strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La strada verso le stelle

Qualche giorno fa mi è stato segnalato un articolo scritto da Alastair Reynolds, e pubblicato sul sito della reuters.
Lo trovate qui.
Leggetelo.

Fatto?
Bene.

Il pezzo di Reynolds è una equilibrata – anche se un po’ freddina – analisi delle implicazioni della Teoria della Relatività per il viaggio spaziale.
L’iperspazio non esiste – questo sembra confermato da ogni nuovo esperimento.

Dreams of warp drives and hyperspace are just that — dreams.

Arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima richiede un sacco di tempo.
E chi ha la voglia, i soldi e la motivazione per spenderlo, tutto quel tempo?

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L’articolo di Alastair Reynolds si intitola Will Humanity Ever Reach the Stars?

E io sarei quasi tentato di rispondere, Define Humanity. Continua a leggere


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Complicata, noiosa e morta da trent’anni

Qualche sera fa, su un canale televisivo nazionale, un noto autore di letteratura d’immaginazione nostrana mi ha spiegato che la fantascienza non tira più perché ormai

a . è troppo complicata
b . è troppo noiosa
c . da trent’anni non emergono nuovi autori validi

Se lo avesse detto un qualsivoglia signor nessuno (un blogger come me, per dire), la cosa farebbe semplicemente ridere, e sarebbe sintomo di scarsa dimestichezza con ciò di cui si vuol parlare.
Il fatto che si tratti dell’opinione divulgata pubblicamente di un autore piuttosto popolare ed apprezzato è francamente inquietante.
Ancora di più se aggiungiamo che la stessa trasmissione televisiva ha passato nelle settimane precedenti opinioni simili ventilate da uno dei curatori della maggiore rivista di fantascienza nel nostro paese, e dal principale editore di genere nel nostro paese.

L’ennesimo necrologio del mio genere d’elezione mi sorprende in particolar modo in questa lunga estate calda.
Perché mi basta spegnere il televisore e guardare cosa ho sul mio scaffale in lista di lettura, appena finiti o pronti per essere incominciati…

Quattro libri. Continua a leggere


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Rotta di collisione

Non mi stancherò mai di ripeterlo – nonostante i gemiti e le grida di dolore che si levano qua e là, la fantascienza sta bene e vi saluta tutti.
Se il mercato pare soffocato da una infinità di mediocri fantasy commerciali – storie di adolescenti alienati scritte da adolescenti alienati per adolescenti alienati -lo zoccolo duro della hard-SF è in eccellente salute, con buonapace dei nostri editori, che paiono a tratti molto molto distratti.

Che dire ad esempio di Alastair Reynolds, giovane astrofisico gallese di belle speranze (ha pochi mesi più di me, diamine!), con una infilata di premi e nominations alle spalle e qualcosa come una decina di romanzi all’attivo, degno erede di Arthur C. Clarke (anche se armato di una visione più oscura rispetto all’augusto antenato), e finora latitante sui nostri scaffali.
Pare siano stati tradotti tre suoi racconti (consultate il solito indispensabile Vegetti) e fortunato chi li ha letti.

Mi capita ora fra le mani Pushing Ice, romanzo del 2005 di Reynolds, già candidato all’Arthur C. Clarke Award.
Bello spesso, zeppo di azione , di idee, di sorprese.
Scritto bene, senza troppi svolazzi (questa e hard-SF che sarebbe piaciuta ad Ike Asimov), con una grande sicurezza.
Come molti suoi conterranei – penso a Iain M. Banks e a Ken MacLeod – Reynolds riesce a sposare l’alta tecnologia credibile e ben documentata con la grande avventura spaziale dei tempi che furono.
Hard Space Opera.
Il Rockhopper è una nave commerciale che abborda e dirotta comete – ricchi giacimenti di minerali ambiti dalla civiltà che popola il sistema solare interno.
Un equipaggio di trivellatori, ingegneri, tecnici.
Gente che fa il proprio lavoro senza troppi grilli per la testa.
Ma poi Giano, eccentrica luna di Saturno, abbandona la propria orbita, e si rivela un artefatto alieno in fuga dal sistema solare.
Il Rockhopper è l’unica nave abbastanza vicina da tallonarlo stretto e magari provare a scoprirne i segreti prima che lasci il sistema.
E i trivellatori della vecchia nave mineraria si trovano all’improvviso responsabili di un primo contatto, ambasciatori dell’umanità… o forse solo bersagli privilegiati.
Ma il premio è buono, l’indennità di rischio è tripla e qualcuno il lavoro deve pur farlo.

Un ottimo romanzo, che riesce a catturare l’atmosfera un po’ malandata della classe lavoratrice del tardo ventunesimo secolo, con uno spirito tutto britannico.
Inutile dire che la rotta di collisione del Rockhopper sarà costellata di rischi e sorprese, e la rivelazione finale sarà probabilmente un pugno nello stomaco.
È stato grazie a romanzi come questo che ho cominciato a leggere fantascienza, trentadue anni or sono.
E li fanno ancora, buoni come una volta.
Basta solo trovarli.

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