strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Tema: Come trascorrerò le mie vacanze estive

Ho una valanga di cose da fare.
Ho un romanzo, che al momento è a un terzo, che devo finire il prima possibile.
Ho una manciata di racconti da scrivere e spedire in giro.

Devo dare una sistemata in casa, perché i due anni di COVID ci hanno portato a vivere come creature selvatiche, e questa sembra sempre di più una tana e sempre meno una residenza civile.

E devo rimettermi a camminare – visto il caldo orribile, probabilmente di notte – per cercare di rimettere in sesto la salute, dannegiata da due anni di sedentarietà forzata e non certo aiutata dalla vecchiaia che avanza, ed in vista di possibili avventure future.

E certo, ho sempre una pila alta così di libri da leggere.
E ci sono i due podcast, Paura & Delirio e Chiodi Rossi.

Però le scuole sono finite, le radio ci perseguitano con “la canzone dell’estate 2022” – che, in una delle sue varianti, per me era già stata la canzone dell’inverno 1985-1986 – e in generale c’è nell’aria questa spinta, questa sorta di necessità di “fare le ferie”, il che implica anche fare qualcosa di diverso da ciò che si farebbe normalmente, durante il resto dell’anno.

Io, nello specifico, ho deciso di investire un euro nelle mie vacanze.
Per un euro – una percentuale del quale viene versata in beneficenza per Save the Children – Humble Bundle mi fornisce l’accesso per tre mesi a tredici corsi di lingue.
Tredici.

  • Italiano
  • Francese
  • Spagnolo
  • Portoghese
  • Portoghese Brasiliano
  • Tedesco
  • Olandese
  • Svedese
  • Polacco
  • Cinese Mandarino
  • Cinese Cantonese
  • Giapponese
  • Coreano

(e qualora l’offerta vi dovesse interessare, è ancora disponibile per una settimana – pagate un po’ di più, ed avrete l’accesso per più mesi, e anche una quantità di ebook per migliorare l’apprendimento delle lingue)

Ora, non è che uno si mette e in tre mesi impara tredici lingue.
Non credo sia umanamente possibile.
Però una sì.
E considerando che un corso di questo genere costerebbe 75 euro, comprarne tredici per un euro anche solo per poi seguirne uno solo conviene in maniera quasi ridicola.

E poi…
L’Italiano, ipoteticamente lo conosco.
L’Inglese anche.
Francese, Spagnolo e Giapponese, per quanto in maniera goffa ed erratica, anche.

Restano otto lingue, e il problema di quale scegliere.
Tutti i corsi sono pagati, certo, ma ora si tratta di scegliere dove investire il tempo – quei fatidici tre mesi.
Il Portoghese, nelle sue due varianti, è la lingua che mi interessa di meno. E per esperienza so di poterlo capire a orecchio senza troppo sforzo.
Restano sei lingue.
Quattro, perché anche Polacco e Svedese non mi attirano particolarmente.
Le scelte più ovvie sono Tedesco – molto richiesto, seconda lingua commerciale in Europa – e Cinese – perché è sempre bene parlare la lingua dei conquistatori. Meglio il Mandarino che il Cantonese, anche se il Cantonese dicono sia più semplice.
L’Olandese è – per lo meno sulla carta – la lingua più facile da imparare per chi conosce bene l’inglese, ed un utile trampolino per poi imparare il Tedesco o lo Svedese.
Il Coreano è più facile del Cinese, ma d’altra parte, qualunque lingua lo è.

Al momento, quindi, l’Olandese sembra essere in pole position – seguito da Tedesco e Coreano – non solo in funzione della facilità, ma anche in considerazione del fatto che il territorio in cui vivo ha una forte presenza olandese – persone che vengno regolarmente qui in ferie (spesso facendo cicloturismo) o che hanno acquistato casa qui e si sono trasferite dopo la pensione.
È quindi una lingua che avrei la possibilità di usare “dal vivo”, forse, chissà, un giorno o l’altro.

Ed ho qui, nella pila dei libri da leggere per l’estate, proprio un saggio sull’Olanda.

E quindi, perché non passare le vacanze ad imparare l’Olandese?
Vi farò sapere…


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Ai vecchi tempi certe cose non esistevano

OK, così giugno è il mese dell’Pride.
Di solito non ci faccio molto, perché credo che in genere sia meglio lasciare spazio ai membri della comunità LGBTQ+ per essere al centro della scena, piuttosto che offrire alcune opinioni “dall’esterno”.
Solitamente posso segnalare qualche iniziativa, delle interviste o dei libri sui miei blog, ma questo è tutto.
Ma quest’anno è diverso, per ragioni che diventeranno evidenti, quindi ho una storia da raccontare e l’ho già raccontata un paio di giorni or sono sulla mia pagina Patreon. La riprendo qui, con qualche minima modifica.

All my friends are monsters, la mia storia nell’antologia Arkham Horror The Devourer Below, è stata accolta molto positivamente, è in corsa per un premio (e non ha una speranza nell’inferno di vincere, ma non importa) e presenta un personaggio principale queer.
Il motivo di questa scelta…

Ah, per prima cosa – mi è stato chiesto “è stata una scelta consapevole?”
Spoiler: la maggior parte delle cose che mettiamo sulla pagina, soprattutto in termini di personaggi e trama, sono una scelta consapevole; ti siedi e pianifichi la tua storia e fai delle scelte. E sì, è possibile che ci siano degli incidenti inaspettati e positivi, ma non è quello che stiamo cercando, per lo meno in fase di pianificazione.
Quindi sì, quello che leggete nelle nostre storie dis olito è una selta consapevole.

Allora, perché la scelta di un personaggio omosessuale?
L’antologia richiedeva al mio personaggio principale di essere la vittima di un ricatto (non stiamo a fare più spoiler del necessario).
Come conseguenza del ricatto, sarebbe finita in posti molto oscuri (questa è dopo tutto una storia lovecraftiana) e sarebbe arrivata a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Quindi, è necessario decidere: perché viene ricattata? Cosa hanno su di lei i cattivi?

Il ricatto implica un qualche tipo di segreto. C’è qualcosa che il nostro personaggio non vuole che alcune persone – la sua famiglia, i suoi capi, il mondo in generale – sappiano.
Qualcosa che potrebbe danneggiarla se dovesse uscire allo scoperto.
La scelta più ovvia: ha commesso un crimine.

Ma io voglio che il mio personaggio sia unapersona che non ha fatto nulla di male, e rimanga tuttavia catturata dalle oscure macchinazioni dei cattivi.
Quindi, il crimine deve essere qualcosa che ha commesso inconsapevolmente o senza intenzione, oppure è qualcosa che era considerato un crimine negli anni ’20 (quando è ambientata la storia) ma non lo è più oggi.

E allora?
Il mio personaggio ha investito un ragazzino per strada mentre guidava ed è scappata?
Un’azione del genere potrebbe renderla suscettibile al ricatto e darle un forte rimorso. Le sue azioni più avanti nella storia potrebbero essere dettate dal suo desiderio di espiare…

Il problema è che a questo punto io avevo già una solida idea di dove volevo che la mia storia andasse ap arare: col procedere della vicenda, i ricattatori avrebbero costretto la protagonista ad addentrarsi in un oscuro mondo lovecraftiano, e lei si sarebbe trovata più benvenuta tra i mostri che tra gli umani. Iniziando a perdere la sua umanità, come meccanismo di difesa contro l’orrore, sì, ma anche perché i mostri si sarebbero rivelati molto più amichevoli e molto meno critici degli esseri umani.

Quindi, ricapitolando, ho bisogno di un segreto che da un lato potrebbe mandare in frantumi l’esistenza del personaggio se dovesse venire alla luce, e dall’altro, preservare il suo status, agli occhi dei lettori, di brava persona che la società sta trattando davvero male.

Rendere il mio personaggio principale queer è una scelta perfetta, storicamente accurata, plausibile ed economica.
Come donna gay negli anni ’20, la mia protagonista deve affrontare terribili conseguenze: un feroce ostracismo sociale, il rischio di perdere il lavoro, e probabilmente la prigione o il manicomio, ammesso che sopravviva alle attenzioni della polizia, notoriamente piuttosto dura nel trattare con la comunità queer all’epoca. I fatti sono ampiamente documentati.
Tutto questo, per quanto oggettivamente terribile, fornisce un gancio perfetto per il ricatto.
Mette il personaggio in una situazione molto incerta, ed è davvero pazzesco, perché di fatto la mia protagonista non sta facendo del male a nessuno; questo può contribuire a renderla simpatica ai lettori.
E l’intera situazione è assolutamente alienante: come puoi provare lealtà verso persone che non ti riconoscono come essere umano, che non ti riconoscono alcun diritto?
Perché non passare dalla parte dei mostri, quando di fatto i tuoi simili ti trattano già come un mostro?

Quindi ho fatto un po’ di ricerca e mi sono messo al lavoro.
L’orientamento sessuale della protagonista non è il punto essenziale della storia, ma l’atteggiamento della società americana negli anni ’20 a riguardo è il motore che innesca l’intera vicenda.
Bello liscio.
E la storia che ne è venuta fuori non è niente male, anche se me lo dico da solo.

E come ho detto, le recensioni sono state eccellenti.

Fatta eccezione per un tizio – presumo fosse un tizio – che ha scritto una lunga recensione online, lamentando il fatto che l’antologia in generale e “certe storie” in particolare fossero “woke”.
Oh!
Ci sono storie, in questo volume, che hanno completamente stravolto l’ambientazione storica per spingere un’agenda.
Social Justice Warriors, dittatura del politicamente corretto e bla bla bla.
Come ad esempio la storia con il personaggio lesbico, che è completamente errata da un punto di vista storico, “perché sappiamo tutti che le lesbiche non esistevano negli anni ’20”.

E sì, la prima reazione è ridere come dei derelitti, ma… sì, immagino che dimostri davvero che abbiamo bisogno di qualcosa come il Pride Month.
Perché ci sono persone là fuori che credono davvero che le persone queer siano spuntate dal nulla negli anni ’70 a causa delle femministe, o dei film violenti, o dell’animazione giapponese o dall’eccesso di fluoro nell’acqua potabile, o che altro.

Qui non si tratta di una persona che dice “questa storia non fa per me” (che è perfettamente lecito, e potrebbe essere una buona occasione per farsi delle domande), ma di una persona che sostiene che il racconto è “sbagliato” perché contraddice la realtà – beh, OK, la realtà secondo il lettore – e la realtà è che il personaggio principale non può esistere.
Perché si tratta di una aberrazione recente, dovuta alla politca dei liberali o alla presenza di additivi nella carne di pollo o qualcosa del genere.
Ai bei vecchi tempi, ci dice il recensore, “certe persone” non esistevano, ed il fatto che l’autore voglia “inserirle a forza” in una storia è inaccettabile. È sbagliato.
È, se mi passate il termine, contronatura.
Una stellina.

La letteratura è uno strumento meraviglioso per entrare nella mente di persone diverse da noi – un’opportunità per vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri.
Ci aiuta a capire che a volte potrebbe davvero sembrare che i tuoi unici amici siano i mostri.


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E così sono 55

E non fate quella faccia – sono io il primo a non capacitarsi. Perché è vero che ho dei ricordi molto sommari degli anni ’90 – in particolare tra il ’93 e il ’99 – ma non credo che sia per questo che, nonostante gli acciacchi e la stanchezza, io di anni continuo a sentirmene almeno dieci/quindici di meno.
Sarà probabilmente perché conosco dei trenta-quarantenni che sono infinitamente più vecchi di me.

E comunque, eccoci qui.
Fuori infuria la tempesta, tuoni e fulmini, pioggia scrosciante e grandine – il genere di cose che normalmente capitavano ad agosto, ed invece siamo a maggio.
Sappiamo perché tutto questo succede, naturalmente.
Lo sappiamo tutti, tranne i politici.
Forse se si ritrovassero più spesso la stanza da letto e il bagno allagati, come è capitato a me poche ore fa…

Ma parliamo d’altro.
Ho ricevuto dei regali – libri, come al solito. Una collezione di storie di Dorothy Parker, un saggio sulle storie di spettri delle civiltà mesopotamiche, un saggio sulla pirateria sul maree oceano.
Un paio di nuovi giochi di rulo che probabilmente non giocherò mai ma che sarà divertente leggere.
Da mio fratello, la collezione completa dei videogiochi di Tex Murphy – a cominciare da Martian Memorandum, che occupa la bellezza di quasi 34 mega sull’hard disk.
E io ricordo i tempi in cui pareva un’enormità.
Era il 1991.

Leggete quell’etichetta…

Il mio compleanno ha anche portato un contratto firmato con un editore, per un romanzo che quasi certamente uscirà sotto pseudonimo, e del quale non posso dirvi nulla se non che lo sto scrivendo, e che è un fantasy. La prima stesura mi terrà impegnato per le prossime sei settimane.
E dopo, staremo a vedere cosa succede.

La giornata – a parte l’allagamento e la furia degli elementi – è stata piuttosto tranquilla. Ho definito il menù per domani, pianificato una spedizione per fare provviste in settimana.
Temo che per il lato glamour della vita dello scrittore dovrete guardare altrove.
Ma davvero, va bene così.

Buona domenica.


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L’orrore nei campi e nei boschi (e altrove)

Il termine “folk horror”, usato originariamente per indicare oggetti disparati come i romanzi di Nathaniel Hawthorne, film come The Wicker Man e serie per ragazzi come Prigionieri delle Pietre, è diventato estremamente popolare nell’ultima quindicina di anni – caratterizzandosi prima come un (sotto)genere tipicamente britannico della narrativa del terrore, per poi venire riconosciuto come una modalità narrativa comune a tutte le letterature e le cinematografie del mondo, ed infine abusato – esattamente come noir, o pulp, o grimdark – al fine di vendere quanti più pezzi possibili a un pubblico tanto ignorante quanto affamato di novità.

E mentre tutto, dalle leggende metropolitane al true crime viene etichettato come “folk horror” per vendere, il 2021 ha visto l’uscita di un documentario che potrebbe servire a scrostare un po’ di quell’ignoranza sulla quale fanno leva i ragazzi del marketing per appiopparci ciarpame: l’equivalente di un breve corso universitario sulla materia, Woodlands Dark & Days Bewitched: A History of Folk Horror, di Kier-La Janisse e prodotto da Severin Films, raccoglie interviste, stralci di film, abbondanti riferimenti a saggi ed articoli, e in tre ore e venti, 200 minuti croccanti, offre una panoramica completa e divertente sul folk horror.

Per lungo tempo disponibile solo in streaming su Shudder (piattaforma che non mi pare sia disponibile in Italia), il DVD del documentario è ora reperibile su Amazon per un prezzo in fondo modesto (circa 20 euro), e vale ogni centesimo.

E sì, OK, sono tre ore e venti minuti – ma suddivise in capitoli tematici, per cui se non volete dedicarci tutta una sera, potete distribuire la visione su più giorni.
E intanto prendere appunti.

È infatti consigliabile avere un bloc notes a portata di mano, per segnarsi titoli e autori dei testi che vengono citati, e che potrebbe essere molto divertente (e, ahimé, costoso) procurarsi.

Per ciò che riguarda invece i film che vengono citati – e sono una quantità, andando anche a toccare cinematografie “minori” e titoli meno che popolari – esiste fortunatamente una lista curata su Letterboxd, e potete fare riferimento a quella, senza metter mano al bloc notes.

A meno che non vogliate scucire i quasi duecento e ottanta euro per il box-set che fa da controparte al documentario – All the haunts be ours, che contiene quindici blue ray e abbondante materiale aggiuntivo, per un totale di venti film e un sacco di altra roba.

Certo, il folk horror è un interesse di nicchia, e tuttavia proprio a causa della sua natura interstiziale e internazionale, potrebbe diventare un buono strumento per avvicinarsi all’immaginario di altre culture – cosa c’è infatti di meglio dell’orrore, e per di più dell’orrore legato alle tradizioni popolari, per conoscere intimamente un altro popolo, le sue idee e le sue convinzioni?

E restando invece vicino a casa, potrebbe essere, questo documentario, un buono strumento per ricordare cose viste trenta o quarant’anni or sono, ed inquadrarle in un ambito più ampio. Perché davvero, chi l’avrebbe mai detto che guardare l’episodio occulto/folk horror di Attenti a quei due, da ragazzini, ci avrebbe preparati per apprezzare una cosa come Onibaba?
Oltre a fornirci gli strumenti per prendere a pernacchie il prossimo che verrà a dirci che Don Matteo o Fracchia contro Dracula sono folk horror.
Perché capiterà. Lo sapete, vero, che capiterà?

E a questo punto vi devo informare che questo post contiene link commerciali, e che eventuali acquisti effettuati attraverso tali link faranno sì che Jeff Bezos in persona passi qui da casa per darmi del denaro. Siete stati avvisati.


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Tra Vulture City e Margaritaville

Johannes Henricus “Henry” Wickenburg era nato ad Essen, Prussia, il 21 Novembre del 1819, dove la sua famiglia possedeva una piccola miniera di carbone. Quando l’attività venne requisita dal governo prussiano, nel 1847, Wickenburg emigrò negli Stati Uniti, dove svolse l’attività di cercatore d’oro. Mentre esplorava l’area dell’Arizona nota come Vulture Montains, Henry Wickenburg scoprì quello che si sarebbe rivelato il più grande giacimento d’oro e argento nello stato, ed attorno alla miniera chiamata Vulture Mine sorse una città che prese il nome di Vulture City. Arrivò ad avere 5000 abitanti, Vulture City, e tutti i confort della vita moderna – un ufficio postale, un albergo, un saloon, una stazione di servizio, un deposito di esplosivi, un bordello, un albero al quale vennero impiccate diciotto persone nel corso della storia della città.
Tra il 1863 ed il 1942 la miniera produsse circa dieci tonnellate d’oro e sette tonnellate d’argento. E poi basta.
Una volta esaurita la miniera, la città venne abbandonata, ed è oggi una delle più famose ghost town degli Stati Uniti.

E questa non è la storia fatta coi cialtroni.
Perché a questo punto lasciamo che Henry Wickenburg vada per la sua strada (fino a fondare, pochi chilometri più in là, la città che da lui prende il nome), e restiamo per un attimo nella città fantasma.

Le città fantasma sono un caposaldo del western e, più in generale, dell’immaginario americano. Ne esistono in ogni stato dell’unione, si possono visitare, si possono acquistare su eBay o su Craigslist – c’è un tale che dall’inizio della pandemia vive da solo in una città fantasma che ha comprato, tra Nevada e California, con vista sulla Valle della Morte, e fa video su Youtube parlando della sua esperienza.
Cercatelo, che è divertente – c’è anche un fantasma autentico, a quanto pare, in quel posto.

In generale, lo abbiamo imparato al cinema o dai fumetti di Tex, le città fantasma diventano tali perché si esaurisce la miniera, perché vengono travolte da alluvioni (accadde anche a Vulture City) o altre calamità naturali, o perché – e questo è un classico – la ferrovia non passa più di qui.

Uno stato di cose che posso apprezzare – grazie alla politica di riduzione dei “rami secchi” delle ferrovie nazionali, il treno non passa più per Castelnuovo Belbo.

E in un certo senso, con il ban da Facebook che ormai si protrae da un anno e mezzo, è un po’ come se la ferrovia non passasse più da questo blog – e senza il traffico della ferrovia, senza i visitatori che arrivano col treno, questo blog è destinato a diventare come Vulture City.

E per dare un’idea – quando era possibile condividere i miei post su Facebook, i miei link commerciali mi fruttavano circa 30 euro a trimestre … ammettiamolo, non le dieci tonnellate d’oro di Vulture City, ma abbastanza per comprarmi un paio di libri che altrimenti non avrei comprato.
Il fatturato totale dei miei link commerciali negli ultimi diciotto mesi è circa 9 euro.
E considerando che Amazon mi paga al raggiungimento di 25 euro, quei soldì li vedrò probabilmente nel 2026.
Il treno non passa più di qui, la miniera si è esaurite.

Ma a quanto pare qualcuno di qui ci passa ancora, probabilmente attraversando il deserto a dorso di mulo. E il minimo che possiamo fare è tenere aperto per lo meno il saloon, per servire una bibita fresca ai viaggiatori.

Ora, uno dei mantra che mi hanno sostenuto negli ultimi anni – che, come accennato altrove, non sono stati proprio facilissimi – è “come posso usare questi ostacoli?” … in che modo posso usare le difficoltà per continuare ad andare avanti? Per avanzare anche solo di un centimetro invece di farmi ributtare indietro?

E con lo status di ghost town credo che strategie evolutive abbia anche acquisito una grande libertà – alla quale abbiamo sempre aspirato, ma che a volte è stata sacrificata: la libertà di non dover inseguire i like, di non dover compiacere l’algoritmo di Facebook o i criteri di Google. La libertà di non dover mettere giù il prima possibile almeno cinquecento parole su ciò di cui tutti stanno parlando, che sia la pandemia, la guerra, l’ultima serie Netflix o l’ultima uscita di Mondadori.
La libertà di non dover esprimere un’opinione su tutto, facendo sempre il possibile per piacere a tutti.

Guardiamoci attorno.
Il treno non passa più di qui.
Tutti, anche e soprattutto quelli che dicevano che non lo avrebbero mai fatto, si sono spostati altrove – fanno podcast, vlog, video su Tik Tok, qualunque cosa sia che si fa su Discord…

Restiamo noi, ed il suono del vento, e di notte i coyote che ululano alla luna.
O forse sono i graboid.

Ma anche, mi è venuto in mente ieri, mentre perdevo tempo bevendo un tè e guardando la pioggia, abbiamo forse raggiunto lo stato mentale auspicato a suo tempo da Jimmy Buffet in Margaritaville.

Nibblin’ on sponge cake
Watchin’ the sun bake
All of those tourists covered with oil
Strummin’ my six string on my front porch swing
Smell those shrimp they’re beginnin’ to boil

Un posto dove stare e fare ciò che ci pare.
Che per Jimmy Buffet naturalmente significa sbevazzare in maniera disordinata e rimorchiare giovani donne, per noi su strategie evolutive potrebbe voler dire continuare a fare ciò che facevamo una volta… quel che ci pare, senza stress.

Assisteremo ad un vertiginoso calo delle visite?
O si innescherà una qualche forma di passaparola?
Interessa davvero a qualcuno visitare questa città fantasma?
E perché?

Stiamo a vedere…


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Dinosauri e Macchine a Vapore al Politecnico di Torino

A quanto pare, e salvo incidenti, il 6 di dicembre (che è un lunedì), sarò ospite al Politecnico di Torino per tenere una lezione intitolata Dinosauri e Macchine a Vapore, sul tema dei legami fra paleontologia e Rivoluzione Industriale, e su biologia, immaginazione e meccanica.

A conferma della mia ben nota inaffidabilità, parlerò probabilmente anche di pterodattili (che non sono dinosauri) e Spitfire (che certamente non andavano a vapore). E poi dicono la pubblicità ingannevole…


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Una sfida per novembre

Lo sentite anche voi, lo scricchiolio delle sedie e il cigolare degli ingranaggi mentali di migliaia di persone che si apprestanoa riversare fiumi di parole sui loro file in occasione del NaNoWriMo, il National Novel Writing Month, martoriandosi le dita sulle tastiere?

Come ho spiegato in passato, da qualche parte, io non faccio il NaNoWriMo, perché scrivere tutti i giorni è il mio lavoro di tutti i giorni. Al momento ho una campagna di 50.000 parole per un gioco di ruolo da consegnare fra otto settimane, ed un romanzo di 85.000 parole da consegnare per la fine di gennaio. Il NaNoWriMo lo lascio a chi lo fa per hobby, con l’augurio di divertirsi e la mia benedizione, per quel che vale.
E badate, non ho nulla contro il NaNoWriMo, né contro una discreta percentuale di coloro che vi partecipano. Semplicemente non fa per me perché tutti i miei Mo sono WriMo e francamente della patacca di “Vincitore del NaNoWriMo” non so cosa farmene.
Preferisco, per dire, lo StoryADayMay, in cui per un mese si scrive un racconto al giorno. Perché è una cosa più gestibile, e perché i trentuno racconti scritti in quel mese li posso vendere – Singularity, che è stato pubblicato su Shoreline of Infinity e messo in lista per il BSFAAward, l’ho scritto in un pomeriggio, a maggio.

Però, però, però…

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Il giorno della memoria…

… è quasi finito, ma la memoria non si deve limitare a un solo giorno. Rubo perciò l’idea e la foto ad un’amica, e posto qui questa, come ausilio per la memoria.

Questi erano i sorveglianti ad Auschwitz.
Non delle creature disumane, non dei mostri partoriti da qualche direttore del make-up in un film di serie B.
Il Male non ha sempre le zanne e l’acido al posto del sangue.
A volte fa il cretino con una fisarmonica, e le ragazze ridono, e mostrano le caviglie, e si balla.

E questa non è una giustificazione.
È un’aggravante.
Perché significa avere sentimenti ed emozioni umani, ma averne escluso una parte dell’umanità, decidendo che non è, dopotutto, umana. E così facendo, a quell’umanità si rinuncia. Per qualche ora.
È solo lavoro. Stiamo solo eseguendo gli ordini.