strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Letture estive: come se non ci fosse un domani

Questo post ha, in un certo senso, attinenza con il progetto di crowdfunding delle mie storie, del quale abbiamo già parlato , e in particolare con la storia di hard science fiction che mi sono impegnato a scrivere come extra. Ed è una seconda risposta alla richiesta di un po’ di titoli da leggere sotto all’ombrellone.
Ma questo post ha anche molta più attinenza con la vostra vita e – ammesso che ve ne freghi qualcosa – con la vita dei vostri figli.

Comincia con un lungo articolo comparso su New York Magazine riguardo al cambiamento climatico.
È un articolo lungo ma che vale la pena di leggere, e il link è questo.

Ma poiché è in inglese, è lungo e fa caldo, vedrò di riassumerne i punti salienti qui sotto. Ripeto che dovreste leggerlo, ma per intanto, riassumiamo qui le basi.

La versione brevissima:

Morirete tutti in maniera orribile.

Ora, vediamo di approfondire. Continua a leggere

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È tutta colpa nostra

Questo è un caso di instant blogging.

Sto ascoltando la rassegna stampa post-elezioni.Qui dove siedo, i prnon sussitono – paese di neanche mille anime, seicentocinquanta votanti, il sindaco uscente confermato con oltre quattrocento voti.
Bello liscio.

A Torino ha vinto Fassino.
Prevedibile.

Ma ciò che mi colpisce sono le interviste agli sconfitti.

Il ritornello è sempre lo stesso – gli elettori non hanno capito la nostra poposta, le nostre idee sono sfuggite agli elettori, gli elettori non hanno avuto il coraggio di cambiare…

Non uno che dica, ok, abbiamo proposto idee che non piacciono.
Abbiamo presentato un candidao odioso.
Ci inchiniamo alla scelta degli elettori.

No, manica di idioti – siete voi, siamo noi, che non abbiamo capito.
È la nostra colossale stupidità ad aver mandato a gambe all’aria il loro progetto meraviglioso.

Non uno che si ricordi, che sono loro, al nostro servizio.
Non uno che riesca per tre miunuti, davanti ai microfoni, a spegnere l’arroganza e l’egocentrismo che sono, alla fine, la causa del fallimento non solo della loro campagnaa ettorale, ma della conduzione del paese.

Non uno.


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Diana Wynne Jones (1934-2011)

Scopro solo ora la notizia della scomparsa di Diana Wynne Jones, una solida voce nel panorama del fantasy anglosassone.
Da tempo sofferente di cancro, l’autrice si è spenta ieri mattina.
Da alcuni giorni le cure erano state sospese.

I più la ricorderanno per Owl’s Moving Castle – dal quale venne tratto il pluripemiato film di Hayao Miyazaki.
Assolutamente indispensabile la sua Tough Guide to Fantasyland – una collezione al vetriolo di tutti i cliché e le banalità che affliggono il fantasy più popolare.

 


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COP15

Come è andata a finire?
Come molti pessimisti avevano previsto.
[era un po’ che la signora in verde non si faceva vedere su queste pagine]

La conferenza di Copenhagen era stata caricata da un eccessivo investimento emotivo da parte di troppi individui e gruppi perché ilrisultato finale potesse soddisfare tutti.
Alla fine ha soddisfatto la classe politica e prbabilmente quella imprenditoriale-industriale, lasciando tuttavia parecchie perplessità nel resto della popolazione.

L’accordo (cinque paginette, potete scaricarvelo dal sito della BBC, se volete) ruota attorno ad alcuni punti piuttosto interessanti

  1. Non c’è alcun riferimento ai vincoli legali dell’accordo – sottoscriverlo non significa avere l’obbligo legale di soddisfarne le richieste
  2. Viene riconosciuta la necessità di limitare la crescita delle temperature a 2° centigradi al di sopra dei livelli preindustriali
  3. I paesi più sviluppati si impegnano (per modo di dire, vedi punto 1) a “fissare l’obiettivo di mobilizzare congiuntamente 100 miliardi di dollari entro il 20120 per soddisfare le necessità dei paesi in via di sviluppo”
  4. Le nazioni emergenti si impegnano (…) a monitorare le proprie emissione ed a fare rapporto ogni due anni alle nazioni unite. Saranno possibili controlli internazionali.
  5. Non c’è alcun approccio strutturato alla questione del carbonio – verranno prese in considerazione “varie possibilità”

Cosa diavolo sta succedendo?

Chaos and farce reigned at the birth of a climate accord agreed by a clique of leaders, with statesmen going missing, critics crying foul and hacks stampeding on vain hunts for Barack Obama.

Facciamo un rapido riassunto per chi era troppo occupatoper seguire l’intera faccenda.
Il pianeta sta attraversando una fase di riscaldamento globale. Le temperature medie aumentano, con conseguenze gravi sul sistema planetario – eventi climatici anomali, destabilizzazione degli ecosistemi, carestie (con il loro corollario di guerre e movimenti di profughi) e quant’altro.
È colpa nostra?
Probabilmente sì – i dati indicano chiaramente che il trend di crescita anomala delle temperature si è innescato con l’inizio dell’era industriale.
Non siamo ancora in grado di descrivere completamente il come noi si sia responsabili, semplicemente perché le interazioni dei “blocchi” che compongono il Sistema Terra sono troppo complesse per poter esere modellizzate con sufficiente dettaglio.
Insomma – il pianeta si sta scaldando.
Conseguenza immediata – l’ambiente nel quale la nostra civiltà si è sviluppata ed ha prosperato sta per cambiare radicalmente.

Scordiamoci per un momento dei panda, degli orsi polari o dei merluzzi.http://home.comcast.net/~cjh5801a/images/fg2.gif
Che vadano all’inferno, animali schifosi.
Ciò che qui è in gioco non è “salvare il mondo” – per certe cose ci vuole, per lo meno, Flash Gordon.
Ciò che qui è in gioco è salvare la nostra civiltà. Che suona sempre come qualcosa di preso da un romanzo di Edmond Hamilton, ma è decisamente più facile da fare.
La logica – pratica antica ma sempre utile – ci dice che il modo migliore di affrontare il problema è su due fronti.
Da una parte, cercando di mitigare a nostra azione di alterazione del sistema.
Dall’altra, cercando di adattare la nostra civiltà alle nuove condizioni, in modo che la transizione non sia drastica e, probabilmente, traumatica.

La parte divertente, ovviamente, è che a ben guardare le azioni necessarie a mitigare il nostro impatto sono molto simili, se non le stesse, necessarie ad adattare il nostro stile di vita alle condizioni in divenire.
Bello liscio.

Via allora a Copenhagen, tutti seduti nella stassa stanza, a fare il punto della situazione.
Che non è proprio un bel punto: ci troviamo su un pianeta sovraffollato, sul quale la principale fonte di energia è in rapido esaurimento (e mano a mano che si esaurisce, si fa più costosa ed inquinante), mentre di pari passo il sistema si allontana dallo stato ideale.

C’è stata tuttavia una grave svista – a Copenhagen ci abbiamo mandato i politici.

Ora, la paura di una fetta consistente della popolazione dei paesi industrializzati è che le azioni necessarie a correre ai ripari comportino un abbassamento dello stile di vita; è la classica paura degli americani, che vedono nell’allarme climatico un complotto “per obbligarci tutti a diventare come gli europei, poveri, con automobili piccole e case in affitto”.
Più realistico è il timore che le azioni necessarie a correre ai ripari comportino una spesa colossale – soldi pubblici, che usciranno dalle tasche dei cittadini.
Considerando entrambe le paure, difficilmente una maggioranza di governo prenderà le necessarie decisioni per avviare tali azioni, in quanto comporterebbe una perdita di popolarità e la quasi certezza di venire rimpiazzati alle prossime elezioni.
Né tale maggioranza godrebbe dell’appoggio del sistema economico-industriale, che si vedrebbe condannato ad un progressivo downgrading, o ad un costosissimo reindirizzamento delle produzioni, con in più il rischio che qualcun’altro ne approfitti e si accaparri una fetta del mercato.

Sul fronte opposto, i paesi in via di sviluppo vedono nei provvedimenti necessari a mitigare l’impatto ambientale un freno al proprio sviluppo economico ed industriale. Questi paesi possonopermettersi solo processi schifosi e velenosissimi per produrre energia ed alimentare le proprie nascenti industrie, ma il fatto che questo ci stia ammazzando tutti non pare loro un motivo sufficiente per rinunciare ad avere oggi ciò che noi abbiamo avuto nel 1954.
Ed una maggioranza di governo che ha nella crescita economica il maggior punto di forza della propria campagna, difficilmente farà i passi necessari per ridurre tale crescita.
Il diritto di queste nazioni alla crescita irresponsabile viene di solito difeso con una dubbia miscela di pietismo e rivalsa post-terzomondista che a tratti deraglia nel ridicolo: “siamo stati vostre colonie per un secolo ed ora volete impedirci di essere obesi, cardiopatici e stressati come voi!”

Il risultato è perciò una schizofrenia di fondo – tutti concordano che le cose debbano cambiare, e in fretta, ma nessuno vuol prendersi la responsabilità di prendere delle iniziative serie e pervasive affinché le cose cambino.

Pessima idea, mandare a Copenhagen i politici.
Oh, se ci avessimo mandato gli industriali non sarebbe stato meglio, certo.

Il risultato è un accordo non vincolante che sostanzialmente ha lo scopo di rendere il problema della crisi climatica un problema di qualcun’altro.
Da qualche parte, laggiù, nel futuro.
Attorno al 2020, uando ci sarà certamente un nuovo presidente alla Casa Bianca, quando l’economia dell’India e della Cina sarà cresciuta  di un paio di tacche, quando gli abitanti delle Mauritius avranno sviluppato le branchie o saranno emigrati – come stanno emigrando i popoli dell’Africa subsahariana, per gli stessi motivi climatici.

Ma consoliamoci.https://i0.wp.com/www.cesarmartignon.com/cms/images/stories/polar-bear-global-warming.jpg
L’accordo sarà anche non vincolante, ma le nazioni che hanno partecipato a Copenhagen non lo hanno adottato.
Si sono limitate a “prenderne nota”.

È molto grave quando una conferenza come quella di Copenhagen va a gambe all’aria, e neanche i negazionisti hanno la forza di ridere.
Eppure, neanche gli scettici hanno avuto la faccia di farsi avanti e dire “Visto, tutte baggianate!”
Anche perché si sono probabilmente resi conto dei rischi che avrebbero corso.

Se a qualcosa è servita, Copenhagen è servita a dimostrare che non ha alcun senso attendere che qualcuno prenda la decisione di salvarci.
Tocca rimboccarsi le maniche e, ciascuno nel proprio piccolo, cominciare a lavorare.

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Tortuga 2.0

E poi dicono che la realtà non riserva più nessuna sorpresa.
La notizia arriva dalla Reutershttps://i0.wp.com/ecx.images-amazon.com/images/I/51EMW3ZS7XL._SL500_AA240_.jpg

In Somalia’s main pirate lair of Haradheere, the sea gangs have set up a cooperative to fund their hijackings offshore, a sort of stock exchange meets criminal syndicate.

Sembra un’idea rubata da Shadowrun, ma è la realtà, ed è la dimostrazione che molti dei migliori autori cyberpunk hanno avuto la vista corta.
Maledettamente corta.

Avete quattrini da investire?
Perché rischiare con Cirio, Parmalat o altre trappole del genere?
Se capitale di rischio dev’essere, che sia per lo meno rischio di impiccagione, o il rischio di una breve passegiata su una tavola e poi un salto in bocca ai pescecani.

“The shares are open to all and everybody can take part, whether personally at sea or on land by providing cash, weapons or useful materials … we’ve made piracy a community activity.”

Il meccanismo è semplice.
i pirati dirottano le navi, esigono riscatti e in generale fanno il diavolo a quattro sul mare oceano (Arr!).
Pagate le spese, i fratelli della costa si dividono il bottino – ma non prima di aver versato una percentuale ai finanziatori, ed una percentuale al distretto che ospita la loro base segreta di operazioni.
Non ci sono limiti di investimento, ed i dividendi appaiono sostanziosi…

Piracy investor Sahra Ibrahim, a 22-year-old divorcee, was lined up with others waiting for her cut of a ransom pay-out after one of the gangs freed a Spanish tuna fishing vessel.


“I am waiting for my share after I contributed a rocket-propelled grenade for the operation,” she said, adding that she got the weapon from her ex-husband in alimony.

“I am really happy and lucky. I have made $75,000 in only 38 days since I joined the ‘company’.”

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Questa è la realtà

Fra poco tutti i canali scompariranno dal mio video come se fosse stata buttata un’atomica nel mio giardino.
Non mi importa.
Non sopporto più i media nazionali.
La realtà è un’altra cosa.
Come questo…

Instant blogging update: sono le 18:30 e RAI3 sta passando un servizio live (Alberto Angela e Fabrizio Frizzi presentano) su progetti affini a quello discusso nel filmato, e sviluppati da liceali italiani; bello vedere che i nostri liceali sono allo stesso livello di un quattordicenne autodidatta del Malawi, e con solo sette anni di ritardo.

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Realtà e pubbliche relazioni

Stralcio il testo seguente da CORDEF, che ne ricava una vibrazione positivista e ottimistica degna di ogni rispetto, ma che io non mi sento di condividere.

Si tratta della e-mail inviata da Sergio Marchionne ai dipendenti della Chrysler

Five years ago, I stepped into a very similar situation at Fiat. It was perceived by many as a failing, lethargic automaker that produced low-quality cars and was stymied by endless bureaucracies. But most of the people capable of remaking Fiat had been there all the time. Through hard work and tough choices, we have remade Fiat into a profitable company that produces some of the most popular, reliable and environmentally friendly cars in the world. We created a far more efficient company while investing heavily in our technologies and platforms. And, importantly, we created a culture where everyone is expected to lead.

Un capolavoro di public relations.
E poi personale, molto personale, arrivato direttamente nella mailbox di ogni dipendente dell’azienda.
Ottimo per l’immagine.
Ma curiosamente reticente su alcuni dettagli, come ad esempio i dati citati (era il 2008) da Businessonline.it

59.000 dipendenti Fiat, da lunedì, sono a casa. Si tratta un blocco totale della produzione da nord a sud, in tutti i settori di cui si occupa la casa torinese. Permessi e vacanze obbligatori per chi ne aveva diritto e cassa integrazione per chi aveva già usufruito di questi.
[…]
ad ogni lavoratore cassa integrato del Lingotto di Torino ne corrispondono tre-quattro che precipitano nello stesso destino e che afferiscono alle attività di produzione collegate a quelle di Mirafiori.
In totale la crisi si abbatte sul settore dell’auto per intero inghiottendo il destino di circa 200mila lavoratori

“hard work and tough choices” indeed, Mr Marchionne, sir!
Un eccellente esempio di understatement.

E sorvolerei sulle “most […] environmentally friendly cars in the world”.

https://i2.wp.com/motortorque.askaprice.com/images/features/428-288/Eco-friendly-cars-on-display-20753.jpg
[perché se faccio una ricerca per “eco-friendly fiat”
Google mi restituisce la foto di una Saab?]

Uno straordinario esempio di marketing, la mail di Marchionne è preoccupante – dal mio punto di vista – perché è marketing rivolto all’interno: si sta palesemente cercando di vendere l’azienda, l’immagine dell’azienda, una certa atmosfera dell’azienda ai dipendenti dell’azienda stessa.
E se è vero che è impossibile condurre una attività di successo se non si crede nell’attività che si svolge, è anche vero che si dovrebbe essere onesti coi propri collaboratori – offuscare la verità è male, come ci ha dimostrato il crollo del regime sovietico, “drogato” di statistiche false e propaganda auto-inflitta.
Mascherare la morte di una città – la mia città, incidentalmente – sotto alla frase “hard work and tough choices” è un passo verso la disonestà intellettuale.

E lasciamo perdere il fatto che si sia creata una cultura “where everyone is expected to lead” – da trent’anni nei corsi per manager sponsorizzati da FIAT si spiega che il modo migliore per tener buoni i dipendenti è convincerli che sono loro a dirigere l’azienda.

Quando la propaganda prende il sopravvento sulla realtà, le cose si fanno pericolose.
E non si può che chiudere citando Richard P. Feyman

For a successful technology, reality must take precedence over public relations, for nature cannot be fooled.

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Terre di Confine

TdC 008Annuncio con piacere l’uscita del nono numero di Terre di Confine, la rivista di fantascienza, fantasy e anime.
Prodotta da una ciurma pronta a tutto, la rivista dedica ampio spazio – nella sezione monografica – alla pirateria, sul mare e nei cieli di romanzi, film e animazione.

Il mio inadeguato contributo prende la forma di un articolo sul colossale film (a modo suo) The Ice Pirates, di una riflessione su Gli Allegri Pirati dell’Isola del Tesoro, e di una visita di cortesia ai Pirati Neri di Barsoom.

Una goccia nel mare, si potrebbe dire, vista l’eccellente qualità – e quantità – degli altri articoli proposti.

Un brindisi, quindi, alla salute di tutti i partecipanti.

Ci si vede per il numero dieci.
Ora, se solo ricordassi cosa ho promesso di scrivere….

PS ne ho approfittato per dare una ristrutturata generale alla mia Bibliografia… fateci un salto se ne avete voglia…