strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Premio Scribe

Come dice l’Edda di Snorri, l’uomo non deve vantarsi dell’orso che non ha ancora scuoiato.
O qualcosa del genere. Sto citando a memoria Lyon Sprague de Camp, quindi vi rendete conto anche voi che è una faccenda un po’ incerta.
Comunque…

La International Association of Media Tie-In Writers è un’associazione internazionale che vuole promuovere l’immagine pubblica ed il lavoro di quegli autori che pubblicano professionalmente lavori in qualchemodo collegati a delle properties transmediatiche – romanzi di Guerre Stellari, fumetti di Alien, audiodrammi di Dr Who, novelization di film e serie TV, romanzi ambientati negli universi di popolari giochi di ruolo. Cose così.
Perché per un sacco di tempo gli autori di tie-in sono stati considerati scrittori di serie B.
Guardate cosa dicevano di Alan Dean Foster.

Ogni anno, l’associazione assegna un premio, per categorie, al meglio della produzione nella categoria dei tie-in. La lista dei vincitori nelle edizioni degli anni passati dello Scribe Award include appunto Alan Dean Foster, Max Allan Collins (che è praticamente abbonato, stando alla lista di premi ricevuti), Dan Abnett e Guillermo del Toro.
I vincitori per il 2022 verranno annunciati alla Comicon di San Diego, il mese prossimo.

Qui trovate la lista completa dei candidati, e questo è un dettaglio della categoria racconti…

Short Story
Arkham Horror The Devourer Below: “All My Friends Are Monsters” by Davide Mana
Black Panther: Tales of Wakanda – “Bon Temps” by Harlan James
School of X: “Kid Omega Faces the Music” by Neil Kleid
Voices of Varuna: “Distress Signals” by Jean Rabe
Voices of Varuna: “Stepping Stones” by Marsheila Rockwell

Vedremo fra un mese come andrà a finire – è la seconda shortlist in cui finisco con un mio racconto, e tutti ci ricordiamo come andò la prima volta.
L’orso di De camp e tutto quel genere di cose.
Ma anche semplicemente essere arrivato in finale è per me un eccellente traguardo.


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Tre libri (in effetti, quattro)

“Per motivi indipendenti dalla nostra volontà”, come dicevano una volta, nell’arco di quattro settimane sono usciti (o stanno per uscire) quattro mie libri. Due sono miei-miei, nel senso che io sono l’unico autore citato in copertina, gli altri due sono antologie in cui compaiono miei racconti.
Ed è molto inelegante parlare delle proprie cose in questo modo – ma che diamine … da qualche parte se ne dovrà pur parlare, e questo è il mio blog. Per cui…

Due settimane or sono è arrivato in libreria Piemontesi ai confini del mondo – un volume che raccoglie le biografie di ventidue personaggi che, tra ‘800 e ‘900, lasciarono il Piemonte per esplorare il mondo; alcuni lo fecero per vocazione, altri per dovere, altri ancora per curiosità. Tutti, chi più chi meno, per uno spirito di avventura che di solito non viene considerato parte del carattere delle popolazioni cisalpine.
Il volume è riccamente illustrato (non per merito mio), zeppo di stralci da testi dimenticati, corredato da mappe e cronologie. Lo pubblica Edizioni Savej, e lo trovate sul loro shop online, oltre che in libreria.

A seguire, sono usciti proprio in questi giorni due volumi pubblicati da Belanger Books – due collezioni di apocrifi, o se preferite di pastiches. Entrambi i volumi sono curati da John Linwood Grant.
Il primo è Sherlock Holmes & the Occult Detectives III, raccolta di storie nelle quali il detective di Baker Street collabora con investigatori dell’incubo ed esploratori dell’occulto. Dieci storie, e il mio The Adventure of the Stealer of Souls apre il volume, e segna il ritorno di miss Valerie Trelawney, occultista sui generis creata ai tempi del liceo, e poi resuscitata per il primo volume di questa serie di antologie (pare che io sia abbonato ai volumi dispari della serie, che conta quattro volumi).

Il secondo volume della Belanger è invece The Book of Carnacki the Ghost Finder, massiccia collezione (464 pagine) di diciotto apocrifi dedicati al cacciatore di spettri creato da William Hope Hodgson. Il mio contributo è una storia intitolata The Haunting of Fox Lane. Spettri, rivoluzione industriale e altre amenità.

Il che ci lascia con le cose a venire, visto che fra due settimane arriverà sugli scaffali The raiders of Bloodwood, il mio romanzo fantasy ambientato nell’universo del gioco in scatola Descent, Legends of the Dark. Un fantasy “alla D&D” con gli orchi e gli elfi, ma non gli orchi e gli elfi di vostro nonno, in cui ho cercato di rivoltare un paio di vecchi cliché pur restando nei binari del genere. Ed è stato divertente, cercare un modo un po’ diverso per raccontare certe storie. Chissà se piacerà ai lettori…
La versione in ebook sarà disponibile dai primi di Luglio, mentre per il cartaceo dovremo aspettare l’autunno – entrambi si possono già prenotare, naturalmente.

E questo sarebbe più o meno tutto, eccezion fatta per l’uscita in audiobook di The Devourer Below, l’antologia di racconti lovecraftiani che contiene il mio All my friends are monsters di cui si parlava qualche giorno addietro.

Intanto, sto lavorando a un nuovo romanzo (sono in ritardissimo) ed ho una manciata di racconti in revisione – più i diciotto di cui si diceva nell’ultimo post, che devono con tinuare a circolare.
Ci si tiene in movimento, usando l’ansia come carburante.

E ci sono i link commerciali, in questo post – certo che ci sono, tre di Amazon ed uno di Savej. Siete stati avvisati.


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Nel tritacarne con James Patterson

A quanto pare, James Patterson si sente discriminato. Noto per aver “scritto” una quantità di bestseller e anche per il fatto di aver ammesso che da anni compila solo più le outline dei suoi romanzi, e poi passa il lavoro a un esercito di ghostwriter per fare il lavoro sporco, Patterson sostiene che essere scrittori bianchi, maschi e “anziani” al giorno d’oggi significa avere meno possibilità di pubblicare rispetto ai vecchi tempi.
“Quand’ero giovane io…”

Ma è davvero così?
Per fare un esperimento, sono andato a farmi un giro su Submission Grinder – il motore di ricerca per mercati ai quali proporre racconti. Nel motore ho inserito un genere – il fantasy (per motivi che vedremo più tardi) e una tariffa minima – sei centesimi di dollaro. Che sarebbe la vecchia tariffa professionale – oggi il minimo è salito a 8 centesimi. Ma è OK – sei centesimi a parola per una storia di 3500 parole sono quasi duecento euro, faccio la spesa per sei settimane.

Stando al grinder ci sono ventinove tra riviste ed antologie disposte a pagare sei centesimi a prola o più un mio racconto fantasy – a patto che raggiunga i livelli di qualità richiesti. Di questi, sei sono contrassegnati come Limited Demographic – nel senso che accettano solo lavori di autori appartenenti ad una specifica categoria: appartenenti a minoranze etniche, alla comunità LGBTQ+, canadesi…
No, davvero, ci sono riviste che accettano storie fantasy solo da autori canadesi.

E per coloro che si stessero domandando “Canada! Perché tanto odio?!”, la spiegazione è presto detta – molte riviste canadesi sono finanziate da fondi statali per la cultura, vincolati alla condizione che i fondi vengano spesi all’interno del territorio nazionale. Per cui riviste canadesi, stampate in Canada su carta canadese, e con autori canadesi. Molti paesi hanno politiche simili per il finanziamento alla cultura – l’Australia, ad esempio.

Tornando al “razzismo” che esclude me e James Patterson dalla possibilità di pubblicare, sei su ventinove è mal contato un quinto – il 20% del mercato è negato tanto a me quanto a James Patterson.

E d’altra parte, sono sei anni ormai che io vivo di ciò che scrivo – e senza essere un nome riconosciuto internazionalmente come Patterson, senza avere un agente, e senza avere un ampio mercato di fan fidelizzati. Il che mi porta a immaginare che James Patterson stia dicendo una valanga di sciocchezze.

E prima che qualcuno si metta a strillare, no, non sto dicendo di essere come James Patterson, o meglio di James Patterson, o che altro. Ma entrambi nuotiamo in bacini diversi dello stesso grande mare, e l’impressione è che se certi problemi non si applicano a me, nel mio bacino, ancora meno si applichino a Patterson nel suo.

Certo, qui dove nuoto io qualche bolletta viene pagata in ritardo, e un incidente di percorso – un computer che si fulmina, una botta di salute incerta – può causarmi dei seri grattacapi.
Avere un 20% di possibilità in più mi fornirebbe maggiore tranquillità?
Non credo in maniera significativa.
Perché alla fine è la qualità di ciò che scrivi, che conta – insieme con quello che possiamo definire il “best fit” fra forma e contenuto del racconto e tema della pubblicazione e mix di storie già acquisite.
Perché a volte la storia è buona, ma viene rifiutata perché ce n’è già una con un tema o uno stile simile prevista per questo numero della rivista. Oppure il tono non è adatto all’idea che l’editor ha per quell’antologia.

È per questo che le storie non devono mai smettere di circolare – ed è per questo che ho inserito “fantasy” nel campo di ricerca del Grinder: ci sono 18 storie, qui sul mio hard disk, che negli ultimi anni sono state rifiutate e cercano ancora una casa, e 10 sono fantasy.

Sarebbe andata diversamente se nel Grinder avessi inserito “thriller” – che è dopotutto il genere d’elezione di James Patterson?
Ho due thriller fra i miei racconti invenduti, in effetti, per cui fare una ricerca per qualcuno disposto a pagarmeli almeno sei cent a parola ha un senso.

E sì, ammettiamolo, non gira proprio benissimo – ci sono solo tre riviste che soddisfino quei criteri di selezione. James Patterson ha molte meno possibilità di pubblicare racconti di genere thriller di quante ne abbia io quando scrivo sword & sorcery.
MA, e questo è interessante, nessuna delle tre riviste è Limited Demographics.
Il 100% del mercato non discrimina gli autori bianchi e anglosassoni. James Patterson può dormire sonni tranquilli.

E sì, OK, ci sono delle scocciature.
Un esempio?
È vero che da sei anni mi pago (a malapena) i conti scrivendo, ma è anche vero che

  • pubblico prevalentemente in inglese, quindi per il mercato italiano non esisto
  • pubblico in inglese ma non in traduzione e quindi per una fetta del mercato anglosassone (quello dei “foreign authors in translation”), non esisto

Ne abbiamo già parlato. È frustrante, in certi momenti.
Ma non mi ha finora impedito di scrivere, e di pubblicare, e di venire pagato, e pagare (con un minimo di ritardo, a volte) i conti.
E mentre sto scrivendo un nuovo romanzo, ho un saggio in italiano appena uscito, e fra tre settimane esce un mio romanzo in inglese.
Per cui no, non è davvero un problema – anche se a nessuno piace venire ignorato.

Ma allora, potremmo domandarci, cosa è saltato nelle corna a James Patterson?
Stando ai dati pubblicati, questo “autore che scrive malissimo ma ha molto successo” (cit. Stephen King) ha venduto 400 milioni di copie, ed è stato per tre anni l’autore più pagato sul mercato americano (95 milioni di dollari nel 2016) e da almeno dieci anni non si occupa del “processo di stesura riga per riga” (che sarebbe quello che noi poveracci chiamiamo “scrivere”).
Davvero quest’uomo, che normalmente va in cima alla lista dei bestseller sulla base delle sole prenotazioni, teme di venire marginalizzato per far spazio a una donna di colore, magari omosessuale, o a un canadese?
Ha settantacinque anni, e se è vero che può aspirare a una lunga vecchiaia costellata di nuovi titoli, è anche vero che nessuno gli negherà mai la pubblicazione, e se dovesse succedere, potrebbe autopubblicarsi senza neanche sentire la differenza.

Patterson si preoccupa per l’intera categoria, dirà qualcuno. Per il destino ultimo della letteratura.
Quest’uomo che da due lustri almeno produce solo outline e paga un fisso ai suoi “collaboratori” che “però hanno il nome in copertina”, e poi paragona il risultato ai lavori in coppia di King & Straub, non pare aver mai avuto particolare cura degli altri autori, o della letteratura.
Ma chissà, fose la vecchiaia lo ha reso sentimentale.

O forse chissà, doveva solo fare un po’ di rumore perché è in uscita la sua autobiografia (probabilmente scritta da un altro).


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Fantasmi, strade secondarie, leggende e haiku

Ho appena postato su Binario Morto – l’altro mio blog, quello dove escono solo recensioni di libri – una recensione di Ghostland, di Edward Parnell, un saggio autobiografico in forma di libro di viaggio sulla letteratura sovrannaturale inglese.
Se siete interessati a qualche dettaglio sul libro, vi invito a fare un salto di là.

Quello di cui vorrei parlare qui, invece, è l’idea di un saggio personale sulla letteratura che incroci l’autobiografia e il libro di viaggio.
Che mi pare una cosa fantastica, e che costituisce uno dei “generi” che preferisco.
Perché sì, mi piacciono molto i resoconti di viaggio – ne ho casse piene – ma l’idea di riuscire a infilarci anche la letteratura, e le vite degli autori, intrecciandole con la vita di chis crive… ah, quello è davvero speciale.

E poiché Ghostland non è un caso unico, ci sono per lo meno altri tre titoli che mi vengono in mente, che vale la pena ricordare.

Il primo – perché è il primo saggio di questo genere che mi sia capitato di leggere – è Blue Highways, di William Least Heat-Moon, che uscì in Italia col titolo di Strade Blu, inaugurò una collana di tascabili “giovani” della Einaudi, e successivamente diede il nome a un’intera collana di Mondadori. È quindi abbastanza ironico che oggi nella nostra lingua sia fuori catalogo, e tocchi cercarselo sulle bancarelle, su eBay o in biblioteca.
La storia di un periplo degli Stati Uniti a bordo di un furgone, seguendo le strade secondarie, il volume è una miscela di autobiografia, storia e narrativa di viaggio – e non mancano i riferimenti alla letteratura.

Il secondo volume On the Narrow Road to the Deep North, di Lesley Downer – autrice che divenne successivamente molto famosa con Memorie di una Geisha. Ma Narrow Road è, a mio parere, molto meglio – e ripercorre la vita e l’opera del poeta giapponese Matsuo Basho ed in particolare del suo viaggio a piedi da Edo verso l’Hokkaido. L’autrice ripercorre il cammino di Basho, osserva il Giappone lungo le strade secondarie, e intanto ci offre un’ampia selezione di poesie ed haiku, e di riflessioni sui generis e personali. Letto una trentina di anni or sono, resta uno dei miei libri preferiti sul giappone, la sua storia e la sua letteratura.

E per finire c’è il colossale tour de force di Bryan Talbot, Alice in Sunderland, che mescola folklore, letteratura e storia di una regione molto limitata dell’Inghilterra, il Sunderland appunto, intrecciando le proprie osservazioni con l’Alice nel Paese delle Meraviglie. Il fatto che Talbot riesca a fare tutto questo lavorando a fumetti rende questo volume di oltre trecento pagine ancora più incredibile – e Alice in Sunderland resta uno dei miei fumetti preferiti di tutti i tempi. Non mi risulta che sia mai stato tradotto nella nostra lingua, ma scopro che ne esiste una edizione in brossura tutto sommato a buon mercato.

E non dubito che ci siano decine di altri titoli, là fuori, ma questi tre sono i primi che mi sono tornati in mente mentre leggevo il bel lavoro di Parnell.

E naturalmente ci ho messo i link commerciali, e se per curiosità o buon cuore proverete ad acquistare uno o più di questi libri a me verrà versata una piccola percentuale – ed ora siete stati informati.


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Un fuoco sconosciuto

Non quello dei Blue Oyster Cult, ma quello di Cass Morris.

Nel senso che ho messo le mani su un romanzo fantasy storico intitolato From Unseen Fire, scritto dall’americana Cass Morris, e lo sto leggendo. I fantasy di ambientazione romana non sono poi tantissimi, per cui la cosa mi incuriosiva. Pubblicato da DAW Books nel 2019, primo di una serie della quale è giù uscito il secondo volume, per ora il romanzo della Morris pare una cosa competentemente scritta e con un paio di buone idee, ed una trama che ci trascina avanti – e una volta finito metterò su una recensione su Binario Morto.

Ciò che mi interessa discutere qui, nel frattempo, è il disclaimer con il quale si apre il libro.
Dopo averci detto che ha fiducia nelle capacità di noi lettori di conoscere i propri limiti, l’autrice ci tiene a informarci che il romanzo contiene

  • alcuni casi di violenza, spargimento di sangue e morte, nel contesto di guerre e combattimenti
  • una breve scena di violenza sessuale, abuso emotivo, infedeltà coniugale e le conseguenze a lungo termine dell’aggressione sessuale
  • rappresentazioni di schiavitù, società strutturata per classi, sessiosmo e costrutti patriarcali nel contesto del mondo antico

Ed io qui vorrei evitare il classico signora mia dove finiremo con questa dittatura del politicamente corretto. Cerchiamo di non essere stupidi fino a questo punto, OK?

Personalmente non ho nulla in contrario nel mettere una introduzione davanti a un romanzo o a un film per aiutare il pubblico a contestualizzare ciò che sta per leggere o vedere. Io probabilmente nella maggior parte dei casi non ne ho bisogno, ma che ci sia non mi fa né caldo né freddo. E chissà, in certi casi potrei scoprire cose che non sapevo.
Appartengo oltretutto a una generazione che ha guardato in TV i film con l’introduzione di Claudio G. Fava o di Enrico Ghezzi, e che è cresciuta leggendo i romanzi pubblicati da Nord o da Fanucci con le loro fantastiche introduzioni che sì, contestualizzavano ciò che stavamo per leggere.

Però…

La prima cosa che mi sorprende è che nel presentare un romanzo fantasy sia necessario allertare i potenziali lettori per la presenza di combattimenti e uccisioni. A parte il fatto che esiste la quarta di copertina, per dirmi cosa aspettarmi, il genere fantasy di solito ci promette scene d’azione e combattimenti. È un po’ ciò che mi aspetto scegliendo un libro come questo dallo scaffale.

Perciò mi sento un po’ strano, ma alla fine è OK – lo prendo come un segnale che potrebbe esserci abbastanza fantasy senza scene di violenza e morte, là fuori, da farci immaginare che una fetta del pubblico possa sorprendersi o sentirsi a disagio. Io per primo sarei interessato a leggere storie del genere, perché si discosterebbero drasticamente dalla formula. Penso a cose copme Little, Big, di John Crowley … io sarei ben felice di leggere più libri come quello.

Il secondo punto è perfettamente ragionevole – se nell’avvicinarmi a un fantasy in genere mi aspetto dei combattimenti, la violenza sessuale e gli abusi non sono qualcosa che di default prevedo di incontrare in un libro fantasy. Può succedere, ma non è una certezza. Ci sta, quindi, l’idea di avvisare i lettori che potrebbero non gradire o risentirsi per certi contenuti, e quindi è OK avvisarli.
Ancora una volta, io non credo di averne bisogno (ma non ho ancora letto le scene incriminate, quindi potrei rivedere la mia opinione), ma è OK.

Quello che davvero mi lascia perplesso è il terzo punto – stiamo per affrontare un romanzo ambientatoa Roma in epoca repubblicana. Che la struttura sociale sia patriarcale, che le donne abbiano un ruolo subordinato in molti aspetti della vita civile e che esista la schiavitù non dovrebbe essere qualcosa di cui io debba essere avvertito.

L’antica Roma era così.
Non dico che fosse giusto, per i nostri standard, o piacevole, ma se voglio scrivere (o leggere) una storia ambientata all’epoca, si tratta di elementi che dovrò mettere in conto.
E diamine, è possibile che ci siano persone che non gradiscono la rappresentazione di certi aspetti della società romana (ne riparliamo fra un secondo), ed è perfettamente OK, ma… dovrebbero saperlo, che ci saranno, in un romanzo ambientato nell’antica Roma.

Naturalmente, molto dipende anche da come rappresentiamo certi aspetti delle civiltà che ci hanno preceduto – che sia la presenza di schiavi nell’antica Roma o la tendenza a strappare il cuore a fini rituali fra i Maya. Il romanzo glorifica o presenta certi aspetti in termini più positivi del dovuto?

OK, OK, voi mi dite, in che senso più positivi del dovuto?
Nel senso della differenza fra queste due frasi

  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e la loro società funzionava
  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e per questo motivo la loro società funzionava perfettamente ed i treni arrivavano in orario

Il romanzo in questione non pare presentare una società patriarcale o l’uso intensivo di schiavi, o il classismo come fattori straordinariamente positivi. Anzi, l’intera storia ruota attorno a tre sorelle della classe consolare e un liberto, che devono navigare la politica repubblicana restando negli interstizi del sistema. Per cui le strutture sociali sono presenti, forniscono una impalcatura alla trama, e non vengono presentate come il dono degli dei all’umanità. Sono uno degli ostacoli che i protagonisti devono superare.

E naturalmente, poiché stiamo scrivendo una storia ambientata in un’epoca diversa, con strutture sociali diverse, potremmo anche avere un personaggio che sostiene l’eccellenza di certe situazioni – penso al personaggio di Oliver Reed ne Il Gladiatore, di Ridley Scott, che sostiene seriamente il valore artistico del farsi ammazzare malamente per il divertimento di terze persone. Nessuno tuttavia si sognerebbe di sostenere che il film di Scott faccia propaganda a favore dei ludi gladiatorii.

In una storia non esiste solo l’elenco puntato dei personaggi e dei tropi, ma anche come diamine quegli elementi nella lista vengono raccontati. Il contesto, il sotto-testo.
In certi casi è chiarissimo, in altri tocca rifletterci un attimo. Succede.
Magari, chissà, quelle introduzioni di cui si diceva prima potrebbero aiutare.

Ed è qui che comincio a temere che gli yankee abbiano gettato il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire – perché scrivere una storia in cui esiste la schiavitù non significa automaticamente voler giustificare la schiavitù e presentarla in una luce positiva, proprio come descrivere i sacrifici umani dei Maya non significa necessariamente proporre un ritorno ai cuori strappati in cima alla Piramide del Sole. Posso scrivere un romanzo in cui ci sono i Nazisti, e non per questo fare propaganda nazista.

Poi certi libri esistono, certo.
È di poche settimane or sono la scoperta, che ha sconvolto il mondo del gioco di ruolo, che uno dei più amati creatori di giochi del ventesimo secolo era anche l’editor di una rivista votata al revisionismo storico, ed aveva pubblicato un romanzo pieno di bravi nazisti che abbattevano la dittatura ebraica e riportavano il mondo alla purezza ariana.
Conosco gente che è rimasta seriamente traumatizzata da questa notizia – game designer miei coetanei che con quell’autore avevano un rapporto di amicizia, salvo scoprire adesso che quel signore tanto gentile sognava un mondo in cui loro sarebbero stati mandati nelle camere a gas.
È orribile, è seriamente, profondamente orribile.

Ma questo significa forse che per colpa di quell’individuo orribile io devo rinunciare a scrivere una storia ambientata su un’isola misteriosa nel Pacifico, dove i nostri eroi danno i nazisti in pasto ai dinosauri?
Mi permetto di dissentire.

Insomma, bisognerebbe valutare le storie per come sono scritte, non solo sulla base di una serie di parole chiave.
Ma certo, per valutare la storia nel merito tocca leggerla.
E non abbiamo più tempo, per certe cose, vero?

E no, lo ripeto, non credo sia la dittatura del politicamente corretto, l’avanzata inesorabile dei Social Justice Cossacks o quant’altro.
Credo sia la contrazione degli utili – un fenomeno che ci perseguita dai tempi in cui vagavamo per le savane. Ed anche, io credo, una certa ossessione molto protestante ed evangelica diffusa negli Stati Uniti, per il giudizio insindacabile sulle convinzioni altrui apartire dalle nostre che sono sempre giuste, accoppiato con l’idea che la dannazione eterna, e che i peccati dei padri ricadano sui figli.

Perciò sì, capita di leggere degli strani disclaimer all’ìinizio dei libri, che ci fanno sentire un po’ strani. La scelta a questo punto è se strillare per la caduta della società occidentale, strillare contro coloro che strillano della caduta della civiltà, o magari cercare di ragionarci, entro i limiti delle proprie capacità, per capire cosa ci dicono questi cambiamenti su come sta cambiando il mondo – e magari vedere le cose dal punto di vista di persone che non condividono le nostre esperienze.
Difficile, eh?
Qualcuno vi aveva forse promesso che sarebbe stato facile?


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The Devourer Below scontato

È il mese di maggio, ed io nel mese di maggio compio glianni – e quando gli autori Aconyte Books compiono gli anni, l’editore offre i loro libri scontati su DriveThruFiction.

Perciò potete acquistare una copia digitale (in formati multipli) della collezione horror The Devourer Below, che contiene il mio racconto All my friends are monsters, con uno sconto del 60%, fino a fine mese.

Il link per l’acquisto non comporta alcuna commissione per il sottoscritto, quindi potete andare tranquilli.


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Dal Piemonte ai Confini del Mondo

E così ci siamo, e Piemontesi ai confini del mondo: 22 storie di esploratori atipici e navigatori irrequieti, è ufficialmente disponibile – e verrà presentato al prossimo Salone del Libro di Torino.

E io non posso che prendermi un paio di minuti, nell’annunciare l’uscita di questo saggio, per segnalare il lavoro colossale fatto da editor, illustratori e grafici, un lavoro che arricchisce il mio testo di disegni opriginali, collage, fotografie e timeline, e rende questo volume una gioia per gli occhi.

Poi sì, certo, è scritto benissimo, ma naturalmente questo lo sapevate già.

Qualora siate interessati, e se non doveste riuscire a passare al Salone, potete ordinare il volume dal sito delle Edizioni Savej, seguendo il link qui sopra, senza il problema che io possa ricevere una percentuale – perché non la ricevo.
Il libro vi verrà recapitato in un pacco anonimo e potrete leggerlo di nascosto, e poi non parlarne con nessuno, in modo che i vostri amici non vi possano giudicare.

Fatelo.
È un bel libro – anche se forse non sta a me dirlo.


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Aiutati che dio ti aiuta 2 (il ritorno)

I tempi cambiano.
Cambiano i comportamenti delle persone.
Negli ultimi anni – e in particolare a partire dal 2020, con la successione di pandemia, lockdown e altre catastrofi – abbiamo assistito all’ascesa di una vasta reazione ai cosiddetti libri di “self-help” – manuali che ipoteticamente dovrebbero aiutarci a navigare le acque non troppo placide della nostra esistenza.

Estremamente popolari per buona parte del ventesimo secolo, e oggetto di una proliferazione addirittura inquietante dagli anni ’70 in poi, oggi i manuali di self-help vengono additati come una sorta di cancro che sta corrodendo la nostra civiltà.
Il che è curioso, considerando che – per lo meno a giudicare da come si esprimono – coloro che stanno facendo più danni là fuori in questo momento non hanno mai aperto un libro.

Però sì , c’è un forte movimento di opposizione a quella che viene definita “positività tossica” di questi manuali.
E in parte è certamente giustificato.
Però…

Ho già parlato in passato del favoloso Teach Yourself to Live, di Charles Garfield Lott Du Cann, che Amazon ci descrive come “un classico del self-help”.
E tuttavia in questo volumino uscito all’origine nel 1955, di tossico c’è ben poco.
E forse è qui che sta la differenza.

A differenza dei volumi usciti negli anni ’90, il libro di Du Cann non ci promette successo e felicità.
Seguendo i precetti elencati e descritti nelle 175 pagine di Teach Yourself to Live non faremo un sacco di soldi, non conquisteremo amici e non influenzeremo le persone, non fonderemo un’azienda di successo, non rimorchieremo come un ottovolante, non impareremo a parlare in pubblico, non cambieremo la mente delle persone con la programmazione neurolinguistica, non investiremo in criptovaluta, non raggiungeremo l’illuminazione attraverso la mindfulness, non diventeremo guru.
C.G. L. Du Cann non è interessato a queste cose, e il libro non se ne occupa. Il manuale è una semplice collezione di procedure e suggerimenti per orientarsi nell’esistenza, per fare scelkte consapevoli, per costruirsi uno straccio di cultura, uno straccio di personalità.
Poi, siamo soli, e ci tocca arrangiarci.

La reazione nei confronti dei manuali di self-help è legata soprattutto allo stile che questi stessi manuali hanno acquisito a partire dai primi anni ’90, alla promessa (raramente mantenuta) di poter risolvere tutti i nostri problemi senza particolare sforzo.
Soluzioni facili e immediate, di solito fondate sul crederci fortissimo.

Il fatto che nel ventunesimo secolo questi manuali abbiano alimentato la mistica della hustle culture – per cui diventeremo tutti ricchi monetizzando i nostri hobby attraverso delle piattaforme online – è una ulteriore aggravante.

La pandemia è stata l’ultimo chiodo nella bara di questi libri – perché è vero, durante il lockdown abbiamo imparato un nuovo hobby da qualche manuale for Dummies, abiamo imparato a giocare a scacchi dopo aver visto quella serie tyelevisiva, maggari abbiamo messo giù un piano per tenerci in forma, abbiamo imparato una lingua straniera…
Ma questo è diverso dal conquistare il successo e la felicità seguendo i dettami di un manuale motivazionale, imitando le abitudini (sette, quattordici o diciannove che siano) delle persone di successo … svegliarsi alle cinque, non guardare il telegiornale, pensare fuori dalla scatola…
Chi ci ha provato, manuale di self-help alla mano, durante la pandemia, ci ha sbattuto la faccia, malamente.

Ho sempre avuto un interese, quasi un’ossessione per i manuali per autodidatti. E credo fermamente che da un libro si possa sempre imparare.
Ma credo anche che un vecchio classico comprato di seconda mano sulle bancarelle possa insegnarci di più del manuale di qualche guru la cui fortuna è costruita su uno schema a piramide.

Recentemente mi è dispiaciuto vedere classificato come manuale di self-help il breve volume Se il mondo ti crolla addosso, di Pema Chödrön. Che è qualcosa di abbastanza diverso. Una raccolta di lezioni di filosofia buddhista che l’autrice ha tenuto nel corso degli anni sul tema del rapporto quotidiano con la paura e la catastrofe, il libro non ha traccia di positività tossica, e non ci promette successi stratosferici e istantanei, soldi e fama e gloria…
Nell’edizione italiana, il volume è 178 pagine – tre pagine in più rispetto a quello di Du Cann (che in italiano non esiste) – e ciò che ci promette, ammesso che ci prometta qualcosa, è una vita di impegno per migliorare il nostro rapporto con le esperienzew negative, confortandoci con la consapevolezza che i fallimenti sono parte della nostra esperienza tanto quanto i successi – e probabilmente sono più frequenti.

E sì, probabilmente leggendo Pema Chödrön e C.G.L. Du Cann aiutiamo noi stessi.
Ma restiamo anche coi piedi saldamente per terra.
Il che è molto lontano dalla positività tossica dalla quale così tanti, negli ultimi anni, si sono sentiti traditi.