in una novella pubblicata nell’81.

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Gene Wolfe, 1931-2019

Se ne è andato, all’età di 87 anni, Gene Wolfe, l’autore del Ciclo del Nuovo Sole e di decine di altri romanzi e racconti. In assoluto uno degli autori più importanti per me come lettore, e uno dei più grandi autori che abbiano dato lustro alla narrativa di genere.

Mi stavo preparando a cominciare a rileggere i romanzi del Nuovo Sole, da Maggio in avanti, come faccio ormai da tempo ad anni alterni. Ad ogni nuova lettura scopro qualcosa di nuovo.
Quest’anno la rilettura avrà un sapore diverso.

Mi riprometto anche di recuperare nei prossimi mesi, ad Amazon piacendo, i titoli che mi mancano dell’opera di Wolfe.
Lui non c’è più, ma la sua opera rimane.


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Visioni dell’Apocalisse

Sono estremamente orgoglioso di poter annunciare l’uscita di Visioni dell’Apocalisse: l’Immaginario Cinematografico della Fine del Mondo, curato dalla dottoressa Stella Marega dell’Università di Trieste, e pubblicato di fresco da Mimesis nella collana Il Caffé dei Filosofi.

Il volume raccoglie una serie di saggi accademici su – beh, come dice il sottotitolo, il cinema dell’apocalisse. I saggi spaziano dall’immaginario urbano della Los Angeles futura e futuribile alle serie televisive che hanno mostrato la fine del mondo come noi lo conosciamo. E ci sono gli zombie, naturalmente.

Fra i saggi contenuti nel volume c’è anche Niente Margherite nella Terra Promessa: Ecologia dell’Apocalisse. Un saggio che ripercorre la storia della catastrofe ambientale nella letteratura e – soprattutto – nel cinema, da Grant Allen e H.G. Wells fino a Mad Max: Fury Road, e che ha come titolo una citazione da King of the World, degli Steely Dan.
L’ho scritto io.

Lavorare a questo saggio e con la dottoressa Marega è stata un’esperienza estremamente piacevole, e mi ha dato l’opportunità di coniugare le mie due identità, quella del ricercatore in campo ambientale e quella dello scrittore di fantascienza.
Se voi dovesse capitare di leggerlo, fatemi sapere cosa ne pensate.


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Il culto dei morti

Fonda Lee è una brava scrittrice che ha in corso un a serie fantasy che va sotto al titolo collettivo di Green Bone Saga. Ho qui il primo volume, Jade City, ed è un ottimo romanzo, originale e intelligente, che ha vinto il World Fantasy Award. Mi è piaciuto il romanzo, mi piace ciò che la Lee sta facendo col fantasy, e credo sia un’autrice che vale la pena tenere d’occhio.

Ai primi del mese, la scrittrice ha pubblicato sul suo canale twitter un paio di fotografie di scaffali di una filiale di Barnes & Noble, la grande libreria di catena americana, scrivendo (traduco a braccio)

Questo è ciò che i moderni scrittori di fantasy devono affrontare. Nel B&N della mia zona, la maggior parte degli autori è fortunata se trova una copia del proprio libro, super fortunata se è esposta di faccia. Ci sono 3,5 scaffali per Tolkien. 1.5 per la Jordan. Ecco con chi competiamo per lo spazio sugli scaffali: non fra di noi, ma con la gente morta.

E i fanz sono esplosi perché “Fonda Lee odia Tolkien e Jordan.”

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Tre libri, forse quattro

Un paio di sere or sono mi hanno rivolto una di quelle domande ipotetiche e sostanzialmente inutili che servono a far partire delle discussioni che si protraggono a lungo nel cuore della notte. La domanda in questo caso specifico era

Supponiamo che tu debba andare a parlare a una terza superiore, a dei sedicenni, e che tu gli debba presentare un solo libro, un volume di narrativa che secondo te è fondamentale che leggano. Cosa gli consiglieresti?

Ed è venuto fuori naturalmente che io di libri gliene consiglierei tre, forse quattro, magari anche cinque. Ed è stato interessante sentire opinioni alternative e suggerimenti incrociati.
Non so se mai avrò l’occasione di fare una presentazione del genere – ne dubito profondamente, ma credo sarebbe divertente. Per intanto, infliggo le mie opinioni non richieste a voi.

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