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Gli anni-buchi

Io invidio i britanni.

E qui i miei amici possono far partire la prima salva di pernacchie, palline di carta e pop-corn.

Raccontaci qualcosa di nuovo, possono dire. Sono più di trent’anni che fai tutto ciò che è in tuo potere per somigliare ad uno dei perfidi albionici, ed ora ci presenti questa tua invidia anglofona come una scoperta?
E vai con la seconda salva.

No, sarò più preciso.

London-Phone-Box-Poster-C12105403E’ ovvio che invidio i britanni per la loro superiore struttura universitaria, per le loro biblioteche aperte anche di notte, per i loro musei estesi per ettari, per le loro librerie ampie come musei, per la BBC, the Guardian, la possibilità di impiego per studenti nel loro futuro ambito lavorativo, la politica più trasparente, per la puntualità della metropolitana e per il clima più vicino al mio carattere, per i berrettini di tweed, i live dei Jethro Tull e il fish & chips, ma nello specifico, in questo momento, il fatto è che io invidio i britanni per una singola loro peculiare tradizione.

Il gap year.

L’anno-buco.

Si tratta di una semplice pratica per cui un ragazzo – fra la fine delle scuole superiori e l’inizio dell’università, oppure fra la laurea e il dottorato, o fra la laurea e il primo lavoro – si prende un anno libero.

L’anno-buco.

C’è chi gira il mondo, chi fa volontariato all’estero, chi si guarda attorno…

185458328XEsistono agenzie specializzate nell’offrire pacchetti integrati – a prezzi modici – per favorire lo spostamento all’estero durante il gap-year.
Esistono manuali per pianificarlo con cura.
L’anno-buco.

Forse un’eredità della sette/ottocentesca pratica del grand-tour, la pratica dell’anno-buco è seguita nelle isole britanniche, in Olanda, in Australia, e in parte anche negli Stati Uniti.

Partono, girano il mondo con pochi soldi ed una giovanile voglia di vedere cosa ci sia oltre l’orizzonte.
Poi tornano a casa e si rimettono al lavoro.

Noi no.

Oh, badate, io ne ho avuti parecchi, di anni-buchi.
Uno l’ho trascorso in uniforme mimetica e anfibi, fra le risaie del Novarese, per servire la Patria.
Sottopagato e a considerazione zero.
Facevo il telefonista.
Un altro anno-buco l’ho trascorso in uno sgabuzzino di una cooperativa del settore telecom in via Principe Tommaso, per pagarmi le tasse universitarie.
Sottopagato e a considerazione zero.
Facevo il telefonista.
Ed un terzo anno-buco l’ho passato appena laureato, ad accompagnare mia mamma avanti e indietro dal San Giovanni vecchio, dove faceva chemioterapia.
Fiscalizziamolo come volontariato.

Ma sono ingiusto e disonesto – ho anche trascorso un anno-buco con il progetto Erasmus, proprio nella terra dei britanni,proprio nelle loro eccellenti università, aziende, musei, librerie.
Certo, se l’Università di Torino non avesse fatto difficoltà, dopo, a riconoscermi gli esami che l’Università stessa aveva pagato affinché sostenessi all’estero, sarebbe stato più piacevole.

emigrantiEd è questo, il punto.
Noi siamo quelli che, sulla carta, sono pieni d’avventura e spirito d’iniziativa, pronti a tutto.
Poeti, santi e navigatori.
Ma quando arriva il momento, alla notizia che trascorrerete i prossimi sei mesi a scavare fossili nel deserto dell’Australia, la vostra famiglia si stravolge, i vostri amici decidono che siete dei cretini, la vostra università fa spallucce e chiunque possa ostacolarvi o dissuadervi (o per lo meno provarci) si fa avanti, mentre assolutamente nessuno vi semplifica la vita.

E pensate cosa potrebe accadere se vi presentaste ad un colloquio di lavoro e doveste ammettere che, si, in effetti siete laureati da un anno, ma gli ultimi dodici mesi li avete trascorsi facendo trekking nel Caucaso…

Eppure Marco Polo, Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Nobile, Desio, Quilici…

Al che io sviluppo una teoria.
Pessima, cinica, in odore di darwinismo sociale, ma statemi dietro…
Noi siamo sempre stati un popolo di viaggiatori, e ne sia prova la gran quantità di italiani che troveretesparsi per il mondo.
Ecco.
Non sarà che con i grandi movimenti di emigranti degli anni duri, abbiamo eliminato dal patrimonio genetico nazionale la voglia di viaggiare?
Non è che tutti quelli con lo spirito e le palle per farsi un anno-buco sono emigrati, e qui sono rimasti solo i sedentari?

Io comunque, un anno-buco VERO prima o poi me lo prendo.
A costo di fare come Travis McGee… ma questa è un’altra storia.