strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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42000 parole in 7 giorni: giorno 1

Si diceva, scrivere una storia di 42.000 parole in sette giorni.
Si può fare, non è impossibile, e 42.000 parole fanno un romanzo.
Non un fermaporte, ma un romanzo sì.

E al momento il primo giorno è passato, e le prime 3000 parole sono andate, e sono qui sul mio PC. Come minacciato in precedenza, ecco una piccola panoramica su come procede il levoro.

La struttura, l’abbiamo detto, è partire con 3000 parole, e ogni giorno aggiungerne 1000 al target: secondo giorno 4000, terzo giorno 5000, quarto giorno 6000, quinto giorno 7000, sesto giorno 8000, settimo giorno 9000 parole.
Totale 42.000 parole.

E se si scrive abbastanza bene, e si resta abbastanza a fuoco, non solo ci si riesce, ma poi si passa la palla ai beta reader e all’editor, intanto si prepara una copertina, e in capo a un mese si pubblica. Bello liscio.

E qui di seguito, un po’ di note sul mio metodo (o assenza del medesimo). Continua a leggere


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Scienza e progresso nello steampunk esotico di Hope & Glory

Si parla di Hope & Glory su OggiScienza.
Perché noi valiamo.

OggiScienza

Hope & Glory è la nuova ambientazione per il gioco di ruolo Savage Worlds. Un primo assaggio è nella novella Glass Houses, scritta da Davide Mana. Crediti: Alberto Bontempi

STRANIMONDI – Cappelli a cilindro, occhiali da aviatore, corsetti, cinghie e ingranaggi dorati. Questi gli elementi ricorrenti dell’estetica steampunk, quel filone fantascientifico caratterizzato da una tecnologia anacronistica basata su vapore ed elettricità, spesso ambientato in un Ottocento alternativo. Un genere nato alla fine degli anni Ottanta, che riprendeva il nome del cyberpunk ma discostandosene, essendo più interessato alla meccanica e ad ambientazioni retrò e ucroniche che all’elettronica e alle distopie futuristiche urbane. Un genere che a sua volta ha pescato a piene mani dai romanzi scientifici ottocenteschi di autori come Jules Verne e H. G. Wells, e che ha ispirato e contaminato diversi autori moderni; influenze steampunk si ritrovano nell’eccellente La lega degli straordinari gentiluomini di Alan Moore…

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Prigionieri delle pietre

Ieri pomeriggio, considerando che era festa e tutto quanto, mi sono riguardato Children of the Stones – ed erano qualcosa come quarant’anni che non lo vedevo.
Lo trasmise la RAI, credo tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78, col titolo di Prigionieri delle Pietre, e da allora non mi risulta sia stato replicato.
Sono sette episodi da mezz’ora, ma togliete i titoli e il riassunto delle puntate precedenti, e ci sta tutto in circa due ore e mezza. Si trova su Youtube, in una versione decente, e me la sono riguardata, e mi ci sono voluti un paio di minuti per rendermi conto che

a . mio dio, ma è a colori! (noi all’epoca nn avevamo una TV a colori)
b . ma quello è Gareth Thomas! (l’uomo con cui ho trascorso i miei dopo-cena negli ultimi due mesi)

Alla fine degli anni ’70, in un glorioso bianco e nero, e senza sapere chi fosse Gareth Thomas, Children of the Stones mi terrorizzò alquanto, ed è probabilmente all’origine della mia persistente fascinazione per la preistoria e i siti megalitici.
Ma vorrei evitare di fare di questo post una operazione nostalgia, e parlare invece di un paio di cose che credo siano pertinenti.
Ah, ma prima di andare avanti… questa è la musica dei titoli di testa.

Già, ai vecchi tempi, i programmi per ragazzi erano una cosa diversa (ma ne riparleremo). Continua a leggere


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Allan Holdsworth, 1946-2017

Fu circa venticinque anni or sono.
Avevo un’amica che suonava il violino.
Un giorno venne a casa mia e le feci sentire questo pezzo spettacolare, e lei dissi “Oh, che bello, che bravo violinista.”
E io le spiegai che non era un violino, era una synthaxe, un sintetizzatore controllato da una chitarra.
“Mio dio che musica orribile,” disse lei.

È quello che si chiama ascoltare la musica con gli occhi.
Allan Holdsworth, maestro della synthaxe, e della chitarra in tutte le sue forme, se ne è andato da poche ore. Mi ha insegnato a non ascoltare la musica con gli occhi.


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Per una buona causa: Favole Migranti

51xy6EGrBBLFacciamo un po’ di pubblicità progresso, perché è uscito un libro del quale non ho visto parlare granché, e che invece vale la pena di far circolare.

Si tratta della raccolta Favole Migranti, della quale faccio seguire la sinossi.

“Favole migranti” nasce da un progetto condiviso, sostenere le associazioni che tutelano e aiutano i piccoli migranti, bambini e ragazzi, spesso non accompagnati, che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa, e più precisamente in Italia. Perché non scrivere un libro di favole dedicato ai bambini e ragazzi italiani, ma anche agli adulti che condividono il nostro progetto e devolverne l’intero ricavato a queste associazioni?

A questa richiesta numerose sono state le adesioni sia come semplici supporter, che come autori proprio mettendosi in gioco, scrivendo una favola. Continua a leggere


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Un caffé sul Nilo

cafe-nileAnton Rider è un cacciatore bianco. Allevato fra gli zingari in Inghilterra e per questo alienato dalla società inglese, Anton ha trovato in Africa la propria casa e la propria vocazione. Una vocazione ala quale ha sacrificato la propria famiglia. Ma dopo la crisi del ’29, organizzare safari non è più un’attività redditizia, e Anton si ritrova spiantato al Cairo. L’ipotesi, accompagnare una comitiva di ricchi americani in una battuta di caccia in Abissinia.
Anton è senza un soldo ma non è solo. Al Cairo vive la sua ex moglie, Gwenn, insieme coi loro due figli. Al Cairo i vecchi compari di Anton, l’anziano lord Penfold, che un tempo gestiva un albergo in Kenya, e Olivio Alavedo, un nano cresciuto a Goa, machiavellico e intrallazzone, stanno cercando di montare una colossale speculazione su quello che è il vero tesoro dell’egitto: il cotone.
E c’è un ex piantatore tedesco, un altro vecchio amico dei tempi del Kenya, che si sta preparando a sottrarre migliaia di dollari in argento agli Italiani. Perché gli Italiani stanno ammassando truppe, rifornimenti e denaro, e si apprestano ad invadere l’Abissinia. Continua a leggere


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Il KaravanCast

Il mio produttore1 mi suggerisce di segnalare il nuovo episodio del KaravanCast anche qui su strategie

“Ma è in inglese.”
“Chettefrega, facessi anche due ascoltatori in più, son due ascoltatori in più.”

E chi sono io per contraddire il mio produttore?

Perciò ecco qua, il secondo episodio del KaravanCast è online, e per chi fosse curioso, potrete sentirmi parlare a vanvera di un misconosciuto romanzo di Edgar Rice Burroughs intitolato Beyond Thirty.
Ma anche di storia, di Randy Newman, di Doug McClure, del film Things to Come e di Glass Houses, in uno squallido tentativo di autopromozione.

thelostcontinentedgarriceburroughs565Link Utili

Vi piace il KaravanCast?

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  1. che poi sarebbe mio fratello, che è quello in che ha esperienza in ambito musicale e radiofonico.