strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La lunga notte del libertino

È il 1958, e lo scrittore e cabarettista Jean “Steph” Shepherd ha una trasmissione radiofonica sulla WOR, una piccola stazione radio di New York. Steph fa talk radio – lunghe ore di chiacchiere tra la mezzanotte e l’alba, quello che viene comunemente chiamato il “graveyard shift”.
È il 1958, e la radio sta perdendo terreno davanti all’avanzata inarrestabile della TV, ma a queste ore disumane le TV sono spente, e Steph tiene compagnia a tutta quella fetta di popolazione metropolitana che lavora di notte – panettieri e inermiere, guardiani notturni e viaggiatori in attesa del prossimo treno, o del prossimo volo. Steph li chiama “Night People”.
È il 1958 e Steph è stanco di vedere classifiche pubblicate sui giornali, vede il futuro e l’ossessione per le liste, per le Top 10, le Top 5…
E così decide di fare un esperimento.
È il 1958, e questa è la Storia Fatta coi Cialtroni.

Jean Shepherd sa che per entrare nella lista dei best-seller del New York Times, i criteri, per un libro, sono le vendite e le prenotazioni.
Ed è fermamente convinto che critici e recensori siano una manica di pomposi palloni gonfiati, che si danno delle arfie da intellettuali bluffando alla grande.
E quindi, con la complicità dei suoi ascoltatori, crea un libro fasullo.
Lo fa con una richiesta di aiuto ai suoi ascoltatori, pubblicamente, per radio.
Ma sono le due di notte di un giorno di metà settimana… chi volete che lo senta, a parte i suoi ascoltatori abituali?
Ma gli scoltatori abituali rispondono con entusiasmo, telefonando in trasmissione.

Ora, il piano è semplice – con la complicità del pubblico, Shepherd si inventa un libro, intitolato I, Libertine – un romanzo storico scritto da un certo F.R. Ewing – un ex ufficiale delle forze britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale, ora membro dell’amministrazione inglese in Rhodesia.
Nel tempo libero, Ewing – che è sposato con Marjorie – essendo appassionato di storia, scrive.
I, Libertine – primo volume di una trilogia – è la storia abbondantemente romanzata di un aristocratico inglese del diciottesimo secolo, che dietro ad una facciata di rispettabilità, conduce in realtà una vita scandalosa e scollacciatissima.
Scollacciata almeno quanto il romanzo – che viene descritto come turbolento, turgido e tempestoso.

Messo insieme questo pacchetto, viene il momento di venderlo.
L’idea è che il mattino successivo, ogni ascoltatore della trasmissione entrerà in una libreria, e chiederà una copia di I, Libertine, di R.F. Ewing.
E si sentirà naturalmente rispondere che il libro non è in catalogo.
Chiederà allora se è possibile ordinarne una copia.

Ma cosa sucede dopo che due, tre, cinque persone, nell’arco della giornata, chiedono lo stesso libro che non è in catalogo?
Chiaramente, c’è qualcosa che non va nel catalogo.
E c’è una richiesta.
Un giro di telefonate fra librai rivela che il libro è MOLTO richiesto.
E cominciano le telefonate, ai distributori, a Publisher’s Weekly.

Jean Shepherd e i suoi ascoltatori devono solo starsene zitti e buoni, e godersi lo spettacolo.
E lo spettacolo non tarda ad arrivare.

Uno degli ascoltatori racconta di essere stato in una grande libreria, e di aver chiesto del libro, e di essersi sentito rispondere

Frederick R. Ewing? Era ora che la gente iniziasse a notare il suo lavoro. Penso da tempo che non abbia ricevuto il riconoscimento che merita.

Articoli cominciano a comparire su diversi giornali e riviste, sul nuovo “fenomeno”, che puntualmente – sulla sola scorta delle prenotazioni farlocche dei Night People – entra nella classifica dei Best Seller del New York Times.

Uno degli ascoltatori di Sheph, uno studente universitario, presenta una tesina, intitolata F.R. Ewing: Storico Eclettico.Il testo contiene abbondanti note e riferimenti bibliografici, e alcuni stralci del libro che non esiste. Ottiene il massimo dei voti, ed il docente ne loda “la superba qualità della ricerca.”

Cominciano a uscire recensioni del libro.
Un critico non manca di raccontare ai suoi lettori di aver pranzato con Fred Ewing e “la sua deliziosa moglie, Marjorie”.

Un’ascoltatrice di Steph racconta di aver accennato al fatto che sta leggendo I, Libertine, durante una partita a bridge. Tutte e tre le sue amiche al tavolo lo hannogià letto, e passano quasi un’ora a discuterne i meriti e i demeriti. A due di loro non è piaciuto.

E tutta questa valanga di panzane viene apertamente discussa per radio, con grandi risate, da Steph e dai suoi ascoltatori.

Copie vengono richieste a Londra, Berlino, Rio de Janeiro – e decine di altri luoghi esotici dove i membri del popolo della notte di Steph – che include viaggiatori e personale di volo delle principali compagnie aeree – decidono di portare il complotto.

E poi, finalmente, un comitato di lettori indignati per i contenuti osceni del libro ne chiede il sequestro, o per lo meno che venga ritirato da tutte le librerie di Boston e del Massachussets.
I, Libertine, che non esiste, si può ora fregiare della dicitura “Banned in Boston”.

Ci vogliono alcuni mesi, prima che finalmente un giornalista, insospettito dall’intera faccenda – perché il libro, naturalmente, proprio non si trova – non faccia qualche indagine, ed arrivi a Steph, e l’intero scherzo venga alla luce, per l’imbarazzo del New York Times, di Life Magazine, di Publisher’s Weekly e di una manciata di altre riviste, e di una larga fetta della popolazione di critici e recensori newyorkesi.

I giornali parlano di “scherzo” e di “truffa” – ma curiosamente non menzionano il fatto che una intera categoria di esperti sia stata brutalmente esposta nella sua falsità ed ipocrisia.

È quasi come se Jean Shepherd, che voleva sbugiardare una categoria di pomposi e pretenziosi pseudo-intellettuali, avesse fallito.
Di fatto HA fallito.

E poi arriva Ballantine Books, che ha un’offerta per Jean Shepherd, che Steph non può rifiutare – cedere i diritti su titolo e trama perché un ghostwriter possa scrivere il romanzo che tutti vogliono leggere.
Il romanzo che è già in classifica nella lista dei bestseller.
Ilr omanzo che molti hanno già letto – o così dicevano per darsi delle arie.
Il romanzo che molti hanno già recensito.
Ballantine ha anche la persona giusta per il lavoro – un certo Theodore Sturgeon, che dicono sia bravino.

E così, con Sturgeon che scrive in tempi strettissimi una storia apartire dalla trama abbozzata da Steph e dal popolo della notte, I, Libertine cessa di essere un libro che non esiste.
Le due copertine qui sopra si riferiscono a quell’edizione – che sarà più volte ristampata, diventando un best seller per davvero.
Jean Shepherd darà tutti i ricavati in beneficenza.


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Nelle spire dell’algoritmo

Venerdì tredici.
E non un venerdì tredici qualunque – il tredici di gennaio, il compleanno di Clark Ashton Smith.
E io ricevo una mail da Amazon.

Niente di particolarmente sorprendente o preoccupante (è Amazon, non l’Agenzia delle Entrate) – da quando mi servo nel negozio online di Jeff Bezos, ricevo spesso delle mail, che fanno più o meno così…

Ciao, consumatore!
Sulla base dei tuoi acquisti, pensiamo che potrebbe anche interessarti…

E a seguire, grazie alla potenza del meraviglioso algoritmo di Amazon, una lista che di solito include

  • un paio di libri dei quali non mi interessa assolutamente nulla
  • un paio di libri che ho già acquistato proprio da Amazon
  • un paio di libri che ho scritto io
  • un utensile da cucina dalle forme esotiche e la cui funzione mi è ignota

In tanti anni di acquisti su Amazon, credo di non aver MAI acquistato un libro o un altro tipo di mercanzia sulla base delle segnalazioni dell’algoritmo del negozio.
Ma oggi potrebbe essere diverso.
Oggi, per la prima volta in una ventina d’anni come cliente Amazon, sto seriamente pensando di ordinare uno dei volumi che l’algoritmo ha deciso di suggerirmi.
Perché oggi, mi dice l’algoritmo, è uscito questo…

Ora, in realtà, grazie ad una ricerca con Google, scopro che il libro era già stato messo in vendita a Lucca Comics and Games, l’anno passato, e successivamente in una fiera dei fumetti.
Io non ne sapevo nulla, ma a quanto pare ha anche venduto benino.
È anche stata fatta una presentazione durante una diretta on line, annunciata via Facebook – ma poiché nessuno ha pensato di taggarmi, l’algoritmo di Mark Zuckerberg non mi ha mostrato l’annuncio, e io la presentazione me la sono persa.
Nessuno aveva pensato di informarmi, o di suggerirmi di partecipare.

E sì, ho controllato la spam.
Niente.

Ed ora, due mesi dopo, l’intelligenza artificiale di Amazon decide che potrebbe interessarmi questo volume, che è uscito oggi.
E sì, questa volta ci ha preso – il libro potrebbe interessarmi, perché non ne ho vista finora né una copia-autore, né a dire il vero neanche le bozze di stampa.
Nessuno ha pensato di mandarmi via mail una copia dell’ebook.
Nessuno ha finora risposto alle email che ho spedito per avere dettagli.

Ma dopotutto, io sono solo l’autore (anche se dalla copertina sembra che il libro lo abbiamo scritto in due).

E sì, prima che qualcuno di voi possa ventilare l’ipotesi nei commenti – tutto questo È umiliante.
Estremamente umiliante.

Non mi pare – ma potrei sbagliare – che si stia facendo molta pubblicità a questo libro.
Per cui chissà, a parlarne qui sto facendo un qualche increscioso passo falso di qualche genere.

Però mi è parso comunque il caso di segnalare questa uscita.

Perché c’è il mio nome sulla copertina, ed il mio lavoro sotto di essa.

Perché questo è il mio blog, e non lo posso condividere, quindi non credo di fare granché danni.

Perché mettendovi qui il link commerciale ad Amazon, potrei riuscire ad alzare abbastanza denaro da comperarmi una copia.

Perché succede ancora abbastanza di frequente che io mi senta chiedere se i miei lavori saranno disponibili in italiano, e questo libro è in italiano. E non credo ce ne saranno altri in futuro.

Ma chi può dire? La vita è piena di sorprese.


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L’ultimo (libro) dell’anno

la cosa è partita da una discussione, qualche giorno addietro, col mio amico Germano, riguardo a Bruce Lee ed al Jeet Kune Do.
Le conseguenze di questa discussione emergeranno, probabilmente, con l’anno che viene, ma per intanto io mi sono fatto un giro sul catalogo della Shambhala Press, e saltando da una categoria all’altra, mi sono ordinato, per tre euri croccanti, una copia “usata ma in buone condizioni” di Writing Down the Bones, di Natalie Goldberg.

Il libro della Goldberg lo lessi, nell’edizione italiana pubblicata da Ubaldini (la memoria mi dice Astrolabio, ma Google mi dice Ubaldini), ai tempi dell’università, e rimane probabilmente il librosulal scrittura che è più probabile che io consigli se mi viene chiesta un’opinione a riguardo.
L’ho riletto spesso, in questi anni, e mi pareva una buona idea, ora, quasi trent’anni dopo la prima volta, ridargli un’occhiata in originale.
E poiché io i libri sullo zen li compro sempre e solo di seconda mano, ecco la mia copia “usata ma in buone condizioni”.
Questo significa, purtroppo o per fortuna, a seconda di come la volete vedere, che non mi sono potuto procurare l’edizione dle 30° anniversario, ma una copia vetusta della prima edizione.

Nel caso specifico, “usato ma in buone condizioni” significa con la copertina decisamente malandata, con pieghe e sfregi diversi. Le pagine sono ingiallite, piegate e macchiate dall’umidità – la copia è una prima edizione del 1986, ed ha visto un bel po’ d’azione in questi trentasei anni.
Ad una prima occhiata non pare ci siano annotazioni a margine – un peccato, per molti versi.

Writing Down the Bones, che in italiano si intitola Scrivere Zen, è un libro sulla pratica della scrittura come pratica di meditazione, e mira a rimuovere le barriere che eisstono fra la nostra mente e lapagina bianca.
Non perde tempo con lo show-don’t-tell e l’infodump, non tira in ballo Aristotele o Jacques Cousteau, ma si focalizza sull’idea di scrittura come esperienza e come pratica. Sottolinea non solo gli aspetti intellettuali ma anche quelli fisici, dell’atto della scrittura.
È disordinato e sorprendente, perché è stato scritto seguendo i precetti che va ad illustrare.
Ha una voce unica, e delle idee molto interessanti.
Pone una grande enfasi sulla scrittura a mano, con la penna ed il quaderno.
La mano non deve mai fermarsi è uno dei precetti centrali del libro.
Ed è un libro che parla davvero di filosofia zen, a differenza di quell’altro, che c’ha lo zen nel titolo ma non c’entra assolutamente nulla.

Focalizzato com’è sull’atto di scrivere, Writing Down the Bones non fa riferimento a generi, stili, scuole. È adatto allo stesso modo per chi scrive racconti o romanzi, saggi o articoli, per chi vuol semplicemente tenere un diario o scrivere poesie.
È ridotto all’osso, non promette successi commerciali, fama, fortuna e gloria.
Scrivete quello che vi pare, vi dice, e come vi pare. L’importante è continuare a scrivere.
È praticamente perfetto.

È, a modo suo, il primo volume di una trilogia – che comprende anche Wild Mind e The True Secret of Writing … altri due libri usatissimi, qui sul mio scaffale. Mi manca Thunder and Lightning, che scopro esistere solo ora, scrivendo questo post.
Presto, spero… magari come primo libro dell’anno.

È l’ultimo libro del 2022, e paserò qualche ora a rileggerlo, mentre aspetto la mezzanotte.
Poi, magari, nel 2023, parleremo di Jeet Kune Do.
O forse no.

E sì, ci sono link commerciali in questo post, coi proventi dei quali acquisterò, probabilmente, altri libri di seconda mano sulla filosofia zen – o magari sul Jeet Kune Do.


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Sogni di Fuoco

La Aconyte Books ha annunciato stamani il suo catalogo di pubblicazioni per l’estate del 2023, e l’elenco dei titoli dedicati all’universo di Descent, Legends of the Dark include un romanzo intitolato Dreams of Fire

… e pare proprio che la mia produzione per Descent sia in qualche modo legata al fuoco – la tag-line del mio romanzo precedente, The Raiders of Bloodwood, era “The forests of Terrinoth are burning”.
Se non altro c’è una certa consistenza.

È curioso vedere il proprio lavoro annunciato in questo modo mentre è ancora in fase di lavorazione, e òla tentazione di intitolare questo post “come trascorrerò le vacanze di Natale” c’è stata.

Ma bisogna fare le persone serie.

Se volete saperne di più, qui c’è la pagina ufficiale del progetto.


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Grammatica, stile e dizionari

Questo è un post di dubbia utilità, che nasce da una chiacchierata fatta un paio di giorni or sono, con un amico, riguardo al fatto che sto leggendo un libro di grammatica inglese – e non è il primo (e forse non sarà l’ultimo).
Questo ci ha portati a discutere di quali sono i libri che mi tengo a portata di mano quando scrivo, come materiale di riferimento.

Ed è qui che il post può essere di dubbia utilità – perché io ormai scrivo prevalentemente in inglese, e quindi i miei volumi di riferimento sono in inglese.
Io resto dell’idea che quando si tratta della nostra scrittura, sia importante fare riferimento a manuali relativi alla lingia in cui scriviamo – perché lingue diverse hanno regole diverse, strutture diverse, e i testi sui quali impariamo dovrebbero tenerne conto.
Questo vale per le grammatiche come per i manuali di scrittura – che di solito fanno riferimento alla lingua, al mercato ed all’ecologia editoriale, per così dire, oltre che alle esperienze personali, di chi li scrive.

È per questo che trovo alquanto dubbia la venerazione che tanti guru nostrani della scrittura – e per riflesso i loro assistiti – paiono avere per Strunk & White, Elements of Style.
Sì, lo so, Ike Asimov giurava e spergiurava sullo Strunk & White, e mi pare che anche Stephen King lo citi nel suo manuale, però il manuale di Strunk & White fa riferimento alla grammatica inglese, non a quella italiana. Ci sono delle diferenze.
Io, scrivendo in inglese, potrei forse usarlo ma, in primis, è zeppo di errori (usa una forma passiva per dirci di non usare forme passive, e poi porta alcuni esempi di forma passiva che non sono forme passive … e questo è solo uno dei molti esempi disponibili), ed è un manuale comunque mirato alla scrittura di relazioni e tesine per liceali e universitari, e la narrativa è una cosa diversa.

E allora cosa?
Il mio amico Germano, che fa l’editor per la lingua italiana, suggerisce di leggersi la grammatica italiana – edizione Zanichelli, mi pare – ed ha ragione. Tutte le convenzioni (perché questo sono le regole della grammatica) sono raccolte là dentro.
Potrebbe essere sufficiente.

Grammatica

Per la grammatica della lingua inglese, il testo più popolare – che ho qui sull’hard disk in versione elettronica, e del quale vi piazzo anche il link commerciale (sapete come vanno queste cose) – è Woe Is I: The Grammarphobe’s Guide to Better English in Plain English (Fourth Edition), di Patricia T. O’Conner, che risolve rapidamente tutti quei dubbi malsani che vengono scrivendo, e quegli errori barbini che spesso vengono segnalati dall’editor in fase di revisione – pronomi sbagliati, forme verbali farlocche, strutture che non vanno da nessuna parte.
È ben scritto, scorrevole, non troppo tecnico ed è facile trovare i diversi argomenti e farsi un ripasso veloce.

Io la grammatica dell’inglese l’ho studiata alle medie – e poi di nuovo al liceo – ma prima di cominciare a scrivere in inglese, nel lontano 1997, non ci avevo mai badato granché se non per passare le interrogazioni a scuola.
Anche per il latino era la stessa cosa, al liceo – traducevo abbastanza bene, pur senza ricordarmi nulla della grammatica.

Ma scrivere – o tradurre professionalmente – è una faccenda completamente diversa.
Bisogna conoscere le regole della grammatica ed applicarle.
Come dicevo sopra, si tratta di convenzioni – e mutano col tempo, per cui è necessario mantenersi aggiornati.

Oltre al volume della O’Conner, ho sulla scrivania una copia cartacea del Penguin Dictionary of English Grammar, che è infinitamente più arido e schematico, ma che è facile da sfogliare alla ricerca della risposta a qualche dubbio.
Vi ho piazzato un link commerciale – ma su Amazon conviene cercarne una qualche copia usata, che si può reperire a meno di un terzo del prezzo di copertina.

E sullo scaffale ho una copia del Deluxe Transitive Vampire, di Karen Elizabeth Gordon, un volume uscito nel ’93 che illustra tutte le parti più intricate della grammatica inglese con esempi tratti da romanzi gotici. la versione Deluxe è rilegata rigida e piacevolmente illustrata, ed è ormai un libro costosissimo. È alquanto bislacco – e parte di una serie che include una guida al lessico ed una all apunteggiatura – ma è anche un piacevole antidoto ai testi più paludati.
E di solito quando ci si diverte si memorizzano più facilmente i vari concetti, ed il vampiro transitivo È divertente.

Stile & Uso

La grammatica è essenziale per non commettere svarioni, e costituisce – ne parliamo fra un attimo – una forma di stile.
Ma esistono diversi stili e usi differenti, che fanno sorgere questioni come quale preposizione regga una certa forma verbale in una certa specifica circostanza – e qui spesso grammatica ed uso comune vanno in conflitto.
Può essere utile, perciò, un manuale di stile.

La Penguin, nella stessa collana del dizionario di grammatica, ha anche un Writer’s Handbook – che è poi una guida allo stile, come Strunk & White o il Chicago Manual of Stile – ma io uso invece una vetusta (e quindi probabilmente sorpassata) versione del Fowler’s Modern English Usage, edito da Oxford (e scritto, ovviamente, da Fowler). Ne ho una copia cartacea sulla scrivania, ed una digitale sull’hard disk.
A differenza di Strunk & White, il volume di Fowler non contiene errori di grammatica, si guarda bene dall’assumere quel tono vagamente autoritario che pare minacciarvi di rappresaglie fisiche se piazzate un avverbio fra il “to” ed il verbo all’infinito (to boldly go…) ed è scritto col tono abbastanza snob dell’Inghilterra degli anni ’30. È in effetti un manuale di stile ed uso comune della lingua inglese parlata nei paesi civili – e usarlo come riferimento può dare in alcuni casi dei problemi con gli editor americani.
Come dicevo, la mia copia oltretutto è vetusta – ed in effetti Oxford ne ha due nuove edizioni, una standard ed una “concisa”. Ora si chiama New Fowler’s Dictionary of Modern English Usage.
Un titolo, ne sono certo, che Fowler stesso avrebbe ironicamente criticato come troppo lungo e faticoso.

Spero sia chiaro che questo genere di “manuali di stile” non si propongono di insegnarci a sviluppare uno stile nostro, ma piuttosto quali convenzioni modifichino o alterino le regole dell agrammatica standard – rendendo ad esempio certe forme più accettabili di altre.
C’era una cosa simile, per la lingua italiana, negli anni ’80, intitolata Come Parlare e Scrivere Meglio, di Gabrielli & Salmaggi. Ha quarant’anni, e quindi non è certo al passo con l’attuale stato della lingua italiana, ma è una lettura estremamente divertente. Buona caccia.

La questione dell os tile e dell’uso viene anche affrontata da un testo che ho già citato più volte in passato, Artful Sentences: Syntax as Style, di Virginia Tufte – che è un colossale compendio ed analisi di diverse strutture sintattiche e di come l’ordine in cui disponiamo le nostre parole sulla pagina possaa alterare non solo il significato della frase, ma anche il ritmo, e la percezione del lettore.
Questo non lo tengo a portata di mano sulla scrivania – ma è sullo scaffale, di fianco al vampiro transitivo.

Dizionari & Affini

Computer e internetavrebbero reso – secondo alcuni – obsoleto il buon vecchio dizionario.
Ne abbiamo uno integrato nel nostro software di scrittura (insieme ad un autocorrettore e ad altre meraviglie), eattraverso la rete possiamo arrivare rapidamente a dizionari online, wikipiedia e quant’altro.

Io preferisco avere a portata di mano una copia cartacea di un buon Thesaurus – che sarebbe quello che noi chiamiamo Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari – per la lingua inglese.
Ne esistono una quantità, e sono particolarmente utili in fase di revisione, quando ci rendiamo conto che il notro testo è zeppo di ripetizioni.
Nello specifico, io uso il vecchio (2013) Oxford Paperback Thesaurus – che si può acquistare su Amazon usato per meno di tre euro.
Sul PC, Artha è un buon software gratuito e cross-platform che funziona come thesaurus per il desktop per la lingua inglese.

C’è poi il Dictionary of Phrase & Fable, che sarebbe un dizionario delle forme gergali, delle frasi fatte e dei riferimenti culturali. Molto utile sia per scrivere che per tradurre. Quello storico è il Brewer, ma anche in questo caso conviene recuperarne uno aggiornato – perché i riferimenti culturali, ovviamente, evolvono molto rapidamente (ma hanno anche una estrema persistenza).
Lo stesso vale per un dizionario delle forme idiomatiche.
La rete può ovviamente sopperire, ma il volume cartaceo è spesso più rapido.

Un buon investimento, infine – se si traduce o se si scrive narrativa – sono un paio di dizionari di slang.
Anche di questi, ne esistono dozzine – dai molto generici ai molto specifici (per epoca, regione, categoria).
Possono essere estremamente utili – ma anche qui, la rete offre abbondanti alternative.

E questo è, grossomodo, tutto.
Per riassumere – una buona grammatica, un manuale di stile e un dizionario dei sinonimi e dei contrari. Questo è l’indispensabile, per ciò che mi riguarda.
E questo, io credo – e soprattutto la grammatica – dovrebbe venire prima dei corsi di scrittura e dei seminari su come essere autori che scrivono giusto. Potrebbe persino permetterci di farne a meno.
Ma è, ovviamente, solo la mia opinione.


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Greg Bear (1951-2022)

È di ieri la notizia che lo scrittore americano Greg Bear è entrato in coma irreversibile in seguito a un colpo apoplettico, e come da sue precedenti istruzioni, la famiglia ha deciso di staccare i supporti vitali.
.

Dei tre “Killer Bees” della fantascienza (Bear, Benford e Brin), Bear è quello che ho sempre trovato più difficile.
Scoperto con Blood Music (che qui da noi si intitola L’Ultima Fase), lessi successivamente Queen of Angels e Slant, trovando che la densità di idee e lo stile si facevano sempre più pesanti.
Eon mi lasciò molto stanco, ed abbastanza depresso.
Darwin’s Radio fu il romanzo dopo ilq uale decisi che Bear non faceva per me.
Forse – ma questa è un’ipotesi che vale quanto la carta su cui è scritta – il problema deriva dal fatto che Bear considerava Bradbury l’autore che più lo aveva ispirato. Ed io con Bradbury ho sempre avuto un rapporto conflittuale.

Ma al di là delle preferenze personali, Greg Bear ha fatto la storia di quel settore della fantascienza chiamato Hard SF.

E comunque, c’è un singolo romanzo di Bear che resta per me fra le cose migliori che mi sia capitato di leggere – Hegira, uscito nel 1979 e scoperto ai tempi del liceo nell’edizione Dell, illustrata da Stephen Fabian.

Un romanzo “alla maniera di Vance”, ma poi completamente capovolto e sovvertito in un finale che anticipa molti dei temi che Bear avrebbe poi sviluppato per tutta la sua carriera.
In italia uscì suUrania, immagino senza le illustrazioni.

Per Hegira, e per Blood Music (dei quali cinicamente vi metto il link commerciale – consideratevi avvisati) credo di avere motivi sufficienti per ricordare con affetto Greg Bear, e piangerne la scomparsa.


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Buon Natale, Tom

Un paio di mesi or sono, chiaccierando con un’amica in Nord Africa, il discorso è girato sul tema dei Pirati di Barberia, i corsari ottomani che per alcuni decenni operarono lungo le coste del Mediterraneo. Ed essendo la mia amica un’esperta in storia ottomana, le ho chiesto di consigliarmi un buon testo sull’argomento.
E lei mi ha consigliato Pirates of Barbary – Corsairs, Conquests, and Captivity in the 17th Century Mediterranean, di Adrian Tinniswood.
Un bel saggio pubblicato da Riverhead Books nel 2010.

Ora, il problema dei saggi è che, rispetto alla narrativa, costano molto più cari.
Mentre è abbastanza facile, con un po’ di pazienza ed attenzione, scucire un buon romanzo per meno di cinque euro, i saggi raramente viaggiano sotto ai dieci – e il volume in questione è un buon esempio di questo: 13 euro in paperback, 8.35 in ebook.
Un po’ troppo, per togliersi una curiosità volante, considerando che ho una pila alta così di altri libri da leggere.
Però, però…

Trovo il volume usato a tre euro, spedizione gratuita.
E allora, perché no.
Tocca aspettare una vita per il recapito, ma non è che sia una cosa urgente.

Ed oggi il postino mi consegna la busta con dentro il libro.
Ottime condizioni.
La carta un po’ ingiallita, ma per il resto il libro è perfettamente sano.
Ottimo colpo.

All’interno della copertina c’è una dedica, in penna rossa.

A Tom
Un altro per la tua collezione.
Con amore
Mamma
Natale 2011

Ed io ora sono qui che penso a Tom, che nel 2011 collezionava libri sui pirati – o forse sul Mediterraneo, o sull’Impero Ottomano, o sulla storia del 18° secolo.
Tom, al quale la mamma regalò questo libro pochi mesi dopo la sua uscita (l’edizione in paperback è del Settembre 2011).
Con amore.
Per Natale.
Undici anni or sono.

Come ha fatto questo libro ad arrivare qui a casa mia?
È stato donato a un negozio dell’usato, per beneficenza, che poi lo ha messo in vendita, certo. Fin qui è chiaro. Ma come, e perché?

Non ci si disfa di un regalo della propria madre.
Non credo, per lo meno.
Anche se il volume è doppio, non dai via quello che ha la dedica di tua mamma.
E anche se sbaracchi la biblioteca perché stai traslocando, i libri con la dedica della mamma te li porti dietro. O li metti in uno scatolone e li conservi.
Credo.

Cosa ne è stato di Tom?
Cosa ne è stato della sua collezione?
Chi ha deciso di liberarsene?
E perché?

È facile immaginare il peggio.
Spesso mi domando se questo sarà il destino della mia biblioteca, quando sarà il momento.
Verrà venduta a peso? O semplicemente mandata al macero?

Mi fa sentire strano, stringere questo libro, che stranamente connette quattro persone lontanissimo fra loro – io qui in fondo all’Astigianistan e la mia amica in Nord Africa, Tom e la sua mamma da qualche parte negli Stati Uniti.
Mi domando cosa ne sia stato, di Tom, e della sua mamma, in questi undici anni.

E non c’è null’altro che io possa fare, ora, se non leggere questo libro, e conservarlo.
Buon Natale, Tom.
Dovunque tu sia.


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Una lettura per Halloween

Facciamo il punto: è il 26 di ottobre, fuori ci sono 28 gradi, in casa ce ne sono 21 – l’anno passato in questi giorni eri già avvolto in una coperta per lavorare al PC; quest’anno no, fa caldo, anche se gli idioti là fuori continuano a negare la crisi climatica, e tu sei qui che smaltisci i postumi del COVID, che ti ha colto dopo due anni a giocare a rimpiattino e ti ha lasciato impanato nel paracetamolo e con la sensazione di essere stato calpestato da una mandria di elefanti. Non hai energia neanche per cucinare, vivi di noodles istantanei, e hai un lavoro da consegnare con urgenza o finirai in rosso in banca, ed è fermo da una settimana. Stai rileggendo The Expanse perché si prova un certo piacere perverso a rileggere della buona fantascienza mentre tutti postano sui social i film horror che stanno guardando, i libri horror che stanno leggendo – come se Halloween fosse una specie di autorizzazione a mostrare qualcosa di cui alla fine ci si vergogna. Ma The Expanse lo stai rileggendo per lavoro, e in questi giorni, anche passata la febbre, non hai la testa per leggerlo come si deve.
Perciò, una bella lettura per Halloween.
Qualcosa di leggero.
La storia di una donna che vende l’anima al diavolo.

Lolly Willowes non compare di solito nella lista degli horror da leggere per Halloween, forse perché non è un horror. È un fantasy, risalente a quell’epoca felice in cui “fantasy” non era ancora una categoria merceologica definita, con delle regole definite e delle aspettative definite.
È un fantasy come è un fantasy Zuleika Dobson, di Max Beerbhom – con cui condivide lo stile di scrittura ed alcuni temi. Come Zuleika Dobson, non lo troverete nelle collane fantasy del vostro editore di fiducia.
In italiano, Lolly Willowes lo pubblica Adelphi, e quindi capirete che questa è Letteratura, non la robaccia che voi leggete di solito.

Lolly Willowes venne pubblicato nel 1926, il primo romanzo di Sylvia Townsend Warner – scrittrice e saggista, poeta, tradutrice e musicologa, nota agli appassionati di letteratura fantasy (sì, certo, come no…) per la sua biografia di T.H. White e per i racconti contenuti nel volume Kingdoms of Elfin.
La storia in un amen – Laura “Lolly” Willowes è una zitella trentenne intrappolata in una famiglia dell’alta borghesia. Lolly lascia l’oppressiva casa di famiglia, si trasferisce in campagna, e vende l’anima al diavolo, in cambio dell’opportunità di non dover più sottostare alle regole.

Ed è tutto qui, scritto con uno stile discorsivo ed elegante, che se ne infischia delle regole della scrittura propugnate da alcuni.
È crudele e satirico, indiscutibilmente femminista e in epoca non sospetta, e non è difficile riconoscere nelle premesse le origini di Ombre del Male di Fritz Leiber.
È anche imparentato, ma questa è solo una mia teoria, con Jurgen, di J.B. Cabell, del quale si diceva qualche giorno addietro, e con Diana of the Crossways, di George Meredith.
Non è la solita faccenda a base di cadaveri sbrindellati e vampire discinte che ci dicono dev’essere la nostra dieta in questo periodo dell’anno.
È, probabilmente, davvero buona letteratura.
Forse per questo gli appassionati di fantasy l’hanno finora ignorato – o forse si sono fatti spaventare dal sottotitolo, L’amoroso cacciatore, che lasciapensare a uno di quei polpettoni vittoriani con le signore dell’alta società colte dai bollori per il guardiacaccia.Ma non è così, ed anche il sottotitolo ha filo tagliente e nascosto.

Se ne trovano varie versioni, a prezzi variabili, e vi ho messo un paio di link commerciali – la vecchia versione in paperback della Wordsworth Classics era meravigliosa, e costava come un sacchetto di patatine, ma purtroppo è fuori stampa.