strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Paura & Delirio: La Tragedia di Belladonna (1973)

Una delle regole non scritte di Paura & Delirio è che vogliamo parlare di film meno noti e meno praticati, nella speranza che qualcuno dei nostri ascoltatori rimanga abbastanza incuriosito da provare a dare un’occhiata a queste pellicole. Ed è quello che abbiamo fatto in quest’ultimo episodio.

Diretto nel 1973 da Eiichi Yamamoto (già collaboratore storico di Osamu Tezuka, Kanashimi no Beladonna (Belladonna of Sadness o La Tragedia di Belladonna) fu un disastro al botteghino e causò una certa costernazione fra il pubblico del Festival di Berlino ed il fallimento della casa produttrice, per poi scomparire e riemergere nei decenni successivi come film di culto.
Un incubo psichedelico a base di stregoneria, follia e sesso, Belladonna of Sadness ci ha dato l’opportunità per parlare di animazione, di film per adulti, di Fritz il Gatto e di controcultura degli anni ’70, di censura e TV private, di storici francesi cialtroni, di Kimba il Leone Bianco e di molto altro.
Buon ascolto.


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L’ignoranza degli otaku

Il post di ieri ha sollevato l’annosa e spiacevole questione dell’ignoranza degli otaku.
Che se non è fatto da un giapponese, stampato/inciso/prodotto in Giappone lo schifano, ma poi si perdono il 70% dei riferimenti culturali, e tutto ciò che non capiscono è “demenziale” se fa ridere, o “terribilmente misterioso” se non fa ridere.

Ma ammettiamolo, non c’è gusto a dileggiare gli otaku – che di solito non sanno neppure quale sia l’origine dell’etichetta che si appiccicano addosso, né perché i giapponesi, quando loro si presentano come “otaku”, mostrino un certo imbarazzo.
strategie evolutive è un blog che segue la Via del Bodhisattva*, e quindi è per spingere gli obnubilati verso l’illuminazione.

103025569E non sarebbe male, quindi, per un appassionato di anime e manga – di cartoni animati e fumetti giapponesi – procurarsi i due bei volumi prodotti a inizio secolo da Gilles Poitras, ed intitolati The Anime Companion e The Anime Companion 2.
Il sottotitolo, What’s Japanese in Japanese Animation, dovrebbe dare una buona idea riguardo ai contenuti dei due volumi che, con taglio enciclopedico, provvedono a fornire schede su una quantità di elementi presenti nell’animazione giapponese e che, ovvi per il pubblico nipponico, lo sono forse un po’ meno per il pubblico occidentale.
E non solo riferimenti a pratiche religiose o dettagli culturali, ma anche località tipiche, piatti della cucina tradizionale, ed un sacco di altre cose – per un totale di circa 1000 voci indispensabili.
Con illustrazioni tratte da cartoni animati, ed i riferimenti, voce per voce, a quale serie o quale film mostri quel particolare dettaglio, utilizzi quel particolare elemento.

ItemDescription (1)Poi, sì, ok, ci saranno sempre comunque quelli che vi diranno che le molte voci riguardo alle tradizioni shintoiste sono stringate, e che loro hanno fatto per sei mesi il pellegrinaggio dei siti shintoisti ed ora sanno tutto di certe cose…
O altre sciocchezze di questo genere.
Ma lasciamoli parlare.

Se il vostro interesse è limitato all’animazione ed ai fumetti giapponesi, magari con qualche film buttato lì per far numero, e non avete voglia di prendervi una laurea in orientalistica – o seguire uno dei miei corsi online sul taoismo o, prossimamente, sullo zen**, i due libri di Gilles Poitras sono assolutamente indispensabili, ed ampiamente sufficienti.
E divertenti!
L’autore non manca di inserire sidebar e tabelle per discutere temi più ampi, quiz e giochi di società, guide per i genitori e gli insegnanti, e un tono leggero, da appassionato e non da vecchio trombone.
E per chi non ne avesse ancora abbastanza, Gilles mantiene una pagina per i fan dei propri lavori, che include aggiornamenti online ai due volumi.

Perfetto.

———————————

* credo dovrò farci un post

** sì, è una vergognosa autopromozione e no, non me ne vergogno granché.


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La condizione di Muzak

Rubo il titolo a Robert Hughes o forse, chissà a Jerry Cornelius.
Ma non voglio parlare di musica.
O di arte.
Però…

Qualche giorno addietro si parlava, con alcuni amici, dei cartoni animati giapponesi coi quali è cresciuta la mia generazione.
La prima grande ondata.
I robottoni di Go Nagai.
Capitan Harlock.
Lupin III.
I ninja di Sampei Shirato.
E poi giù giù fino a… mah, io direi fino a Tenchi Muyo e Patlabor.
Io i confini della “mia generazione” li metto lì.
Dopo, i cartoni diventarono – per me e per alcuni miei coetanei – una faccenda abbastanza noiosa, con occasionali picchi di genialità, sì, ma non più una monolitica fonte di intrattenimento.
Ma non si faceva, coi miei amici, la gara per decidere se il Gundam sia più forte di Naruto.

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Cartoni Animati Giapponesi

Pezzo a richiesta per il piano bar del fantastico.

La richiesta fa più o meno così…

Senza polemica e tenendomi in disparte dalla discussione, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi (pianista?) o sapere a tuo parere quali sono le serie animate più interessanti. Il mio giudizio è stato di certo viziato dall’Hype, non lo nego.

E chi sono io, per essere immune all’hype – o peggio, all’effetto nostalgia?

Post difficile per tanti motivi.

Il primo è che, da almeno una decina d’anni, non seguo con regolarità i cartoni animati giapponesi.
È stato l’avere troppo a che fare coi fan, credo, e con i loro continui, inutili battibecchi che mi ha stancato.
Mentre all’estero al di sopra del chiacchiericcio si levano voci in grado di fare qualcosa di grande, qui da noi è difficile da impazzire fare qualcosa di buono.
Escono dei buoni libri, certo, ci sono delle iniziative interessanti.
Ma il fandom è ormai al solipsismo assoluto – e continuano a stersene lì, a discutere se sia megli Lamù o Fujiko, se sia più forte Ken o Goku, se Mazinga faccia più chilometri con un litro di Gundam.

Quindi non sono un osservatore così affidabile, credo.
Mi mancano le novità – per lo meno la gran parte delle novità.

E c’è poi il dato anagrafico – io appartengo a quella generazione che è vissuta per circa 10 anni in un mondo in cui non c’erano cartoni animati giapponesi.
Per questo motivo – lo ammetto – tendo ad avere poca pazienza con gli esperti sotto ai trent’anni che popolano la rete.
Io il fenomeno l’ho visto cominciare.
Io ho visto i primi episodi la prima voltache sono passati in TV.
Quello che voi chiamateil boom degli anime per me era il secondo boom degli anime.

L’elemento anagrafico stende oltretutto una patina nostalgica su tutto l’ambaradan – era davvero Gundam 0079 meglio di Evangelion? O è solo perché il primo l’ho visto da ragazzino, ed il secondo da adulto ho fatto una fatica mortale a guardarlo?

E c’è stata davvero, una piega verso il pessimismo e la malinconia nelle serie degli ultimi dieci anni, o sono solo io che non mi diverto più come una volta?

Ma d’altra parte, questo è il mio blog, dove discuto di quello che mi pare.

Allora, rimuoviamo il blocco del passato.
Per farlo, credo esistano pochi metodi più efficaci di questo.

Considerate per cortesia che, con l’arrivo dell’animazione giapponese nel nostro paese, passammo sostanzialmente da questo…

… a questo…

Ci sono domande?
[PS – spiacente per l’embedding disabilitato – io le odio, certe cose]

Scordatevi Goldrake e Mazinga – per quel che mi riguarda, il futuro cominciò con Capitan Harlock.
Non mi interessa che il disegno sia (ingannevolmente) primitivo, che il doppiaggio sia patetico, che sia intriso di retorica…
Ha una trama!
Pirati nello spazio! Astronavi sulla preistoria! Battaglie spaziali!
Cosa si poteva dare, di meglio, ad un ragazzino che viveva di fantascienza – Williamson, Hamilton, Brackett, Kuttner, Moore… – se non Capitan Harlock?

La presenza di una trama, di una struttura attorno alla quale è costruita la storia, è l’elemento di forza del cartone nipponico, che lo porta immediatamente a trionfare quando buttato su un mercato fatto di Tom & Jerry e “radio con le figure” di casa Hanna & Barbera.
Ed io resto legato alle trame.

Forse anche per questo, le serie più recenti mi lasciano un po’ così – la trama latita, spesso si producono milioni di episodi allo scopo di vendere milioni di copie del gioco di carte…

Se Capitan Harlock portò sui nostri schermi il sense of wonder, allora Gundam portò the high frontier.
Nei primi minuti del primo episodio c’è una colonia di tipo L5 di O’Neill – presa di peso dalle illustrazioni dei libri di O’Neill.
E per la prima volta i cattivi non erano mostri – erano esseri umani.
Era una questione politica.
Wow!

Gundam, con la sua brutalità, le sue crisi psicotiche e la consapevolezza che chi combatte muore non era poi quella cosa terribile per quelli di noi che avevano visto l’ultimo episodio di Zanbot 3 – altro che Evangelion!

Poi naturalmente Lupin Terzo, che porta al contempo sesso e violenza, ma anche umorismo e ribalderia.
La prima serie in particolare è curatissima nel tratteggiare gli ambienti, i fondali…
E da qui in avanti si spalancano le porte ed è l’invasione.

Le opinioni diventano puramente personali.
Robot giganti?
A bizzeffe, ma ora come ora ricordo solo Daitarn 3 e Trider G7.

Amo la linea grafica dei vecchi cartoni basati sul lavori di Sanpei Shirato – il Ninja Bugeicho – anche quando le trame vacillano.
Mi piace lo steampunk di Il Mistero della Pietra Azzurra anche se i due personaggi principali sono odiosi.
Ho guardato con piacere e divertimento Cowboy bebop – incluso il film – nonostante il finale deprimente.
Sono ancora indeciso, alla voce fidanzate aliene, fra Urusei Yatsura e Tenchi Muyo.
Mi è piaciuto Maison Ikkoku anche se era troppo lungo, ho odiato Kimagure Orange Road.
Considero tutti i cartoni animati con maghette, streghette, e compagnia danzante una piaga.
E non mi esprimo su Sailor Moon perché conosco chi mi gambizzerebbe…

E naturalmente vivo con la consapevolezza dolorosa che nessun gaijin potrà mai capire Doraemon.

In tutte queste storie – e anche nelle altre, giù giù fino a Bem, Astroganga e Chobin – c’erano delle idee.
Non si trattava di riempitivo.
E noi esseri umani siamo affamati di idee.

Cosa consiglierei ora?

A parte Haruhi Suzumiya?

L’ovvio – Ghost in the Shell – Stand Alone Complex.
Una buona fantascienza post-umana ben disegnata e con delle buone idee, meno deprimente dei due (peraltro bellissimi) film.

Il meno che ovvio – Kosetsu Hyaku Monogatari
Massiccio horror di radice letteraria, con elementi antropologici e folklorici, ed una grafica meno che usuale.
Esiste a quanto pare in inglese col titolo di Requiem from the Darkness.

Il classico – Spice & Wolf
Altra serie di matrice letteraria, un fantasy atipico gestito con una certa intelligenza.
Esistono anche i libri (in inglese).

Il resto è ormai il dominio del gusto personale.
Trovo gran parte dei prodotti seriali molto difficili da digerire – ma mai quanto gli otaku.

Ed il sentimento, io credo, è reciproco.

Resto perciò qui nel mio angolino di Monferrato, e mi riguardo le sequenze finali di Gundam…

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Nerd, geek e altri superuomini

Questo è un pork-chop express a scoppio ritardato.
[e, sì, l’immagine qui a destra è orribilmente sessista – però funziona]
Qualche giorno addietro, sul Blog sull’Orlo del Mondo, Alex McMab discuteva di nerd-dom e geek-yness.
E tra le altre cose, provocatoriamente domandava…

Un’altra domanda, miei cari nerd, semi-nerd e geek assortiti: ma quanto i nerd propriamente detti, come si integrano con la società?
Voglio dire, può essere facile essere nerd a 20-30 anni. Ma a 40? A 45? Fino a quando si può fuggire dalla realtà?

Ora, naturalmente io non sto sfuggendo dalla realtà.
È la realtà che fugge quando mi vede arrivare.
Ma scherzi a parte…
Di fatto, ormai da almeno vent’anni nerd e geek sono termini denigratori solo per chi si crede spiritoso ad utilizzarli.
L’uomo più ricco del mondo è un nerd.
I nerd ed i geek hanno progettato gran parte della nostra società – beh, le parti che funzionano, per lo meno.
Il resto lo hanno fatto politici ed economisti.

Io non ho quindi grossi problemi ad integrarmi, perchè – essendo un nerd – vivo in una sorta di nerdsfera.
Quasi tutti coloro che conosco e frequento hanno una vita intellettuale.
Possiamo non condividere passioni ed interessi, ma riusciamo a capire passioni ed interessi intellettuali altrui.
Siamo in tanti.
Ci riconosciamo.
Siamo una tribù.
E sappiamo che, sotto sotto, abbiamo ormai vinto.
Siamo noi quelli ai quali ci si rivolge per risolvere i grandi problemi -a meno che non li neghino, ovviamente.
Il 90% di cio che c’è in TV è fantascienza o fantasy – da CSI a Porta a Porta passando per il telegiornale di Rete 4.
Si fanno le tesi di laurea su Lovecraft e su Star Trek.
I maggiori bestseller in libreria sono fantasy – che si tratti di Harry Potter o di Dan Brown, poco cambia.

Incidentalmente – che sfiga, la Rawlings, eh? Anche quando si parla di lei, si usa il nome della sua creatura. Quasi l’esatto contrario del Dr Frankenstein…
Ma sto divagando.

Insomma, abbiamo vinto.
E questo comporta un rischio.
Perché nel momento in cui il nerd diventa il nuovo Superman, automaticamente parte del suo universo viene invaso dagli hooligan.
Le vaste masse irsute dei minus habens.
I “creativi”.
I programmi del sabato sera.
Perché se è vero che i geek e i ner hanno vinto, è anche vero che la forbice si è allargata.
Se un tempo esisteva un continuum, con tutto lo spettro intellettuale più o meno omogeneamente coperto, ora c’è un abisso.
E l’abisso separa i nerd (che piaccia loro o meo) e le specie simili, dalla maggioranza che non ha interessi, non ha passioni, non ha sogni.
Se non quelli venduti dalla TV.

E questo fa male.

Per dire – venerdì, su Torino Sette, il supplemento dadaista de La Stampa (ma come lo impaginano?), un tale si sbrodola su tre colonne per “venderci” i film di Wong Kar Wai, maestro hongkongiano del cinema postmoderno.
E giù banalità.
Come quel docente di cinema che ha detto ad un suo tesista “Gli Shaw Brothers erano poi come i nostri Fratelli Vanzina.”
E noi vecchi nerd, che al cinema, al Torino Film Festival, attorno al 2001, ripetevamo il dialogo di Hong Kong Express anticipando i sottotitoli in italiano, facendo così la figura di quelli che sapevano il cinese (no, avevamo il film in videotape, sottotitolato in inglese, e lo avevamo guardato a morte), noi che abbiamo i dischi di Faye Wong proprio perché ce ne siamo innamorati guardando quel film, e che abbiamo tutti i film di Ti Lung su VCD e ci leviamo il cappello quando vediamo il logo della Shaw Brothers, ci sentiamo un po’ stanchi.
Un po’ vecchi.

Oppure oggi, sulla prima pagina di TuttoLibri, il supplemento de La Stampa dedicato a quei signori che al mercato ancora impacchettano le uova fresche in fogli di giornale, Antonio Scurati si scatena in una celebrazione di Lady Oscar, neanche fosse Anita Garibaldi, Madre Teresa, Martina Navratilova e Barbarella tutte insieme in una sauna finlandese.
Certo, è una marchettona dovuta al fatto che Ikeda Ryoko si trova nella terra dei tartufi proprio in questo weekend, e Scurati avrà il piacere di intervistarla, ma farla con un pochino più di classe?
Certo, l’articolo parla di manga e naturalmente riguarda cartoni animati, e contiene un paio di feroci rasoiate a casa Disney, e cita Capitan Harlock e il solito immancabile Ken il Guerriero (ma perché nessuno cita mai Lupin Terzo? – troppo difficile costruirci sopra una retorica?) e non sarebbe neanche male se non mi ricordasse un articolo molto, molto simile apparso una decina d’anni or sono su Il Borghese (era l’epoca in cui mi occupavo di anime e manga e leggevo tutto quello che si pubblicava a riguardo).
Con questo, non voglio dire che Scurati sottoscriva le tesi di quell’antico e dimenticato redattore di quella specifica rivista.
Dico solo che entrambi si incuneano più o meno sullo stesso livello di banalità.
Che è quello giusto per il pubblico generalista.
E noi vecchi nerd integrati, che guardavamo gli anime e leggevamo i manga (e magari lo facciamo ancora), noi che sappiamo che “otaku” è una brutta, bruttissima cosa, e ci ricordiamo anche dell’altro Miyazaki, andiamo in depressione.

Ecco, questo è un problema.
Ci sentiamo come si sentirebbe Superman se domattina si risvegliasse su Krypton.
Meraviglioso – per la prima mezz’ora, finché non ti accorgi che ormai sei come tutti gli altri.
E gli altri sono noiosi, e banali, e non hanno capito, e non condividono la tua passione, la tua visione…
Perdio, per lo meno con Lex Luthor ci potevi scambiare due parole!

Perché è come se una massa di hooligan stesse gettando le lattine di birra vuote e sacchetti di patatine nel nostro giardino.
Solo che non è più il nostro giardino.
E forse non lo è mai stato.
È stata la nostra passione intellettuale, e forse lo è ancora.
Ma ora abbiamo vinto.
Ed è solo l’ennesimo prodotto da vendere ai decerebrati, in attesa che se ne inventino uno nuovo.

Tanto vale ascoltare un po’ di musica per tirarci sù…


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Incontri & Conferenze di Febbraio

In occasione della mostra “Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese”:

Conferenze e incontri convegno “Tra arte e letteratura, tra Italia e Giappone”, 2-5 febbraio 2010, sale dell’Accademia Albertina di Torino, via Accademia Albertina 6


Martedì 2 febbraio, ore 11:00

L’arte orientale a Torino
Interviene: Franco Ricca (direttore del MAO)

Martedì 2 febbraio, ore 15:00
Manga: fumetto e società contemporanea
Interviene: Massimo Melotti (critico d’arte e sociologo)

Mercoledì 3 febbraio, ore 11:00
Calligrafia tra Cina e Giappone: evoluzione grafica della scrittura

Interviene: Kazuko Hiraoka (calligrafa)

Mercoledì 3 febbraio, ore 14:30
Kitsukiba: “dietro le quinte” del progetto della graphic novel italo-giapponese della Pavesio Productions

Intervengono: Fulvio Gatti (editor), Vittorio Pavesio (direttore della Pavesio Productions), Massimo Soumaré (scrittore e traduttore)

Mercoledì 3 febbraio, ore 16:00
Japan in Five Ancient Chinese Chronicles-alle origini del Sol Levante: le più antiche cronache sul Giappone
Intervengono: Massimo Soumaré (autore), Davide Mana (traduttore)

Mercoledì 3 febbraio, ore 17:30

Character & Design: dentro l’industria audiovisiva giapponese
Intervengono: Luca Della Casa (curatore della sezione asiatica del Future Film Festival di Bologna), Stefano Gariglio (critico cinematografico specializzato sull’animazione giapponese e curatore della mostra Manga Impact) e Fabrizio Modina (collezionista e curatore della mostra Manga Impact)

Giovedì 4 febbraio, ore 10:30

Volpi magiche e spiriti inquieti nell’età di internet: influenza della narrativa fantastica classica e del folklore tradizionale giapponesi sui mezzi di comunicazione di massa contemporanei

Interviene: Massimo Soumaré (scrittore e traduttore)
Giovedì 4 febbraio, ore 12:00

Letteratura contemporanea giapponese: presentazione dell’antologia Foglie multicolori – Racconti dal Sol Levante e del progetto ALIA6 della casa editrice CS_libri di Torino

Intervengono: Reiko Hikawa (scrittrice), Fabio Lastrucci (scultore, illustratore e scrittore), Federico Madaro (traduttore), Davide Mana (scrittore e traduttore), Massimo Soumaré (scrittore e traduttore), Silvia Treves (scrittrice e direttrice editoriale della CS_libri)
Giovedì 4 febbraio, ore 14:30
Parole immaginate: piccolo viaggio intorno a segni e narrazioni
Interviene: Fabio Lastrucci (scultore, illustratore e scrittore)

Giovedì 4 febbraio, ore 15:45
L’arte di Akemi Takada: dimostrazione di disegno

Interviene: Akemi Takada (illustratrice)

Giovedì 4 febbraio, ore 17:45

Amici immaginari-L’Occidente nel fantasy giapponese e il Giappone nel fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri e samurai

Intervengono: Davide Mana (scrittore e traduttore), Reiko Hikawa (scrittrice)
Venerdì 5 febbraio, ore 10:00
Matatabi: viaggio immaginario a Edo
Interviene: Giorgio Arduini (criminologo)

Venerdì 5 febbraio, ore 11:30
Attori Kabuki e loro ritratti
Interviene: Akane Fujisawa (esperta di teatro tradizionale e cultura giapponese premoderna)

5 febbraio, ore 14:00

L’arte di Minae Takada: dimostrazione di incisione su rame

Interviene: Minae Takada (illustratrice)

Venerdì 5 febbraio, ore 16:00

L’ukiyo-e e la moda di Edo: l’ukiyo-e come mass media

Interviene: Murasaki Fujisawa (esperta di arte giapponese e di cultura del Periodo Edo)

Venerdì 5 febbraio, ore 17:45

Il bacio della Donna Serpente: percorsi iconologici nel Femminile allarmante tra Oriente e Occidentedagli stereotipi alla fascinazione esotica

Intervengono: Franco Pezzini (saggista e critico), Massimo Scorsone (filologo)

* Potrebbero esserci dei cambiamenti d’orario, nel qual caso saranno prontamente segnalati nella presente pagina.