strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Douglas Barbour Award

Assegnato dalla Book Publishers Association of Alberta (BPAA), il Douglas Barbour Award for Speculative Fiction si chiamava, fino a due anni or sono, semplicemente Speculative Fiction Book of the Year. Un solo premio, per un solo libro.

Quest’anno il premio è andato a Water: Selkies, Sirens & Sea Monsters, curato da Rhonda Parrish.Ed è per me motivo di orgoglio che l’antologia includa la mia storia di orrore acquatico, The man that speared octopodes.

Per qualche misterioso motivo, Amazon Italia non sembra avere la versione cartacea dell’antologia in catalogo – ma io vi ho messo il link all’ebook. Sapete come vanno queste cose.


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Unknown (1939-1943)

Ho appena postato ai miei patron un primo articolo su Unknown, la rivista che fra il 1939 ed il 1943 creò, di fatto, il fantasy come noi lo intendiamo.
Probabilmente scriverò altri pezzi del genere, per i miei sostenitori.

Ma su Patreon non posso caricare gallerie di immagini, e quindi metto qui, per tutti i taccag… ehm, per tutti coloro che non mi supportano su Patreon, una selezione di copertine della rivista, perché vedano cosa si perdono.

I miei patron sanno anche come leggere gratis tutti (o quasi) i 39 numeri di Unknown.
Perché (a volte) è bello essere miei sostenitori su Patreon.


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I blog sono (di nuovo) morti

Nelle ultime settantadue ore, più o meno, sono successo un po’ di cose variamente rilevanti.
La più interessante è, a mio parere, l’annuncio della mia amica Lucia sul suo blog, riguardo al fatto che d’ora in avanti i suoi post avranno una cadenza irregolare, semplicemente perché aggiornare un blog tutti i giorni è un lavoro pesante e non retribuito.
Posso apprezzare questi sentimenti.
Da altre fonti, arriva invece la notizia che i blog ormai sono morti, e nessuno ha più tempo di leggere ciò che postiamo.
Anche Facebook è morto e Instagram non sta molto bene.

Non è la prima volta che i blog muoiono.
È accaduto per lo meno nel 2012 e nel 2017.
Attorno al 2018 questo blog che state leggendo venne descritto come “semi-moribondo”.
E la sospensione delle condivisioni su Facebook non ha aiutato.
Però siamo ancora qui.

Questo mi porta a fare due considerazioni parallele.

Prima considerazione – credo che alla lunga inseguire i media sia controproducente.
Passare da MySpace a Blogspot, da Blogspot ad una pagina Facebook, da Facebook a Instagram, da instagram a Youtube, da Youtube a Tik Tok è alla lunga sfiancante.
Il pubblico è volubile e cambia di frequente nelle sue infatuazioni. Difficilmente riusciremo a stare al passo.
A questo si aggiunge il fatto che non tutti siamo in grado di cambiare medium con tanta facilità – io resto una persona a cui piace scrivere, e un blog è la piattafortma ideale per ciò che faccio.
E sì, faccio anche podcast – perché è comodo, specie se si collabora con altri.
Ma altre piattaforme? No.
Le ho provate, ne apprezzo il potenziale, ma non riuscirei ad usarle per comunicare.
Io comunico a chiacchiere.

La seconda considerazione è che i blog rimangono, anche dopo la morte.
Usando la finestrella di ricerca qui di fianco potere accedere a qualcosa come quindici anni di mie farneticazioni.
Quindici anni sono tanti.
Sono 4648 post. Più questo.
Con una media di 800 parole a post (senza contare i commenti), sono quasi quattro milioni di parole.
Sono un sacco di chiacchiere, e commenti, e discussioni – e sono qui, se qualcuno vuole dare un’occhiata.
I blog hanno la memoria lunga.

Dopo quindici anni di duro lavoro siamo tornati ai numeri dei primi sei mesi di attività.

Certo, i blog non fanno più i numeri di una volta.
E in Italia naturalmente i blog non hanno mai reso una lira a chi li gestisce – sono una spesa, non una fonte di introiti. Al punto che, coi tempi che corrono, tocca inventarsi qualcosa per mantenere le luci accese.
Se vi va, date un’occhiata a questa pagina del blog Liberidiscrivere – l’admin ha messo su una bancarella di libri usati per liberare spazio in biblioteca e pagare le spese di hosting.

Ma ovviamente, come commentò qualcuno una decina di anni or sono “mica ti ho chiesto io di scrivere un blog” – perché qualcuno dovrebbe darci qualcosa in cambio di “niente”?
Forse è vero che col passare degli anni il pubblico è diventato più spietato.
Non più esigente, ma certamente più cattivo.

Però questa indipendenza dal pubblico, questo “non ti ho chiesto io di scrivere un blog” significa anche che nessuno – se non noi che scriviamo questi blog – ha il potere di farci morire.

Perciò, per il momento, alla via così…

“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col passare di strani eoni anche la morte può morire.”

H.P. Lovecraft

Ci sono nuovi progetti in corso per l’autunno.
Non siamo ancora morti.


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Un’altra recensione per Raiders

E così un canale Youtube che si occupa prevalentemente di Assassin’s Creed ha lanciato una serie di recensioni di libri al di fuori di quel franchise, ed hanno deciso di esordire con The Raiders of Bloodwood.
Che ho scritto io.
E che pare gli sia piaciuto.
Sbagliano a pronunciare il mio nome, ma il libro gli è piaciuto.

E lo so, è spaventosamente inelegante, e gli scrittori veri si riconoscono da come incassano le recensioni più orripilanti con calma dignità e classe, per poi tornare a bere burbon e scrivere sulla loro Remington Modello 5, ma a me piace sentirmi dire che il mio libro è un romanzo fantastico.
E che i miei personaggi sono fantastici.
E quindi lo condivido qui.
Anche se sbagliano a pronunciare il mio nome – perché non arriveranno mai al livello de La Nuova Provincia di Asti, che parlò di me chiamandomi Daniele Menna.


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Una nuova ossessione

C’è stato un tempo in cui grazie ai link commerciali su questo blog – i maligni link al Grande Diavolo Americano, Amazon – riuscivo a comprarmi dei libri utilizzando i buoni che mi mandava Jeff Bezos.
In questo modo sono riuscito in poco più di tre anni a completare la collezione dei dodici volumi rilegati di Gundam the Origin pubblicati dalla Vertical. Un acquisto superfluo, al quale avevo deciso di dedicare solo ed esclusivamente i miei introiti attraverso i link commerciali.

Ma i tempi sono cambiati, il blog è ancora bloccato su Facebook perché – evidentemente – continua a fomentare l’odio e la discriminazione, e per fare il minimo sufficiente ad essere pagato da Amazon con un buono acquisto (25 euro), dove una volta mi ci voleva un trimestre, ora ci sono voluti due anni.
È quindi con particolare attenzione che ho deciso di spendere quel buono, perché non ho idea di quando arriverà il prossimo. Nel 2025, probabilmente.

Ho perciò spulciato la mia lista dei desideri ed alla fine ho messo gli occhi su un volume che da qualche tempo mi interessava – la ristampa ampliata del classico The Portable Dorothy Parker.
Un libro originariamente uscito nel 1944, e recentemente ristampato da Penguin Books nella sua collana Deluxe Classics. È noto che mi è sempre piaciuto il lavoro della Parker, e considero i suoi racconti un’eccellente scuola di scrittura, da leggere e rileggere. Bravi come lei non lo diventeremo mai, ma è da quelli bravi che bisogna imparare.

E devo dire che sono debitamente impressionato.
Non solo il volume raddoppia il numero delle pagine rispetto all’originale, aggiungendo in coda alla colelzione del ’44 due altre raccolte di scritti dell’autrice, ma come si conviene ad una buona edizione cartacea, il libro della Penguin Deluxe è davvero un oggetto ‘di lusso’, per quanto a prezzi popolari.
(sì, sono senza vergogna, questo post include link commerciali)

La carta è di alta qualità, e le pagine hanno i margini ruvidi delle edizioni cartacee d’antan. Include una polposa introduzione di una delle principali esperte nell’opera della Parker, Maion Meade, e i risguardi e la quarta di copertina sono a fumetti, disegnati dal cartoonist canadese Gregory Gallant, in arte Seth.

E l’idea, naturalmente, è valida – se gli ebook sono preferibili per prezzo, facilità di trasporto e stoccaggio e rapidità di consegna, i cartacei, per restare competitivi, devono essere non solo buoni, ma anche belli.

Così, dopo aver sfogliato con gran piacere il libro appena consegnato dal postino, ho fatto un giro sul negozio del diabolico Bezos, ed ho dato un’occhiata agli altri volumi nella stessa collana. E ce ne sono un paio… diciamo una mezza dozzina… comunque non più di dieci, che credo mi piacerebbe avere qui sullo scaffale.
Un paio sono volumi che ho già in abbondanti multipli – come le storie di Sherlock Holmes. Ma potrei regalarmi l’edizione Delkuxe dei romanzi qualora riuscissi a piazzare un paio delle storie di Holmes che sto scrivendo.
Un altro paio sono titoli che ho letto in italiano – come ad esempio Il Maestro e Margherita, di Bulgakov, che nell’edizione Penguin Deluxe è una gioia per gli occhi.

Insomma, una nuova collezione sulla quale sperperare i miei discutibili guadagni come agente del malvagio Amazon. Credo semplicemente che ci vorrà un po’ di più di tre anni, questa volta.
Ma non avendo in programma di morire in tempi brevi… perché no?


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Dentro la matrice

Diciamo che, per motivi lunghi a spiegarsi, ho deciso di scrivere un romanzo “on spec”.
Un romanzo di fantascienza.
“On spec” sta per “on speculation” – vale a dire una cosa che si scrive senza avere la certezza che qualcuno la vorrà poi comprare e pubblicare.
Quando si scrive per pagare i conti – come io faccio ormai da qualche anno – scrivere on spec è un rischio; si rischia di buttare tempo e lavoro per qualcosa che poi risulterà invendibile. Scrivere un racconto on spec può significare buttare un pomeriggio, o un weekend, o una settimana. Scrivere un romanzo on spec è un enorme rischio – perché la quantità di tempo e lavoro che rischiamo di buttare sono considerevoli.

Ma per tutta una serie di motivi, ho deciso di farlo comunque – anche semplicemente per cambiare marcia al cervello dopo quasi dieci mesi passati a scrivere materiale all’interno di IP sviluppate da altri.
Non è che a scrivere per un franchise non si sia liberi di creare quel che ci pare (se abbiamo la fortuna di lavorare con persone intelligenti), ma scrivere on spec è una forma diversa di libertà.
Si lavora senza rete, e senza limiti se non quelli che imponiamo a noi stessi con la scelta del genere, del tono e dei temi della nostra storia.

Per cui, il progetto – non meno di 800 parole al giorno, per non più di 100 giorni, cominciando il 10 di agosto.
80.000 parole in prima stesura.
Bello liscio.

Si tratta di un traguardo facilmente raggiungibile – posso scrivere 800 parole la sera, dopo cena, lasciando il resto della giornata ai lavori destinati a pagare i conti.

Resta il fatto che 800 parole al giorno è l’ultimo dei problemi – e avendo deciso questo corso d’azione il 5 di agosto, ho cinque giorni per fare tutto il resto del lavoro:

  • trovare una serie di idee utili su cui costruire il romanzo
  • mettere insieme la ricerca per i dettagli tecnici e scientifici
  • organizzare un cast di personaggi
  • delineare una trama, per quanto semplice – una mappa da seguire durante il lavoro

Cinque giorni non sono tanti. Ho perciò deciso di barare, ed utilizzare la Matrice del Romanzo, proposta a suo tempo da Scarlett Thomas nel suo eccellente volume Monkeys with typewriters.

Ora, la matrice ha alle spalle tutto un discorso tecnico e critico che non è il caso di approfondire qui (vi ho messo il link commerciale al libro, se siete interessati – ed è davvero ottimo, come manuale di scrittura “avanzato”. E naturalmente voi sapete cosa comporta la presenza di un link commerciale e bla bl abla).

Ma in linea di massima, la matrice funziona così:

Sono otto colonne, nelle quali ci viene chiesto di inserire, in assoluta onestà

  1. una lista di nomi di personaggi
  2. almeno quattro luoghi che conosciamo bene
  3. una lista di lavori che abbiamo svolto
  4. una lista di problemi che abbiamo affrontato e risolto
  5. una lista di conoscenze e competenze che possediamo
  6. una lista delle nostre attuali preoccupazioni
  7. almeno quattro romanzi che ci piacciono, e perché ci piacciono
  8. una lista delle nostre attuali ossessioni

E questo è più o meno quanto – lì dentro c’è il nostro romanzo: una storia su qualcosa di cui vogliamo scrivere (perché contiene una o più delle nostre ossessioni, e delle nostre attuali preoccupazioni), scrivendo di ciò che conosciamo (abbiamo affrontato e risolto problemi simili, abbiamo vissuto in situazioni simili), ambientato in un posto che conosciamo bene, e abbiamo anche la lista dei personaggi.
Abbiamo anche i titoli dei libri dai quali rubare, e cosa rubare.
Si tratta solo di scegliere gli elementi della matrice che vanno bene insieme.

Si tratta di rilegere la matrice, riflettere, e scegliere i pezzi che funzionano insieme per costruire la storia che abbiamo voglia di raccontare.
Alla fine della fiera posso avere tre personaggi, scelti da una lista di otto, che vivono o operano in uno dei quattro posti che conosco bene, ed affrontano un paio dei problemi che mi stanno a cuore, usando competenze che mi sono familiari, il tutto tenendo presente ciò che ho imparatro da due dei miei romanzi preferiti.

Per complicare ulteriormente la trama, o per raffinare i personaggi, possiamo rispondere a una lista di domande supplementari

  • Qual’è la tua posizione sulla religione?
  • Cosa ne pensi delle relazioni?
  • Qual è il nostro posto nell’universo?
  • Cosa ne pensi dell’arte?
  • Il mondo sta migliorando o peggiorando?
  • Nomina una teoria o idea filosofica che ti ha particolarmente interessato.
  • Completa questa frase: La maggior parte delle persone non indovinerebbe mai che io…

Ora, come si diceva, queste domande servono anche per definire rapidamente i personaggi, descrivendo rapidamente alcuni aspetti della loro personalità.

È un sistema bislacco, puzza di workshop di scrittura creativa, ma si adatta tanto alla narrativa di intrattenimento e di genere che alla letteratura mainstream, e funziona.

Poiché si focalizza su elementi che conosciamo bene e ci interessano anche nella vita di tutti igiorni, alleggerisce la fase di documentazione – o sono cose che conosciamo già, o sono cose che non ci peserà approfondire – così come la scrittura – perché stiamo scrivendo di cose che ci stanno a cuore.

E sì, c’è gente là fuori che alla sola idea di usare un sistema di questo genere probabilmente si strapperebbe i capelli – e ciascuno di loro non ha mai scritto più di tre pagine, ma ha un corso di scrittura da vendervi.
Ma non ha importanza.
L’unica cosa che conta è ciò che funziona per noi, quando ci mettiamo al lavoro.
Io so che storia voglio raccontare. La matrice mi aiuta semplicemente a mettere sul tavolo altri elementi che potrò usare per dare coerenza alla storia.

Perciò siamo qui – dedicherò il weekend a mettere giù una rapida delineatura – neanche una cosa capitolo per capitolo, ma semplicemente una lista di eventi, di punti per i quali la storia dovrà passare nel suo dipanarsi. Più un abbozzo di struttura che una lista di capitoli.
E poi il dieci si comincia.
Non più di 100 giorni, non meno di 800 parole al giorno in media.
Vediamo cosa ne viene fuori, e se poi qualcuno sarà interessato a pagare per pubblicarlo.