strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


2 commenti

Lo scrittore che vende

Ricordo ancora con un misto di affetto malato e desiderio di morte il blogger che, una decina di anni or sono, aveva preso l’abitudine di recensire i miei ebook senza leggerli, ed appioppando a tutti loro dei giudizi pessimi. Non aveva bisogno di leggere ciò che scrivevo, spiegava, per sapere che era terribile, in quanto sapeva che “Mana non crede nelle regole della scrittura.”
Talvolta mi domando, nelle lunghe notti di luna piena, cosa ne sia stato di quel tale.
Ma capita di rado, e presto mi dimentico di lui.
Però…
In realtà quella frase, quel “non crede nelle regole della scrittura” era asinina ed imprecisa – sono fermamente convinto che esistano delle regole, ma concordo anche con la buonanima di Rudyard Kipling…

“There are nine and sixty ways of constructing tribal lays,
And every single one of them is right!”

Kipling, In the Neolithic Age, Stanza 5, 1892

In altre parole, esistono delle regole, una quantità di regole, e sono tutte giuste; e quelle che vanno bene per me potrebbero non andare bene per altri. E anche, le regole che si applicano al mio lavoro attuale potrebbero non funzionare per il mio prossimo lavoro.
Chi vi dice il contrario probabilmente non sa di cosa sta parlando, ma vuole vendervi un corso di scrittura.

Ora, nel mio post di ieri citavo la faccenda degli avverbi e di Stephen King

La strada per l’inferno è lastricata di avverbi

Stephen King, On Writing, 2000

… ed illuminata dai crani fiammeggianti di sedicenti editor, aggiungo io.

E il libro di King è certo uno dei manuali di scrittura più venduti al mondo, e compare con regolarità sugli scaffali di un sacco di autori affermati, e di un sacco di aspiranti scrittori.
La cosa interessante è che tuttavia non si tratta del manuale più popolare in quella fascia intermedia di scrittori che campano scrivendo, spesso a malapena, sfornando racconti e novelle per le riviste di genere di medio livello. I cosiddetti midlister, categoria in via di estinzione da vent’anni almeno – ma ragazzi, siamo ancora qui, più coriacei e duri a morire del celacanto.
Nel caso di questa gente, il manuale che è normalmente in mostra sullo scaffale non è On Writing.
È Techniques of the Selling Writer, di Dwight V. Swann.
Conosco di persona un sacco di gente che giura e spergiura su questo libro.

Dwight Vreeland Swain, classe 1915, aveva la faccia del genere di persona che vive vendendo assicurazioni sulla vita e tronchesine per unghie, ma era in realtà uno scrittore. Negli anni del crepuscolo dei pulp pubblicò un buon numero di storie, su riviste come Fantastic Adventures e Imagination, storie con titoli improbabili come Henry Horn’s X Ray Eye Glasses (1942) o Bring Back My Brain! (1957).
Ma voi potete ridere quanto vi pare – Dwight V. Swain scriveva e ci pagava i conti, e questo era ciò che importava.
Negli anni ’50 si allargò al campo della sceneggiatura, specializzandosi nello scrivere documentari e video didattici – dobbiamo a lui la struttura narrativa standard dei documentari in uso ancora oggi.
Nel 1965, mentre insegnava scrittura all’Università dell’Oklahoma, Swain scrisse Techniques of the Selling Writer, e da allora il volume è andato un paio di volte fuori catalogo, ma è rimasto nel cuore di una vasta comunità di scrittori, che se lo sono procurato di riffa o di raffa – di seconda mano, ristampato in ebook, rubato dalla biblioteca…
Altri manuali seguirono, soprattutto sul tema della sceneggiatura, ma Techniques rimane, a 57 anni dalla sua uscita, il testo di riferimento di un sacco di gente, ed il best-seller nel catalogo di Swain.

Lo scrittore che vende, in quanto professionista orientato ad una attività commerciale, non può permettersi di scrivere testi che non siano gradevoli e/o eccitanti.
Poiché sono principalmente arnesi del mestiere, queste tecniche hanno poco o niente a che vedere con la qualità letteraria o l’assenza della medesima. Nessuno scrittore le usa tutte. Nessuno scrittore può evitare di usarne alcune. Quanto bene vi potranno servire dipende da voi stessi. Sono, in poche parole, trucchi e tecniche dello scrittore che vende. Sono tutto ciò che questo libro ha da offrire.

Dwight V. Swain, prefazione, Techniques of the Selling Writer, 1965

Mi è venuto in mente, il libro di Swain, perché dopo aver parlato della sintassi come stile, nel lavoro di Virginia Tufte, mi sono ricordato che Swain, nel suo manuale sostiene che ci sono solo quattro cose che uno scrittore deve saper fare per scrivere una buona storia – e la prima di queste quattro cose è disporre le parole in un ordine tale da creare “unità di motivazione ed azione”. In altre parole, la sintassi come stile.
Bello liscio – e sei anni prima che Virginia Tufte pubblicasse il suo infinitamente più accademico ma altrettanto influente e popolare saggio.

Pragmatico fin dalla copertina, il testo di Swain è asciutto, didascalico – sembra davvero un manuale di istruzioni per fare la manutenzione di un motore. Ho visto ricettari scritti con più eleganza e più ricchezza artistica. Swain non usa lo stile colloquiale e aneddotico di King. È freddo e diretto, fatto di liste numerate e di istruzioni che sono, sì, davvero degli strumenti, degli arnesi … cacciaviti e piedi di porco, chiavi inglesi e grimaldelli. Il genere che con il tempo e l’uso si adatterà alla mano di chi li utilizza.
Non c’è nulla di romantico, in questo libro, e nell’attività che descrive.
Scrivere è un duro lavoro, ed esistono attrezzi che ci permettono di renderlo meno faticoso, meno frustrante. Questo libro è la scatola degli attrezzi.

Per cui sì, il manuale di King è certamente molto più divertente da leggere.
Ma noi, ci piega Dwight Swain, non siamo qui per divertirci.

Con buonapace di antichi blogger dimenticati, ho letto decine e decine di manuali di scrittura. E Techniques of the Selling Writer non è probabilmente il mio manuale preferito, ma è certo uno di quelli per i quali provo il maggior rispetto, insieme con Creating Characters, How to Build Story People, che il settantacinquenne Swain scrisse nel 1990, due anni prima della propria morte, espandendo uno dei capitoli di Techniques.
Perché era uno scrittore commerciale, e quindi non buttava via nulla.

Amazon (e sì, c’è un link commerciale in questa pagina) ha ancora una singola copia cartacea dell’edizione del 1981 di Techniques, a un prezzo salato ma accettabile. L’ebook ha un prezzo da capestro, ma è perché si tratta di uno di quei libri che, se scrivete, dovete leggere.
E poi avanti, costa infinitamente meno di molti corsi di scrittura tenuti da personaggi alquanto dubbi, che vi rigurgiteranno in gola King e Vogler malamente digeriti.


14 commenti

I blog sono (di nuovo) morti

Nelle ultime settantadue ore, più o meno, sono successo un po’ di cose variamente rilevanti.
La più interessante è, a mio parere, l’annuncio della mia amica Lucia sul suo blog, riguardo al fatto che d’ora in avanti i suoi post avranno una cadenza irregolare, semplicemente perché aggiornare un blog tutti i giorni è un lavoro pesante e non retribuito.
Posso apprezzare questi sentimenti.
Da altre fonti, arriva invece la notizia che i blog ormai sono morti, e nessuno ha più tempo di leggere ciò che postiamo.
Anche Facebook è morto e Instagram non sta molto bene.

Non è la prima volta che i blog muoiono.
È accaduto per lo meno nel 2012 e nel 2017.
Attorno al 2018 questo blog che state leggendo venne descritto come “semi-moribondo”.
E la sospensione delle condivisioni su Facebook non ha aiutato.
Però siamo ancora qui.

Questo mi porta a fare due considerazioni parallele.

Prima considerazione – credo che alla lunga inseguire i media sia controproducente.
Passare da MySpace a Blogspot, da Blogspot ad una pagina Facebook, da Facebook a Instagram, da instagram a Youtube, da Youtube a Tik Tok è alla lunga sfiancante.
Il pubblico è volubile e cambia di frequente nelle sue infatuazioni. Difficilmente riusciremo a stare al passo.
A questo si aggiunge il fatto che non tutti siamo in grado di cambiare medium con tanta facilità – io resto una persona a cui piace scrivere, e un blog è la piattafortma ideale per ciò che faccio.
E sì, faccio anche podcast – perché è comodo, specie se si collabora con altri.
Ma altre piattaforme? No.
Le ho provate, ne apprezzo il potenziale, ma non riuscirei ad usarle per comunicare.
Io comunico a chiacchiere.

La seconda considerazione è che i blog rimangono, anche dopo la morte.
Usando la finestrella di ricerca qui di fianco potere accedere a qualcosa come quindici anni di mie farneticazioni.
Quindici anni sono tanti.
Sono 4648 post. Più questo.
Con una media di 800 parole a post (senza contare i commenti), sono quasi quattro milioni di parole.
Sono un sacco di chiacchiere, e commenti, e discussioni – e sono qui, se qualcuno vuole dare un’occhiata.
I blog hanno la memoria lunga.

Dopo quindici anni di duro lavoro siamo tornati ai numeri dei primi sei mesi di attività.

Certo, i blog non fanno più i numeri di una volta.
E in Italia naturalmente i blog non hanno mai reso una lira a chi li gestisce – sono una spesa, non una fonte di introiti. Al punto che, coi tempi che corrono, tocca inventarsi qualcosa per mantenere le luci accese.
Se vi va, date un’occhiata a questa pagina del blog Liberidiscrivere – l’admin ha messo su una bancarella di libri usati per liberare spazio in biblioteca e pagare le spese di hosting.

Ma ovviamente, come commentò qualcuno una decina di anni or sono “mica ti ho chiesto io di scrivere un blog” – perché qualcuno dovrebbe darci qualcosa in cambio di “niente”?
Forse è vero che col passare degli anni il pubblico è diventato più spietato.
Non più esigente, ma certamente più cattivo.

Però questa indipendenza dal pubblico, questo “non ti ho chiesto io di scrivere un blog” significa anche che nessuno – se non noi che scriviamo questi blog – ha il potere di farci morire.

Perciò, per il momento, alla via così…

“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col passare di strani eoni anche la morte può morire.”

H.P. Lovecraft

Ci sono nuovi progetti in corso per l’autunno.
Non siamo ancora morti.


6 commenti

Niente dura in eterno

Dopo lo scioglimento dei Beatles, il primo dei quattro a uscire con un lavoro da solista fu George Harrison, con un triplo album che si intitolava All Things Must Pass. Il brano che dava il titolo all’album era ispirato ad una poesia di Timothy Leary, a sua volta ispirata al tao te Ching – una meditazione sulla natura fuggevole dell’esistenza.

E sì, questo sarà uno di quei post che vanno un po’ a zig-zag, prima di arrivare , forse, ad una conclusione.

Un paio di giorni orsono, sul suo canale Youtube, Rick beato ha postato un breve video intitolato Nothing Lasts Forever. Beato è un ex produttore che da sei anni gestisce un canale Youtube in cui parla di teoria musicale – ha oltre tre milioni di abbonati, ed è una di quelle persone che si guadagnano da vivere su Youtube. Il suo video prendeva spunto da alcune statistiche pubblicate di recente, che sembrano indicare che la durata media di un canale Youtube è sei-sette anni. Da questa considerazione, il sessantenne Beato ha ricavato una interessante riflessione su come, se si ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo, si finisce con l’avere più di una carriera, più di un modo per guadagnarsi da vivere. E a volte è molto difficile spiegare a chi ci sta attorno che sì, una volta facevamo altro, ma ora facciamo questo…
Il video dura sette minuti e mezzo, e vale la pena di essere ascoltato.

Il video di Rick Beato mi ha dato da pensare per un paio di cose che mi sono capitate di recente.
Io ho cinque anni meno di lui, ed una carriera in meno rispetto a lui.
Però…

A Novembre sarò a Novara per presentare Piemontesi ai Confini del Mondo.
L’associazione della quale sarò ospite mi ha contattato la settimana passata per chiedermi di verificare i dati sul materiale pubblicitario che stanno per mettere in circolazione. E lì, nero su bianco, c’era la dicitura…

Davide Mana, Storico

Che naturalmente è sbagliato. Per quanto mi possa piacere la storia, e per quanto il mio libro sia una raccolta di biografie, io non sono uno storico – si tratta di usurpazione di titolo. C’è gente là fuori che ha passato anni inuniversità, per fregiarsi di quel titolo, ed avrebbero tutti i diritti di risentirsi se io me lo appiccicassi addosso.

Perciò ho contattato l’associazione, spiegando che no, grazie, non sono uno storico.
Sono un paleontologo, ed ho un PhD in Geologia.
Oppure, considerando che è così che da sei anni mi guadagno da vivere, sono uno scrittore.

La risposta è arrivata a stretto giro, e il materiale pubblicitario conterrà la dicitura

Davide Mana, Scrittore

Ci sta. Come dicevo, sono ormai sei anni che pago i conti scrivendo, e sono passati sei anni dall’ultima volta che ho lavorato ad un articolo accademico, otto anni da che ho lavorato per l’ultima volta in università. Scrittore va bene. Descrive ciò che faccio, e come diceva la buonanima di Harlan Ellison non richiede altre qualifiche – scrittore è sufficiente.
Non è millantato credito, non è usurpazione di titolo.
Ma ci si sente strani, a dover accettare che sì, la vecchia carriera si è chiusa, ed una nuova è aperta ormai da anni. E ci si sente ancora più strani a parlarne, a spiegarlo al prossimo.

“Sì, OK. Ma di lavoro vero, cosa fai?”

Questo è ciò che mi ha fatto venire in mente il video di Rick Beato – che ci sono capitoli che si chiudono, ed altri che si aprono, e non c’è nulla di male.

Parallelamente a tutto questo, e sempre in seguito all’uscita di Piemontesi ai Confini del Mondo, è comparso un breve articolo sulla stampa locale. Un buon pezzo, che parla del mio libro, attribuendolo a

Davide Mana, scrittore monferrino

Ecco, questo no.
A parte la faccenda del non avere bisogno di altre qualifiche, io monferrino non lo sono – per quanto io possa vivere a un tiro di schioppo da Nizza Monferrato.
Io non sono cresciuto in questo posto. Mi limiterò a morirci.
Io non sono partecipe della storia e della cultura di queste colline.
Vivo in questo posto da oltre dodici anni, e sono ancora “quelloche viene da fuori.”
E lo sarò per sempre, e mi sta bene così.
Come alcuni conoscenti non mancarono di notare, ripetutamente, quando dodici anni or sono mi trasferii fra queste colline

“Sei proprio un Torinese…”

“Torinese”, sapete, detto con quel tono insistito e quel mezzo sorrisetto col quale si potrebbe dire “molestatore di pecore”, o “primate che si crede sapiens”.
Ed è vero. Io sono nato e cresciuto a Torino, e non posso negarlo, né ritengo di dovermi vergognare. Perché è vero, tutto ha una fine, come dice Rick Beato, e tutte le cose prima o poi passano, come diceva George Harrison. Ma ci sono cose che rimangono, e che nonostante tutto non cambiano.
E va bene così.


Lascia un commento

Una nuova ossessione

C’è stato un tempo in cui grazie ai link commerciali su questo blog – i maligni link al Grande Diavolo Americano, Amazon – riuscivo a comprarmi dei libri utilizzando i buoni che mi mandava Jeff Bezos.
In questo modo sono riuscito in poco più di tre anni a completare la collezione dei dodici volumi rilegati di Gundam the Origin pubblicati dalla Vertical. Un acquisto superfluo, al quale avevo deciso di dedicare solo ed esclusivamente i miei introiti attraverso i link commerciali.

Ma i tempi sono cambiati, il blog è ancora bloccato su Facebook perché – evidentemente – continua a fomentare l’odio e la discriminazione, e per fare il minimo sufficiente ad essere pagato da Amazon con un buono acquisto (25 euro), dove una volta mi ci voleva un trimestre, ora ci sono voluti due anni.
È quindi con particolare attenzione che ho deciso di spendere quel buono, perché non ho idea di quando arriverà il prossimo. Nel 2025, probabilmente.

Ho perciò spulciato la mia lista dei desideri ed alla fine ho messo gli occhi su un volume che da qualche tempo mi interessava – la ristampa ampliata del classico The Portable Dorothy Parker.
Un libro originariamente uscito nel 1944, e recentemente ristampato da Penguin Books nella sua collana Deluxe Classics. È noto che mi è sempre piaciuto il lavoro della Parker, e considero i suoi racconti un’eccellente scuola di scrittura, da leggere e rileggere. Bravi come lei non lo diventeremo mai, ma è da quelli bravi che bisogna imparare.

E devo dire che sono debitamente impressionato.
Non solo il volume raddoppia il numero delle pagine rispetto all’originale, aggiungendo in coda alla colelzione del ’44 due altre raccolte di scritti dell’autrice, ma come si conviene ad una buona edizione cartacea, il libro della Penguin Deluxe è davvero un oggetto ‘di lusso’, per quanto a prezzi popolari.
(sì, sono senza vergogna, questo post include link commerciali)

La carta è di alta qualità, e le pagine hanno i margini ruvidi delle edizioni cartacee d’antan. Include una polposa introduzione di una delle principali esperte nell’opera della Parker, Maion Meade, e i risguardi e la quarta di copertina sono a fumetti, disegnati dal cartoonist canadese Gregory Gallant, in arte Seth.

E l’idea, naturalmente, è valida – se gli ebook sono preferibili per prezzo, facilità di trasporto e stoccaggio e rapidità di consegna, i cartacei, per restare competitivi, devono essere non solo buoni, ma anche belli.

Così, dopo aver sfogliato con gran piacere il libro appena consegnato dal postino, ho fatto un giro sul negozio del diabolico Bezos, ed ho dato un’occhiata agli altri volumi nella stessa collana. E ce ne sono un paio… diciamo una mezza dozzina… comunque non più di dieci, che credo mi piacerebbe avere qui sullo scaffale.
Un paio sono volumi che ho già in abbondanti multipli – come le storie di Sherlock Holmes. Ma potrei regalarmi l’edizione Delkuxe dei romanzi qualora riuscissi a piazzare un paio delle storie di Holmes che sto scrivendo.
Un altro paio sono titoli che ho letto in italiano – come ad esempio Il Maestro e Margherita, di Bulgakov, che nell’edizione Penguin Deluxe è una gioia per gli occhi.

Insomma, una nuova collezione sulla quale sperperare i miei discutibili guadagni come agente del malvagio Amazon. Credo semplicemente che ci vorrà un po’ di più di tre anni, questa volta.
Ma non avendo in programma di morire in tempi brevi… perché no?


14 commenti

Diamo i numeri

Molto dipende dal carattere delle persone, ovviamente.
Persone diverse, comportamenti diversi, diverse necessità.

Una cosa che ho scoperto qualche anno addietro, riguardo al mio modo di scrivere, è che avere dei traguardi e delle “metriche” come le chiamano alcuni, mi aiuta a restare a fuoco durante il levoro di scrittura. Scrivere di più, se non necessariamente meglio (anche se ci si prova).

Photo by Leah Kelley on Pexels.com

Questo è uno dei motivi per cui può sembrare, ai più rilassati fra i miei lettori, che io abbia una specie di ossessione per il numero delle parole, e nello specifico il numero di parole all’ora, o al giorno.

Un commentatore, molti anni addietro, si domandava – immagino in senso retorico – se la mia fosse scrittura o un lassativo.
E no, anch’io non ho idea di cosa volesse dire, o in che modo fosse in relazione con la sua scelta (lecitissima, e molto strombazzata) di scrivere “solo una buona pagina di prosa al giorno”.
E potrei aggiungere, contento lui…

Il numero di parole per me è importante perché gli editori anglosassoni – che sono quelli che pagano per il mio lavoro – misurano (e pagano) le storie sulla base del numero di parole.
In Italia si preferiscono le cartelle o le battute.
È solo una questione di diverse unità di misura.
“Una buona pagina di prosa la giorno” sarebbero circa 450 parole, o 2000 battute.

Misurare e tabulare il volume della propria produzione non è mero feticismo, ma aiuta a capire certi aspetti del nostro modo di scrivere.
Scriviamo di più, in termini di parole all’ora (ad esempio) se scriviamo di sera o durante il giorno?
Scriviamo di più, su base oraria, se affrontiamo una singola sessione, o se facciamo delle pause?
E quante pause? Ogni quanti minuti?
Potrebbero essere dettagli importanti da conoscere.

Un altro aspetto della mia produzione che ho iniziato – per necessità – a tabulare, a partire dal 2018, è il numero di proposte spedite agli editori.
Storie, articoli, traduzioni… una misura del mio output, anno per anno.

La necessità nasce dal fatto che le storie spedite vengono rifiutate, e tocca spedirle altrove – e dopo un certo tempo ci si scorda se quella specifica storia l’abbiamo già spedita a quella specifica rivista.
Serve un registro, perché non è bello spedire due volte la stessa storia allo stesso editor.
Terribilmente poco professionale.

E a questo punto, se tengo un registro per i racconti, tanto vale mettere a registro tutto il resto.
Gli articoli, che di solito vengono scritti su richiesta e quindi non verranno (si spera) rifiutati, le traduzioni, ecc.

Guardando questi numeri, vedo che nel periodo 2018-19 ho spedito via 72 lavori.
92 nel 2020.
88 nel 2021.
E ad oggi, nel 2022, 39.

Nel 2020 mi ero ripromesso di arrivare a 100 per l’anno successivo – non ce l’ho fatta.
Ed è estremamente improbabile che io ci riesca quest’anno.
Ma allora, guardiamo una misura diversa – e no, non sto parlando delle storie accettate rispetto a quelle spedite – diciamo che da quattro anni viaggio su un 25-35% di storie accettate, e va benissimo così.

No, guardiamo il numero totale delle parole spedite via, anno per anno.

  • 2019 – 205528
  • 2020 – 290470
  • 2021 – 330528
  • 2022 – 383180 (ad oggi)

Cosa è cambiato?
Nel 2022 ho consegnato due romanzi, ed una lunga campagna per un gioco di ruolo, a tre diversi editori – e quello conta per quasi 200.000 parole.
Per cui no, non arriverò a 100 proposte agli editori, ma mi posso dire ragionevolmente soddisfatto di come la mia produttività stia evolvendo.

E notate che quei numeri si riferiscono al numero di parole in storie, articoli o traduzioni proposti agli editori, non scritti durante l’anno – ci sono cose spedite nel 2022 che erano state scritte nel 2021 ecc.
E non sono naturalmente le parole pubblicate.
Per quelle, il traguardo resta quello di Walter B. Gibson, che in media pubblicava un milione di parole l’anno. Ma erano altri tempi, e lui era Walter B. Gibson.

Certo, resta il problema del lassativo, ma credo che non lo risolverò mai.


6 commenti

Dentro la matrice

Diciamo che, per motivi lunghi a spiegarsi, ho deciso di scrivere un romanzo “on spec”.
Un romanzo di fantascienza.
“On spec” sta per “on speculation” – vale a dire una cosa che si scrive senza avere la certezza che qualcuno la vorrà poi comprare e pubblicare.
Quando si scrive per pagare i conti – come io faccio ormai da qualche anno – scrivere on spec è un rischio; si rischia di buttare tempo e lavoro per qualcosa che poi risulterà invendibile. Scrivere un racconto on spec può significare buttare un pomeriggio, o un weekend, o una settimana. Scrivere un romanzo on spec è un enorme rischio – perché la quantità di tempo e lavoro che rischiamo di buttare sono considerevoli.

Ma per tutta una serie di motivi, ho deciso di farlo comunque – anche semplicemente per cambiare marcia al cervello dopo quasi dieci mesi passati a scrivere materiale all’interno di IP sviluppate da altri.
Non è che a scrivere per un franchise non si sia liberi di creare quel che ci pare (se abbiamo la fortuna di lavorare con persone intelligenti), ma scrivere on spec è una forma diversa di libertà.
Si lavora senza rete, e senza limiti se non quelli che imponiamo a noi stessi con la scelta del genere, del tono e dei temi della nostra storia.

Per cui, il progetto – non meno di 800 parole al giorno, per non più di 100 giorni, cominciando il 10 di agosto.
80.000 parole in prima stesura.
Bello liscio.

Si tratta di un traguardo facilmente raggiungibile – posso scrivere 800 parole la sera, dopo cena, lasciando il resto della giornata ai lavori destinati a pagare i conti.

Resta il fatto che 800 parole al giorno è l’ultimo dei problemi – e avendo deciso questo corso d’azione il 5 di agosto, ho cinque giorni per fare tutto il resto del lavoro:

  • trovare una serie di idee utili su cui costruire il romanzo
  • mettere insieme la ricerca per i dettagli tecnici e scientifici
  • organizzare un cast di personaggi
  • delineare una trama, per quanto semplice – una mappa da seguire durante il lavoro

Cinque giorni non sono tanti. Ho perciò deciso di barare, ed utilizzare la Matrice del Romanzo, proposta a suo tempo da Scarlett Thomas nel suo eccellente volume Monkeys with typewriters.

Ora, la matrice ha alle spalle tutto un discorso tecnico e critico che non è il caso di approfondire qui (vi ho messo il link commerciale al libro, se siete interessati – ed è davvero ottimo, come manuale di scrittura “avanzato”. E naturalmente voi sapete cosa comporta la presenza di un link commerciale e bla bl abla).

Ma in linea di massima, la matrice funziona così:

Sono otto colonne, nelle quali ci viene chiesto di inserire, in assoluta onestà

  1. una lista di nomi di personaggi
  2. almeno quattro luoghi che conosciamo bene
  3. una lista di lavori che abbiamo svolto
  4. una lista di problemi che abbiamo affrontato e risolto
  5. una lista di conoscenze e competenze che possediamo
  6. una lista delle nostre attuali preoccupazioni
  7. almeno quattro romanzi che ci piacciono, e perché ci piacciono
  8. una lista delle nostre attuali ossessioni

E questo è più o meno quanto – lì dentro c’è il nostro romanzo: una storia su qualcosa di cui vogliamo scrivere (perché contiene una o più delle nostre ossessioni, e delle nostre attuali preoccupazioni), scrivendo di ciò che conosciamo (abbiamo affrontato e risolto problemi simili, abbiamo vissuto in situazioni simili), ambientato in un posto che conosciamo bene, e abbiamo anche la lista dei personaggi.
Abbiamo anche i titoli dei libri dai quali rubare, e cosa rubare.
Si tratta solo di scegliere gli elementi della matrice che vanno bene insieme.

Si tratta di rilegere la matrice, riflettere, e scegliere i pezzi che funzionano insieme per costruire la storia che abbiamo voglia di raccontare.
Alla fine della fiera posso avere tre personaggi, scelti da una lista di otto, che vivono o operano in uno dei quattro posti che conosco bene, ed affrontano un paio dei problemi che mi stanno a cuore, usando competenze che mi sono familiari, il tutto tenendo presente ciò che ho imparatro da due dei miei romanzi preferiti.

Per complicare ulteriormente la trama, o per raffinare i personaggi, possiamo rispondere a una lista di domande supplementari

  • Qual’è la tua posizione sulla religione?
  • Cosa ne pensi delle relazioni?
  • Qual è il nostro posto nell’universo?
  • Cosa ne pensi dell’arte?
  • Il mondo sta migliorando o peggiorando?
  • Nomina una teoria o idea filosofica che ti ha particolarmente interessato.
  • Completa questa frase: La maggior parte delle persone non indovinerebbe mai che io…

Ora, come si diceva, queste domande servono anche per definire rapidamente i personaggi, descrivendo rapidamente alcuni aspetti della loro personalità.

È un sistema bislacco, puzza di workshop di scrittura creativa, ma si adatta tanto alla narrativa di intrattenimento e di genere che alla letteratura mainstream, e funziona.

Poiché si focalizza su elementi che conosciamo bene e ci interessano anche nella vita di tutti igiorni, alleggerisce la fase di documentazione – o sono cose che conosciamo già, o sono cose che non ci peserà approfondire – così come la scrittura – perché stiamo scrivendo di cose che ci stanno a cuore.

E sì, c’è gente là fuori che alla sola idea di usare un sistema di questo genere probabilmente si strapperebbe i capelli – e ciascuno di loro non ha mai scritto più di tre pagine, ma ha un corso di scrittura da vendervi.
Ma non ha importanza.
L’unica cosa che conta è ciò che funziona per noi, quando ci mettiamo al lavoro.
Io so che storia voglio raccontare. La matrice mi aiuta semplicemente a mettere sul tavolo altri elementi che potrò usare per dare coerenza alla storia.

Perciò siamo qui – dedicherò il weekend a mettere giù una rapida delineatura – neanche una cosa capitolo per capitolo, ma semplicemente una lista di eventi, di punti per i quali la storia dovrà passare nel suo dipanarsi. Più un abbozzo di struttura che una lista di capitoli.
E poi il dieci si comincia.
Non più di 100 giorni, non meno di 800 parole al giorno in media.
Vediamo cosa ne viene fuori, e se poi qualcuno sarà interessato a pagare per pubblicarlo.


4 commenti

Né artificiale, né intelligenza

Questo è un post un po’ confuso, che andrà un po’ di qua e un po’ di là prima di arrivare, spero, ad una conclusione coerente. È anche uno di quei post in cui uno che si paga (a malapena) i conti scrivendo parlerà di pagarsi i conti scrivendo (a malapena).

Ed è anche possibile che contenga link commerciali, perché sapete come vanno queste cose.

Per cui siete stati avvisati, e potete anche staccare qui se la cosa non vi interessa.

Qualche giorno addietro ho ascoltato una bella intervista a Peter F. Hamilton, il popolare scrittore inglese che è schedato come “il più venduto autore di fantascienza in lingua inglese.” Ora, Hamilton può piacere o meno – io personalmente trovo che abbia delle idee spettacolari ma sia decisamente troppo prolisso; e resta il fatto che Great North Road, con le sue quasi mille pagine, sia un romanzo fantastico. E a quanto pare ci piacciono anche gli stessi libri, per cui provo un istintivo moto di simpatia nei suoi confronti.
Ma che piaccia o meno, si diceva, Peter F. Hamilton ha una infilata lunga un braccio di best-seller, ed emerge dalle interviste come una persona estremamente piacevole, coi piedi saldamente per terra, che ammette candidamente che scrivere è l’unico lavoro che sappia fare, e che quando i suoi libri non venderanno più, sarà davvero in difficoltà.
L’unica cosa che lo tranquillizza, dice ridendo, è che è molto improbabile che una intelligenza artificiale gli porti via il lavoro, checché ne dicano gli entusiasti.

Ed ora, io ho letto l’eccellente You Look Like a Thing and I Love You, il saggio di Janelle Shane, una ricercatrice che ha speso un sacco di tempo a cercare di addestrare una AI per farle generare delle battute “toc toc… chi è?”, dei “dad jokes” e delle frasi per rimorchiare. I risultati – divertentissimi, ed il libro è assolutamente impagabile (e in questi giorni Amazon vi lascia l’ebook a tre euro e mezzo) – mi portano a concordare con Hamilton: è abbastanza improbabile che un computer mi porti via il lavoro in tempi brevi.
Un problema in meno.

Però, però, però…

Durante il lockdown, nel 2021, mi arriva un invito per un seminario di scrittura tenuto da una popolare autrice americana di narrativa erotica. E io mi dico, perché no?
Come spesso capita in questi “seminari gratuiti”, lo scopo non era quello di insegnare alcunché, ma di vendere qualcosa – di solito si tratta di corsi o manuali, ma in questo caso era qualcosa di completamente diverso: un software per generare prime stesure di narrativa erotica.
Si inseriscono il numero, il genere e i nomi dei personaggi, si selezionano alcune opzioni, si stabilisce un word-count, e poi si p reme un bottone … e voil°, la prima stesura viene prodota in formato rtf., pronta per essere editata – ed è ovviamente necessario editarla masicciamente, ma hey, la prima stesura non è più un problema. Offerta speciale per i partecipanti al corso, quattrocento dollari per la licenza d’uso del software di base – gli aggiornamenti si pagano extra.

Non è intelligenza artificiale, ma è qualcosa che va ad intaccare, se vogliamo, una certa visione della scrittura – che si ipotizza sia frutto di un mix di logica, emozione e “ispirazione” (qualunque cosa sia), e qui invece si riduce ad un database e ad un modello di query.
A rendere tutto quanto ancora più spiacevole è l’autrice che sta cercando di vendermi il software, e che per un’ora, incessantemente, non fa che parlare di soldi – quanti soldi si fanno con l’erotica, quanti soldi possiamo fare all’anno, al mese, alla settimana, quanti soldi si possono fare sfornando una novella sconcia ogni sette giorni, quante belle cose luccicanti ci si può comperare con tutti quei soldi…

E io mi dico, OK, è americana, loro mangiano pane e realismo capitalista, cosa ci vogliamo fare.
Oerché è chiaro che chi scrive per vivere ai quattrini ci pensa, eccome, ma che diamine, un minimo di eleganza…

Poi però mi capitano due cose, nel giro di 24 ore – proprio mentre sto ascoltando una bella intervista a Claire North, che ha vinto il World Fantasy Award e che dice, sostanzialmente, che scrivere è meraviglioso e per fortuna ora le hanno acquistato i diritti per fare un film da un suo romanzo, perché per quel che ne sa, la sua carriera potrebbe finire domani – quando si scrive per vivere, non ci sono certezze.

Le due cose che mi succedono sono un articolo su una rivista online e un annuncio pubblicitario via Facebook.

L’articolo parla del mercato dei romanzi a base di sesso e licantropi – non fate quella faccia, hanno a quanto pare un certo successo – che stanno diventando oggetto di una sorta di gig economy – una quantità di piattaforme (a cominciare dal nostro amico Amazon) sfornano a cottimo decine e decine di titoli in questo ed altri generi, per un pubblico che macina pagine su pagine.
E gli autori, a seconda della piattaforma e del successo, possono fare dai 300 agli 800 dollari per ciasdcun titolo.
Non è una cosa limitata ovviamente a sesso e licantropi – e molti autoprodotti possono dichiarare cifre del genere, o anche più basse.
Ma ciò che è interessante è il meccanismo, questa sorta di produzione a cottimo, che sa più delle vecchie workhouse di dickensiana memoria che non di redazione di rivista pulp. È una catena di montaggio.
Per soddisfare la richiesta dobbiamo sfornare un certo numero di pagine all’ora, e quindi possiamo pagare qualcuno per “generare contenuti.”

La seconda cosa che mi capita sott’occhio è invece una pubblicità che Facebook è assolutamente convinto mi interesserà – si tratta di un corso di scrittura, destinato a giovani dai 18 ai 30 anni (ah, mister Zuckerberg, lo prendo come un complimento), equiparato a una laurea triennale: diecimila euro l’anno di iscrizione, più vitto alloggio e spese in una grande città, perché i corsi sono tutti in sede, e tutti in presenza. Ma l’iscrizione al corso ci garantisce fino al 20% di sconto per la permanenza in residence.
E qui il mio cervello surriscaldato comincia a macinare numeri – trentamila euro di iscrizione, più per lo meno altrettanto per vivere per quei tre anni. Sessantamila euro. Come minimo.
Ora, è estremamente improbabile che un esordiente riesca a scucire più di 5000 euro di anticipo sul suo primo romanzo nel nostro paese, ed all’estero è quasi impensabile che l’anticipo per un primo romanzo superi i 10.000 dollari. Di solito parliamo di cifre molto molto più basse.
In altre parole, a fronte di un investimento di sessantamila euro, ci toccherà vendere non meno di sei, più probabilmente una quindicina di romanzi.

E lo so, ora mi direte sì, ma una laurea in astrofisica costa uguale e quando mai l’ammortizzi lavorando…

Ma non stiamo parlando di astrofisica – stiamo parlando di scrittura.
On writing, di Stephen King, vi costa meno di otto euro in ebook, in italiano, più il tempo necessario per leggerlo, e magari trenta euro di classici di vostra scelta da leggere perché se non leggete non potrete mai scrivere. E OK, io personalmente non considero il testo di King questo grande manuale di scrittura su cui tutti piangono commossi, ma ne abbiamo parlato in eterno – non esiste un manuale che vada bene per tutti. Io per esempio preferisco Monkeys with Typewriters, di Scarlett Thomas, ma a ciascuino il suo.
Basta stare alla larga dallo Strunk & White, e va tutto bene.
E ammettiamolo, con sessantamila euro, di manuali di scrittura ce ne compriamo un container.

Senza contare, naturalmente, che ci sono fior di corsi online – da quelli a costo decisamente modesto ma eccellenti di Holly Lisle, a quelli assolutamente gratuiti di Brandon Sanderson pubblicati su Youtube.
Certo, bisogna conoscere l’inglese. Ma un corso di inglese costa molto meno di sessantamila euro – e molto meno di un corso di scrittura in italiano. E conoscere l’inglese è molto più utile che conoscere lo show don’t tell e l’infodump.

Ma al di là di queste considerazioni pratiche, ciò che mi colpisce in questo uno/due, articolo più pubblicità, è che se è vero che per ora l’intelligenza artificiale non minaccia leprofessioni creative e la scrittura in particolare, è anche vero che vediamo sempre più di frequente delinearsi due ambiti in cui “l’ambiente della scrittura” si sta dividendo – da una parte gli scrittori a cottimo, che per vivere al minimo della sussistenza devono sfornare due romanzi al mese, scrivendo con formule così ben definite che possiamo programmare un database per generare trame, e quelli per i quali la scrittura è essenzialmente un giocattolo per ricchi – trentamila euro di corso, e tre anni in residence.
Ed è particolarmente orribile, per me, che i primi vengano considerati scribacchini ed i secondi possano fregiarsi di titoli altisonanti e parlare di arte, di ispirazione, di muse e altre divinità improbabili dei quali sarebbero i prediletti. Premi, interviste, salotti, rubriche su riviste a bassa tiratura, e poi l’oblio.

Ciò che mi preoccupa, e che preoccupa molti altri, è la scomparsa, anche nel mondo della scrittura, della classe media, del semplice artigianato, della professione contrapposta al lavoro a cottimo o al lifestyle per il gusto del lifestyle – quegli scrittori che con due romanzi l’anno si mantengono dignitosamente, e che quando postano sul loro blog le belle recensioni del loro ultimor omanzo si sentono dire “però non è vera letteratura.”
Questo, e non le AI, è ciò che mi fa temere per il mio futuro professionale.