strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il Fantasma di Baker Street

cover72774-mediumNel 1932, il canadese Singleton e l’americano Trelawney, non avendo battuto chiodo come investigatori negli USA, si trasferiscono a Londra.
E dopo sei mesi a girarsi i pollici, arriva finalmente il primo lavoro per i due giovani di belle speranze.
Il cliente è nientemeno che Lady Conan Doyle, vedova dell’autore di Sherlock Holmes.
L’oggetto dell’indagine, la strana infestazione del 221b di Baker Street.
Intanto, un misterioso serial killer scatena la propria furia omicida nell’East End.

Da qui, le cose si fanno molto più strane.

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Investigatori riuniti

Ho già chiacchierato in passato della Wordsworth Editions, casa editrice inglese che sta prosperando nonostante la crisi grazie ad un catalogo di classici e testi eccentrici venduti a prezzi popolari.
Materiale ormai di dominio pubblico, spesso introvabile in altre edizioni in cartaceo, e poi tutti i classici* .
Wordsworth è il mio fornitore di base quando ho voglia di un po’ di Charles Dickens in cartaceo.

La collana Tales of Mystery and the Supernatural costituisce una buona base per una biblioteca minima dei classici – Montague Rhodes James, Sheridan Le Fanu, William Hope Hodgson, H.P. Lovecraft e Robert E Howard, ma anche autori meno frequentati dal pubblico del ventunesimo secolo – Oliver Onions, Edith Nesbit, Ernest Bramah, F. Marion Crawford.

E poi ci sono le antologie – raccolte tematiche con una selezione di lavori di autori diversi.

Ecco, ne ho qui due che compongono una perfetta coppia. Continua a leggere


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Il Ritorno della Lista dei Sette

Due giorni or sono, rubando ore al sonno, ho sbaraccato un paio di casse ed ho recuperato un libro che lessi un sacco di tempo fa (18 anni? Possibile?), per ridargli un’occhiata.

Il fatto è che lessi The List of Seven, di Mark Frost, durante il servizio militare – quasi certamente durante un servizio di guardia.
Da copertina a copertina in 24 ore.
E non mi disse granché.
Però, devo ammettere, quando qualche giorno addietro ho visto l’immagine fold-out della copertina dell’edizione americana, mi son detto… ma come?
Perché l’immagine, ammettiamolo, invoglia…

The-List-of-Seven-Inside-Spread-medium

E sì, c’è davvero tutto quello nelle trecento e rotte pagine del romanzo.
Anche le mummie, il mostro-demone, lo sfregiato, l’albino incappucciato e tutto ilresto.

English: Portrait of Arthur conan doyle by Sid...

English: Portrait of Arthur conan doyle by Sidney Paget.c. 1890 (Photo credit: Wikipedia)

Di cosa parla, The List of Seven?
Di un complicato intrigo occultistico e cospirativo, che in epoca tardo-vittoriana mira a creare un futuro “padrone del mondo” per via mistica – sostanzialmente cacciando un demone nel corpo d’un ragazzino.
Contro i sette burattinai di questa orrida impresa, l’agente speciale Jack Sparks – che per l’occasione si avvale dell’aiuto di un giovane medico che si interessa di spiritismo, Arthur Conan Doyle.
Ma c’è posto anche per Bram Stoker, nella sequenza di eventi che si leggono come un collage di scene dalle storie di Sherlock Holmes e dal Dracula.

Ecco, forse era un po’ questo, che mi aveva lasciato così, ai tempi.
L’idea è buona, ma in certi momenti si vede troppo scopertamente il meccanismo.
Ma riletto vent’anni dopo la sua uscita, e senza lo stress dell’essere al freddo da qualche parte fra le nebbie del Ticino, il romanzo di Frost si lascia leggere.
Scorre, ha un paio di buone trovate, e ne verrebbe un film più che dignitoso – Frost dopotutto era uno sceneggiatore con all’attivo cose come Hill Street Blues e Twin Peaks.
L’autore ha chiaramente documentato molto bene la propria trama, mettendoci tutto, dalla Teosofia alle lumache giganti, e il risultato finale è fin troppo frenetico.
C’è anche un sequel, the Six Messiahs – che non ho letto.
E come me molti altri, visto che Frost interruppe la serie, che prometteva di proseguire come un countdown fino all’uno – o allo zero, chissà.
Ma è una buona lettura leggera, senza troppe pretese, e scritta con palese divertimento, se non proprio con uno stile memorabile.

Il finale resta impagabile – prevedibile, forse, ma assolutamente impagabile.


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Avventura vittoriana

Natale in anticipo – post fuori programma.
Il pochissimo tempo libero di questi giorni è stato impegnato nello scartabellare estatico il manuale di Leagues of Adventure, il nuovo gioco di ruolo pubblicato da Triple Ace Games e scritto da Paul “Wiggy” Wade-Williams.
Un piccolo gioiello, che merita tutta la fortuna che spero avrà.

Wade-Williams è un nome leggendario nell’ultima generazione di creatori di giochi – con un output colossale ed un livello qualitativo sempre molto alto, Wiggy ha contribuito ad espandere il sistema di Savage Worlds con innumerevoli avventure e supplementi, ed ha recentemente rivolto la propria attenzione all’altro sistema leggero e veloce per l’avventura e l’azione, l’Ubiquity System che fa da motore a Hollow Earth Expeditions.

KingSolomonsMinesFirstEditionLeagues of Adventure è un gioco di avventura vittoriana.
Ma non, ed è questo che è importante, necessariamente un gioco steampunk.
È piuttosto una impalcatura molto solida e molto flessibile per creare avventure affini a quelle pubblicate a suo tempo da H. Rider-Haggard o da Arthur Conan Doyle.
Da Verne e Wells, da Stevenson e da Kipling.
Scientific romance, avventura esotica.
Avventura vittoriana, nel suo senso più ampio.
Il settaggio fine delle manopole – per determinare il grado di avventura, il grado di realismo, il grado di steampunkaggine – resta saldamente nelle mani del master, che può usare il sistema per tutta una serie di possibili scenari.
E questo, senza diventare troppo generico o annacquato. Continua a leggere


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Antipatie Holmesiane

Ho sempre trovato il dottor John Watson mortalmente antipatico*.
E mi rendo conto di non essere il solo.
Come dicevo altrove, la comunità holmesiana è a riguardo divisa in due campi opposti.
Ci sono i fautori dell’accoppiata Watson simpatico/Holmes antipatico, ed i fautori dell’opposta accoppiata, Watson antipatico/Holmes simpatico.
Non è una divisione così netta, badate, e molti vi dirannocon una spallucciata che loro non si son mai posti il problema.
Ma nel momento in cui voi lo ponete a loro…

Ora, è importante notare che i film tendono a complicare le cose.
Nei film, se Holmes è rappresentato su uno spettro abbastanza ampio, d’altra parte Watson è sempre piuttosto bonario.
È l’elemento umano che fa da contrappunto al sovrumano.

Ma se diamo un’occhiata alle storie**, la faccenda si complica alquanto.

La versione che vede un dottor Watson in fondo simpatico, frequentemente angariato dall’eccentrico e piuttosto arrogante Holmes è probabilmente quella più vicina alle intenzioni autorali di Conan Doyle.
Watson è un sano inglese vittoriano, con un occhio per le signore (si fidanza, si sposa, resta vedovo, si risposa***…), le idee piuttosto chiare su come giri la società, ed una intelligenza non tanto assente quanto sotto-utilizzata.
Holmes lo riprende spesso, per il fatto che guarda ma non osserva, che si lascia scappare i dettagli, e così via.
Watson è un tipo a posto, insomma, che si ritrova a dividere l’alloggio con un cocainomane arrogante, che non esita a sottolineare quanto il proprio coinquilino, sì, si impegni, ma proprio non ci arrivi.
È Holmes, sostengono i fautori di questa linea di pensiero, ad essere l’antipatico.
Lo sostiene ad esempio Craig Hilton, nel suo articolo sul buon dottore che è uno dei capisaldi dei… mah, chiamiamoli watsoniani.

We his readers could not have known Holmes in the way we do, had not his zealotry been viewed through Watson’s stability, his cold analysis through Watson’s empathy, and his specialisation through Watson’s well-rounded comprehensivity. Stability, empathy and comprehensivity – you couldn’t want for better qualities in a general practitioner.

Già, un buon dottore.
Ma consideriamo invece l’ipotesi opposta.

Consideriamo un individuo fortmente anticonformista, con una intelligenza superiore alla media, capacità di osservazione fuori dal comune e una professione per lo meno atipica.
Sherlock Holmes.
Piazziamogli in casa un ex militare un po’ bigotto, con la classica mentalità ipocrita della media borghesia vittoriana.
Una persona abituata a godere di un certo riguardo (è, dopotutto, un medico****) e che si trova tuttavia nell’ombra di una persona che è meglio, ed è meglio giocando fuori dagli schemi.
A questo punto, chi, nella posizione di Holmes, non si divertirebbe a punzecchiare con qualche frecciata il buon dottore?
E il buon dottore, narratore delle storie, non potrebbe vivere queste bonarie prese in giro come dimostrazioni di arroganza, e dipingere quindi il proprio compagno di stanza ed amico attraverso il filtro di chi si sente dileggiato?
È Watson a dirci che Holmes è disordinato, eccentrico, vanitoso ed arrogante.

A supporto di questa tesi, del Watson antipatico, ci sono le opinioni trancianti che infila nelle proprie storie, riguardo ai clienti di Holmes.

“Our visitor bore every mark of being an average commonplace British tradesman, obese, pompous, and slow”

E che dire della povera Mary Sutherland colpevole di

“preposterous hat and the vacuous face”

E poi c’è la faccenda del gongolamento del buon dottore nell’informarci che la defunta Irene Adler è, appunto, defunta.

Insomma, un tipino piuttosto odiosetto.
Che è la nostra unica fonte canonica su Sherlock Holmes.
Sospetto, non trovate?

Per cui, da bravo holmesiano non praticante, di quando in quando mi rileggo un paio di storie di Holmes.
Detestando Watson pagina dopo pagina.

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* Questo post nasce dall’interessante post della Clarina sui narratori antipatici.
Buttatteci un occhio.

** Tra l’altro, c’è una edizione Kindle approvata dalla Conan Doyle Estate, e che include anche i racconti del mistero e del terrore, che va per circa un euro.

*** Curiosa, poi, questa faccenda della seconda moglie, mai nominata, mai descritta… che poi lo pianta o muore anche lei… mah.

**** Un ottimo medico che tuttavia non riesce a ricordare dove sia stato ferito. Se però c’è da correre, è stato ferito ad una gamba, se c’è da menar le mani, ad una spalla…


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Moriarty! (e Moran!)

Uno dei migliori autori attualmente sulla piazza.

Kim Newman detiene un primato assoluto, nella mia esperienza di lettore – il suo Anno Dracula, letto sul tram tornando a casa dall’università, riuscì a farmi saltare la fermata.
Ad un certo punto alzai gli occhi dalla pagna e mi resi conto che il tram era fermo al capolinea, ed io non me ne ero assolutamente accorto.
Questo è per me un criterio un po’ empirico ma infallibile per identificare un buon libro ed un buon autore.
Anche se mi è capitato una volta sola.
E Anno Dracula è un eccellente libro, scritto da un autore eccellente.

Inutile dire che dopo Anno Dracula mi procurai un sacco di cose scritte da Newman, non solo in ambito narrativo, ma anche in ambito saggistico – il BFI Companion to Horror, che Newman curò negli anni ’90, resta un tomo meraviglioso e indispensabile –  trovando ripetute conferme al fatto che, sì, avevo beccato un vincente.

Ed ecco che ora mi capita questo strano romanzo, che fin dal titolo mi promette le meraviglie che mi aspetto dall’autore londinese.

Professor Moriarty, The Hound of the Durbervilles è un romanzo ad episodi, in effetti il prodotto di un fix-up di alcune storie comparse su riviste e antologie, con circa un 50% di materiale nuovo, a formare una narrativa coerente.
Il testo è inquadrato con un classico framing device – in seguito alla crisi economica, il fallimento di una banca-canaglia porta alla luce un manoscritto che si direbbe stilato da Sebastian “Basher” Moran in persona. Una curatrice un po’ snob viene ingaggiate e praticamente obbligata col ricatto a curarne l’edizione, che è poi ciò che abbiamo fra le mani.

Il manoscritto di Moran narra le sue imprese al servizio del terribile Professor Moriarty, il Napoleone del Crimine, negli anni che precedono il confronto fra Moriarty e Holmes alle cascate di Reichenbach.

Non siamo tuttavia nel territorio del semplice pastiche holmesiano.
Le storie di Moriarty & Moran sono avventure fantastiche, con una abbondante dose di commedia, una spolverata di steampunk (*), ed una profonda propensione per l’eclettica cultura letteraria.
Ogni storia, narrata da Moran – che non manca di divagare – si affianca ad una storia del canone Holmesiano, presenta in altra luce un personaggio dell’opera di Conan Doyle, ma fa soprattutto riferimento ad almeno un romanzo o racconto derivato dal canone della letteratura vittoriana.
(e la curatrice non manca di segnalarci questi riferimenti nelle dotte annotazioni)
Newman si diverte, evidentemente , senza dimenticare di inserire, quando possibile, personaggi presi dalla narrativa d’appendice – primo fra tutti il cinese Signore delle Strane Morti (alias Fu Manchu), fornitore preferenziale degli animali esotici che Moriarty usa per alcuni dei suoi piani più ingegnosi.

Moran, narratore inaffidabile, assomiglia moltissimo, per tono e atteggiamenti, al mio vecchio amico Sir Harry Flashman – ma come fa notare lo stesso Newman nella postilla, Moran per lo meno le medaglie se le è guadagnate seriamente, e se Flashman resta un vigliacco fortunato, Moran è piuttosto un maniaco dell’adrenalina piuttosto sfortunato.
Irto di opinioni irripetibili su bambini, cani, stranieri, donne, omosessuali, poliziotti, cittadini britannici, militari, cocchieri di piazza, contadini, intellettuali, politici e praticamente ogni creatura che respiri sulla superficie del pianeta (a cominciare dal suo datore di lavoro Moriarty), il colonnello Moran, il cacciatore di tigri che ha sparato a qualsiasi cosa gli sia capitato a tiro, sempre disperatamente alla ricerca di un guadagno, di una scorciatoia o di una sottana è un personaggio che è bello odiare, e che ci strappa dei sorrisi amarissimi.

Poiché dove mi trovo ora non ci sono tram, non posso sottoporre questo volume al test della fermata di casa.
Posso tuttavia portare un altro fenomeno a sostegno della qualità del romanzo – ad un certo punto, a circa un terzo del tomo, una battuta su Nietsche mi ha fatto ridere tanto a lungo e tanto forte, che i vicini si sono preoccupati (il fatto che sia accaduto alle due di notte spiega forse parte della loro preoccupazione).

Grande, solidissimo, intelligente intrattenimento.
Ce ne saranno altri.
Non possiamo che augurarci di sì.

(*) I padroni nazionali del vapore probabilmente lo odieranno, un po’ perché piace a me, un po’ perché è troppo intelligente, un po’ perché non potranno sfuggire all’impressione che Kim Newman sberleffi il genere con estrema allegria.


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A caccia di Dinosauri – letture indispensabili (parte seconda)

Noi primati usiamo da sempre il gioco e la narrativa come strumenti per l’apprendimento.

Se perciò una buona infilata di saggi paleontologici possono prepararci sul versante tecnico all’incontro con i grandi dinosauri, la narrativa ci offre la possibilità di affrontare delle simulazioni di ciò che ci aspetta nella Valle dei Dinosauri.
O nel Cretaceo.

Ecco allora cinque (o quasi) letture consigliate, non in un ordine particolare…

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Conan Doyle Chronicles – Parte Terza

Non scordiamoci di Conan Doyle, ma pensiamo per un attimo al povero Harry Houdini.

Conan Doyle e Houdini erano amici.
E Harry Houdini era un prestigiatore che si divertiva a dare la caccia ai ciarlatani.
È possibile, persino probabile, che il suo accanirsi contro i falsi medium, i sensitivi da baraccone e le lettrici di fondi di caffé fosse parte di una seria ricerca sul paranormale.
Oppure semplicemente gli piaceva smascherare i truffatori.
Pensate comunque come poteva sentirsi uno così, ad avere un amico che
a . era fermamente convinto che lui i poteri paranormali ce li avesse davvero
b . cercava disperatamente di convincerlo

Mi immagino la scena

Conan Doyle: Ah, i tuoi poteri sono la prova che esiste qualcosa che va al di là dell’umano!
Houdini: ma no, sono trucchi… vedi, qui c’è un elastico, e…
Conan Doyle: hahaha, l’elastico… un trucco per mascherare il tuo vero potere!
Houdini: No! Si usa per strappar via di mano il fazzoletto quando…
Conan Doyle: Sai, Harry, a volte mi sorge il dubbio che tu davvero non creda alle tue capacità paranormali…
Houdini: Che coglione.

O qualcosa del genere.

Arthur Conan Doyle voleva crederci.
È possibile che volesse crederci al punto da falsificare le ossa a Piltdown.
Di sicuro, ci voleva credere al punto che a Cottingley ingoiò amo, lenza e galleggiante.

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