strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Leone del Punjab

È l’ora di cena, in una sera d’estate a Jullunder, India.
Gli ufficiali britannici sono nella tenda della mensa, in attesa che venga servita loro la zuppa.
I militari parlottano tra loro.
Entra un tizio, dà un paio di colpi di tosse per attirare la loro attenzione e dice

Gentiluomini, mi dispiace di avervi fatto attendere per la cena, ma ero impegnato a impiccare i vostri cuochi.

I cuochi, a quanto pare, avevano avvelenato la zuppa.
O così aveva sospettato quel tizio, che aveva perciò opportunamente preso i cuochi, e ordinato loro di assaggiare la zuppa. Quando quelli si erano rifiutati, e lui ne aveva fatto servire un piatto ad una scimmia.
Scimmia morta, cuochi impiccati.
Era il 1857, la rivolta dei Sepoy era cominciata.
Il Capitano John Nicholson aveva 34 anni, era un buon cristiano ed era convinto di avere dei poteri di preveggenza.
Il che, considerando il destino della scimmia, e dei cuochi, forse non era poi del tutto sbagliato. Continua a leggere


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A passeggio attorno al mondo con Eric Newby

Che poi si finisce sempre a parlare di libri, da queste parti.

Ora, uno sarebbe portato a pensare che dopo la pila alta così di resoconti di viaggio letti per documentare Avventurieri sul Crocevia del Mondo, di libri di viaggio ne avrei avuto abbastanza per un po’.
E forse è anche così – il prossimo progetto di storia pulp è infatti abbastanza diverso.
Ma intanto, è inutile, a me la scrittura di viaggio piace.
E così investo tre belle banconote da un euro per altrettanti volumi usatissimi di Eric Newby.

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Il londinese Newby fu un personaggio piuttosto eccentrico – di quelli che piacciono a me.
Nato nel 1919, lasciò presto la scuola per mettersi a lavorare nella pubblicità.
Poi, nel 1938, si imbarcò per due anni come marinaio su un veliero che batteva la Rotta del Grano dall’Australia all’Europa.
Ci scrisse un libro – The Last Grain Race.
Nel ’42, durante la guerra, operò sulle coste della Sicilia, venne catturato, e fece la via crucis dei campi di prigionia italiani, finendo a Fontanellato, in provincia di Parma.A_Short_Walk_in_the_Hindu_Kush_cover
Dopo l’Otto Settembre, si rifugiò in Appennino, dove conobbe Wanda, una donna slovena che alla fine della guerra divenne sua moglie.
E su tutta quell’avventura, ci scrisse un libro – Love and War in the Appennines.
A questo punto tornò in patria, dove simise a lavorare come addetto acquisti in un laboratorio di sartoria, finché non gli venne chiesto se gli avrebbe fatto piacere fare un giro in Afghanistan, per scalare una montagna da quelle parti – una zona in cui nessun inglese si avventurava da sessant’anni.
Lui ci andò, e ci scrisse un libro – A Short Walk in the Hindu Kush.
Era il 1958 – non aveva ancora quarant’anni.
A questo punto gli offrirono di scrivere di viaggi – che non è poi un’idea così scema, a pensarci bene, e Newby divenne l’editor della sezione Viaggi dell’Observer.
E così continuò a scrivere di viaggi, ricevendo premi e sfornando infiniti articoli e una ventina di volumi, fino alla sua morte, nell’ottobre del 2006.

I suoi primi titolisono considerati i migliori – i critici osservano che negli ultimi anni della sua vita Newby innestò forse un po’ troppo spesso il pilota automatico.
Ma un autore come Newby che scrive con la mano sinistra rimane una voce inconfondibile e ed un gran piacere sulla pagina.
Newby è ironico, British ma al contempo alla buona, ed ha un occhio per il dettaglio che è perfettamente servito da una prosa molto diretta e piacevole.

Ora, grazie ai buoni auspici di postini volenterosi, di librai assennati e di biblioteche desiderose di liberarsi di volumi che tanto non legge più nessuno, ho qui con me le copie usatissime di
. A Short Walk in the Hindu Kush, paperback rivenduto all’esercito della salvezza
. On the Shores of the Mediterranean – cronaca di quarant’anni peregrinazioni… già, sulle coste del Mediterraneo, in tre continenti. Un libro che ha viaggiato, con la costola malandata ma perfettamente leggibile.
. A Book of Travellers’ Tales – una bella collezione di testi tratti da diari e cronache, racconti di viaggiatori, avanti e indietro per il globo; un hardback massiccio e splendido del quale la libreria di Perth si è liberata dopo che in vent’anni era stato preso in prestito solo tre volte.

Una bella selezione.
Per le lunghe notti d’inverno.
E poi, chissà… potrei tirarci anche fuori qualcosa di buono…


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Surrealismo calibro 7.62

Strane le cose che possono passare in sottofondo mentre si ripuliscono vecchi file excel al computer.
La TV è un deserto che si attraversa in silenzio.
Rete 4 – forse perché c’è un nuovo film in uscita nelle sale, forse per ricordare al pubblico quanto fossero malvagi i comunisti (siamo in campagna elettorale, presto toccherà alle repliche di Don Camillo) – ci ha passato Rambo 3.

Un film estremamente stupido, che peraltro all’epoca aveva avuto un successo tutt’altro che indifferente.
Quanti coltelli riuscirono a vendere anche quell’anno.
Un brutto fantasy – a ben guardare – Conan senza l’intelligenza e la vitalità di Howard, ma con in compenso la violenza repressa di chi è sempre stato angariato dai bulli nel cortile di scuola.
Una favola deragliata, che soddisfa i sogni di una generazione frustrata.

Ma anche, oggi come oggi, una pellicola di un surrealismo inquietante, con la sua clebrazione, quasi una canonizzazione, dei mujahedin e della loro Guerra Santa.
Autentici guerrieri per la libertà, i talebani, dice il colonello Troutman – gente che non sarà possibile fermare perchè il loro desiderio di libertà è troppo grande.
E sì che almeno Troutman, come colonnello e fiancheggiatore della CIA, dovrebbe ricordare che gli alleati hanno la pessima abitudine di tramutarsi in nemici della Casa Bianca.

E poi vai, tutti gli elementi che conosciamo – i cappelli a frittella, gli AK47, il buzkashi, le pietraie, il lungo elenco di quelli che ci hanno provato e non ce l’hanno fatta…

This is Afghanistan… Alexander the Great try to conquer this country… then Genghis Khan, then the British. Now Russia. But Afghan people fight hard, they never be defeated.

Campi minati, baraccamenti assediati, blindati ed elicotteri presi a mitragliate.
Proprio come nei telegiornali.

Solo che allora, ai tempi di Rambo 3, quelli erano “Masoud and His Jolly Talibans”.
Amabili belve assetate di vendetta.
I migliori amici degli americani e dell’occidente – ed in effetti, l’Afghanistan di Rambo brilla per l’assenza di campi di papaveri e di lapidazioni.

Chi avrebbe mai immaginato che sarebbe poi successo quel che è successo, eh?
Sono passati poi solo diciotto anni.

Come cambiano i tempi.

Qualsiasi direttore della programmazione televisiva con un minimo di buon senso prenderebbe i nastri di Rambo 3 e li seppellirebbe nella più buia delle cantine.
Almeno finoa quando i Talebani non torneranno ad essere alleati dell’Occidente….