strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Novanta giorni

In questo momento, mentre sto scrivendo questo post, il cliente (che non verrà nominato) del mio ultimo lavoro come ghost-writer sta spedendo il manoscritto all’editore (che non verrà nominato) col quale ha intenzione di pubblicare.

Dalle linee guida pubblicate sul sito dell’editore si legge, scritta bella in grande, una clausola che fa più o meno così…

mandateci il vostro lavoro – se ci dovesse interessare vi risponderemo entro 90 giorni; se non ci sentite dopo 90 giorni, significa che non ci interessa

Il che, io credo, dice qualcosa di molto interessante su una certa parte della nostra piccola editoria.
Ma prima, una storia, che mi raccontò un amico molti anni or sono…

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Provate a fermarmi

L’estate è arrivata anche nel Blocco C, ed il cortile per l’ora d’aria è arso dal sole e polveroso come un quartiere povero di Tangeri, nel 1920. E oggi il mio vicino di cella, Alessandro Girola, ha postato un video sul suo canale Youtube (che vi invito a seguire). Vi invito anche a guardare il video, che per comodità vi piazzo qui sotto…

Visto?
OK, ora lasciate che vi racconti una storia.

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La Società 5.0

In un mondo perfetto, lo abbiamo già detto, io dovrei essere là fuori nelle terre selvagge, a dare la caccia ai dinosauri, o a navigare sugli oceani sconfinati per studiare l’ecologia del plancton, ma poiché questo non è un mondo perfetto (ci torneremo), io sono qui seduto al buio ad ascoltare le voci dei miei amici invisibili (ed anche dei miei nemici invisibili), al fine di scriverci delle storie che, vendute, mi permettano di pagare i conti.

Una parte importante dello scrivere storie – specie il genere di storie che io scrivo o che vorrei scrivere – è mantenersi informati. Le idee non crescono sugli alberi, ma in effetti si trovano ovunque, costano dieci centesimi la dozzina, al limite poi si deve trovare il modo di usarle. Ma le idee grezze? Ovunque.

È vero d’altra parte che la qualità delle idee è molto variabile – e non tutti ci garantiscono un’idea di qualità al mese come lo Story Idea Club di Schenectady (voi gli pagate 25 dollari l’anno, e loro tutti i mesi vi mandano un’ottima idea per una storia).
Quelli di noi troppo tirchi o troppo poveri per pagare lo Story Idea Club, devono cercare altrove.
Per me, un’inesauribile fonte di idee per future storie è la letteratura accademica – specie nei miei ambiti di interesse (ecologia, paleontologia, scienze della terra, oceanografia, sistemi complessi).
Il che ci porta alla Società 5.0.

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La scarpetta della misura sbagliata

All’inizio di questa settimana ho passato due pomeriggi a scrivere una storia dell’orrore, ambientata a Torino, e mirata ad una specifica antologia che chiuderà alle proposte lunedì. Sono abbastanza soddisfatto del lavoro – è una bella storia, 2000 parole, asciutta e costruita con cura.

È stato andando a verificare le linee guida per formattare il manoscritto prima di spedirlo che mi sono accorto di aver commesso un errore – l’antologia cerca storie di 3000-6000 parole. Ho sbagliato le misure, e se la spedissi la mia storia non verrebbe accettata,
Allungarla di un 50% non è proponibile – la narrativa breve, per sua natura, ha una sua economia, un suo equilibrio, non è che si possano aggiungere paragrafi a casaccio per allungare il brodo senza rischiare di spaccare il meccanismo.
Oh, diamine!

Naturalmente, questa non è una tragedia mortale – la storia resterà qui sul mio hard disk in attesa di una occasione propizia.

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Ozymandias (non quello, l’altro)

Statue. Si è fatto un gran parlare di statue oggi, sui social – abbattute, decapitate, imbrattate, fra applausi o riprovazione, per motivi giusti o sbagliati, si fa, non si fa, è bene, è male.
Ho sentito chiedere che differenza ci sia fra l’abbattere e gettare in un fiume la statua di Edward Colson a Bristol e far esplodere le statue dei Buddha di Bamyan.
Io sono una persona semplice, e mi hanno a volte accusato di aver troppa simpatia per il colonialismo inglese e i vittoriani, ma così a istinto, direi che per esempio il Buddha non ha mai marchiato a fuoco altri esseri umani per venderli.
Quello, potrebbe essere un discriminante…

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Fateci divertire

Qualche giorno fa, su questo blog, scrivevo di come fosse sorto il dubbio, in alcuni di noi qui nel Blocco C, riguardo al fatto che regalare le nostre storie durante la quarantena, per cercare di alleviare il senso di isolamento e di panico nel pubblico (e sì, perché no, anche per farci pubblicità), non fosse stato alla fine una cattiva idea.
Se ne ricorderanno, quelli che hanno scaricato gratis le nostre storie, di noi e del nostro lavoro, quando tutto questo sarà passato?

Molti hanno commentato dicendo che sì, le persone se ne ricorderanno.
Ed è il genere di segnale che è bello ricevere, perché l’impressione di esistere ed operare in un vuoto popolato di indifferenza è spesso molto forte – scrivere è una faccenda solitaria.

Ma riguardo al vuoto popolato di indifferenza…

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Improvvisamente nel 2000

Sto guardando una vecchia serie TV, dei primi anni novanta. La sto guardamdo perché voglio farci un pezzo per M E L A N G E.
È una serie TV che si svolge nel futuro.
Il futuro è il 2007.
Ci si sente strani, a vedere certe cose.

In questi giorni, in queste settimane, continuo a leggere e a sentire persone che ripetono che il futuro non sarà più quello di prima. Il mondo è cambiato, sta cambiando, cambierà, e tutte le nostre certezze e le nostre aspettative saranno spazzate via.
Dovremo prepararci a una grande crisi.
Dovremo essere capaci a reinventarci.
Moriranno a milioni.

Ed è vero – e molti dei problemi più devastanti saranno il frutto dell’aver creduto per trent’anni che il futuro non esistesse.

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Forse abbiamo commesso un errore

Se ne parlava stamani, durante l’ora d’aria, qui nel Blocco C della blogsfera, di come ora che è iniziata la Fase 2 (sono solo io a ricordare quel vecchio film di Saul Bass?), chi si occupa di intrattenimento – che sia uno scrittore o un musicista o un ammaestratore di moffette – torna ad essere un lavoratore non essenziale.
Ammesso che gli si riconosca il titolo di lavoratore.

Perché alla fine, non è mica lavorare, no?
In fondo ti ci diverti. E lo sappiamo tutti, vero, che se ti ci diverti non è lavoro.

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