strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un uomo solo al comando

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste. Se provate a fare un giro su Google, troverete un certo numero di articoli che indagano sul mistero sollevato da un articolo comparso su La Stampa riguardo a un giovane ex-commercialista che, chiusa l’attività causa COVID, ora vive felice e guadagna dai due ai quattromila euro al mese, netti, facendo il rider. Troverete molte versioni, molte gradazioni di realtà.

Il mio amico Giuseppe dice che Zappalà non esiste, ma quello, naturalmente, è irrilevante. Perché qui non stiamo parlando di realtà, ma di un certo tipo di retorica.
Ed è questo tipo di retorica che mi interessa.

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Tutti i diritti ma nessuno dei doveri

La notizia del giorno – o quasi, i segnali sono partiti ieri – riguarda l’attuale battaglia legale condotta da Alan Dean Foster contro la Disney, che si rifiuta di pagare le royalties maturate dall’autore con i suoi libri della serie di Guerre Stellari.

Alan Dean Foster, che ha un impressionante catalogo di romanzi a proprio nome (la serie del Commonwealth, il ciclo di Pip & Flinx, la serie fantasy Spellsinger), è anche famoso – o famigerato – come autore di novelizations e tie-in, i libri basati sulle sceneggiature di popolari film o che ne rappresentano un seguito.
Sono di Alan Dean Foster il romanzo di Guerre Stellari a suo tempo uscito a nome di Lucas (che qui da noi uscì negli Oscar Mondadori), e le novelization di film diversi quanto Alien e Krull.
Recentemente, con alcuni amici, ci domandavamo se Foster scriverà anche la novelization di Dune.
Ed esistono almeno un paio di casi in cui il romanzo di Alan Dean Foster è meglio del film.

Ma ora sorgono dei problemi.

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Paesaggio nella nebbia

Questo non è un post sul film del 1988 di Theo Angelopulos.
È un post che prende l’avvio da unanota lieta: è finito il periodo di isolamento; non abbiamo sviluppato sintomi sospetti, stiamo bene e possiamo tornare ad uscire di casa – fermo restando che dobbiamo mettere la mascherina, mantenere le distanze e lavarci le mani.
Possiamo perciò finalmente andare a pagare qualche bolletta, ed a fare un paio di commissioni.

Ora, come diceva Quino (che se ne è andato la settimana scorsa, ed al quale ho voluto molto bene) il problema di andare in giro con le orecchie è che si sente quello che dicono le altre persone.

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La storia di Michele

Questo è un post estemporaneo, frutto di alcune chiacchierate fatte negli ultimi giorni. Questa è la storia di Michele, che naturalmente non esiste, anche se tutti noi abbiamo conosciuto, da qualche parte, qualcuno proprio come lui.

Michele ha una cinquantina d’anni ben portati, una laurea triennale e una buona attività in proprio in un settore che non conosce crisi – anche se si lamenta spesso delle tasse, Michele non ha grossi problemi di denaro. È single, ha una bella casa e un’auto sportiva. Frequenta “i giri giusti”, e coloro che lo conoscono lo considerano una brava persona, un “gran lavoratore”, una persona di carattere, uno che “ce l’ha fatta”. Michele è una persona che al gioco della vita vince spesso, e vince forte.

Ma Michele ha un problema.

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La Società 5.0

In un mondo perfetto, lo abbiamo già detto, io dovrei essere là fuori nelle terre selvagge, a dare la caccia ai dinosauri, o a navigare sugli oceani sconfinati per studiare l’ecologia del plancton, ma poiché questo non è un mondo perfetto (ci torneremo), io sono qui seduto al buio ad ascoltare le voci dei miei amici invisibili (ed anche dei miei nemici invisibili), al fine di scriverci delle storie che, vendute, mi permettano di pagare i conti.

Una parte importante dello scrivere storie – specie il genere di storie che io scrivo o che vorrei scrivere – è mantenersi informati. Le idee non crescono sugli alberi, ma in effetti si trovano ovunque, costano dieci centesimi la dozzina, al limite poi si deve trovare il modo di usarle. Ma le idee grezze? Ovunque.

È vero d’altra parte che la qualità delle idee è molto variabile – e non tutti ci garantiscono un’idea di qualità al mese come lo Story Idea Club di Schenectady (voi gli pagate 25 dollari l’anno, e loro tutti i mesi vi mandano un’ottima idea per una storia).
Quelli di noi troppo tirchi o troppo poveri per pagare lo Story Idea Club, devono cercare altrove.
Per me, un’inesauribile fonte di idee per future storie è la letteratura accademica – specie nei miei ambiti di interesse (ecologia, paleontologia, scienze della terra, oceanografia, sistemi complessi).
Il che ci porta alla Società 5.0.

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Forse abbiamo commesso un errore

Se ne parlava stamani, durante l’ora d’aria, qui nel Blocco C della blogsfera, di come ora che è iniziata la Fase 2 (sono solo io a ricordare quel vecchio film di Saul Bass?), chi si occupa di intrattenimento – che sia uno scrittore o un musicista o un ammaestratore di moffette – torna ad essere un lavoratore non essenziale.
Ammesso che gli si riconosca il titolo di lavoratore.

Perché alla fine, non è mica lavorare, no?
In fondo ti ci diverti. E lo sappiamo tutti, vero, che se ti ci diverti non è lavoro.

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Aggiornare il sistema

Quella che stiamo attraversando è una crisi sanitaria e sociale, certo, ma in ultima analisi è una crisi ecologica – perché è legata a fenomeni naturali ed all’impatto ambientale delle attività umane – che sfocerà certamente in una crisi economica e politica – perché l’economia e la politica sono l’ambito delle attività umane.

E in questi giorni di isolamento forzato mi sono ritrovato a leggere libri – o ad ascoltare audiolibri – su quell’area di sovrapposizione di economia ed ecologia nella quale all’improvviso abbiamo tutti scoperto di trovarci. Perché le due sono legate strettamente – e in fondo l’incapacità dell’economia di accettare i limiti imposti dall’ecologia è una componente molto importante della situazione in cui ci troviamo. I sistemi ecologici ci mostrano con chiarezza che non esiste una crescita infinita all’interno di sistemio chiusi; ma la crescita infinita è il fondamento del paradigna economico dominante.
Questo ci riporta alla macchina di cui parlavamo in precedenza – quella che lavora male, ha un’efficenza pessima, e danneggia l’ambiente ed ammazza le persone. Tutto questo succede perché ci ostiniamo a farla girare col software sbagliato.

E allora, sempre nell’ottica di vivere la catastrofe come opportunità e non come vicolo cieco, perché non considerare l’attuale situazione come una opportunità per aggiornare il software, e far girare la macchina sulla base di principi che siano coerenti col sistema nel quale ci troviamo ad operare.
Un sistema che privilegia la stabilità e la resilienza (la capacità di tornare allo stato stabile dopo una perturbazione) e non la crescita infinita.
Esiste, questo software alternativo?

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Il male minore

Qualche giorno addietro mi hanno detto che “non possiamo permettere a soli ventimila morti di bloccare l’economia” – le aziende devono riaprire, così come i negozi, e la gente deve riprendere a circolare, e a spendere, perché l’economia, altrimenti, rischia di fermarsi. E se si ferma l’economia…

L’idea è stata ripresa poche ore fa da un signore che si chiama Trey Hollingsworth, un membro del Congresso degli Stati Uniti che ha invitato i suoi colleghi a “comportarsi da adulti” e smetterla di pensare che sia preferibile salvare la vita degli americani e non lo stile di vita degli americani. Bisogna riaprire, tornare in fabbrica e nelle chiese, ha detto Hollingsworth, e scegliere il male minore. Non possiamo lasciare che il virus fermi l’economia.

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