strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Gli squali sono atterrati

Come sempre, si dirà, è colpa di quei cattivoni degli scrittori.https://i0.wp.com/www.woostercollective.com/2007/05/15/shark_big.jpg
Persone che anziché accontentarsi del piacere di scrivere, e regalare le proprie opere, vogliono guadagnarci.
È il primo pork chop express dell’anno…

Il lettore Kindle è stato l’oggetto più regalato nel natale 2009.
E questo ha portato – per lo meno sulla base delle statistiche pubblicate – ad una esplosione del mercato dell’e-book.
L’e-book che è eco-friendly (non si abbattono alberi per pubblicarlo), comodo (non occupa spazio fisico),infinitamente duplicabile (e quindi, perché pagarlo?) e soprattutto figo.
L’e-book è così maledettamente figo che rischia di diventare più figo dell’iPhone.
Finché non ce l’avranno tutti, un Kindle-like-device, e toccherà inventarsi qualcosa di nuovo per sentirsi migliori della plebe.
Magari qualcosa di prodotto da Apple.

Ora, naturalmente, l’idea che gli autori regalino la propria opera è un’idea fondamentalmente romantica e vagamente neofeudale.
Vero, Cory Doctorow vi regala una copia in formato elettronico dei suoi libri – ma grazie ai buoni auspici della Tor Books ve ne vende anche copie cartacee, ed è il primo ad ammettere che per ogni copia elettronica regalata, ne vende due cartacee.
E-book = ottima pubblicità.
Il suggerire agli scrittori di “trovarsi un lavoro onesto” per guadagnarsi il pane è invece il lato elitario e neofeudale della faccenda – un atteggiamento che relega la creazione di contenuti ad un’attività di seconda classe, insufficiente o meglio ancora inadeguata a fornire ad un individuo gli strumenti per vivere, ed al contempo quasi un atto dovuto.
Perché cuiriosamente il lettore rimane libero di scegliere di non leggere un determinato autore.
Ma l’autore non pare libero di decidere di non concedere in lettura la propria opera a certe persone.
Certo, si dirà, i musicisti possono regalare i dischi e campare di live.
C’è chi lo fa – e vive benissimo.
Ma un romanzo non è un disco – e per quanto si possano organizzare readings e altre iniziative simili, la modalità di fruizione dei contenuti è tale da privilegiare l’attività privata del lettore, non il bagno di folla.
Wilbur Smith live al Forum di Assago non si paga un anno di lavoro e ricerca per aver scritto un romanzo.
Il dibattito prosegue – e la fazione dei sostenitori del libro aggratise si fa forte del fatto che, sostanzialmente, è impossibile impedire al primo bastardo di farsi una copia del fruttoi del nostro lavoro.
Posso, voglio, comando.

Ma ora tutta una serie di elementi ben poco romantici sembrano entrati nell’equazione, complice l’esplosione del fenomeno Kindle.
E non si tratta più delle fisime di qualche scrittore frustrato che, incapace di arrivare sulla pagina stampata, pretende che chi c’è riuscito non ci guadagni.
Oh, no… qui si tratta degli editori.

Il primo problema, naturalmente, è che una copia di 1984 di Orwell in cartaceo, edizione economica, costa come una copia in formato elettronico per Kindle.
Il romanzo ha 56 anni, e George Orwell non vede un centesimo di royalties.
La versione elettronica non ha costi di stampa, di editing o di revisione.
Ha costi minimi di distribuzione.
Com’è possibile che abbia lo stesso prezzo di quel relitto dell’era dei dinosauri che è il Penguin tascabile?

Ma, andiamo ancora più in profondità…

The major publishers have invested heavily in establishing their digital infrastructure and ebook lists. Conscious of their large write-offs, they have been negotiating very firmly with authors and their agents over ebook royalties. At present trade publishers tend to insist on royalties between 15 and 25% of their receipts (not the retail price). Authors writing for academic, educational and specialist non-fiction publishers will find that they are frequently stuck with even less.

Gli editori offrono agli autori dal 15 al 25% degli utili (non del prezzo di copertina) agli autori.
Per i testi elettronici.
Sui quali al momento l’unica spesa “viva” è la pubblicità – niente carta, produzione, magazzino, distribuzione…

It is perhaps revealing that no publishers have yet explained in any convincing detail how they arrive at fair ebook royalties. Yet authors are being invited to sign contracts which last for the duration of copyright (the author’s life plus 70 years). We are very uneasy about members being obliged to accept, so early in the development of ebooks, fixed royalty rates that could apply for many years.

Già… e l’editore si tiene i diritti sull’opera per tutta la durata della vita dell’autore, più settant’anni.
TUTTI i diritti, inclusi quelli per le opere derivate.

La Society for Authors ha ovviamente delle idee diverse.
Non meno del 50% degli utili, ad esempio – meglio il 70%.
E solo i diritti sull’opera così come consegnata.
Per non più di vent’anni.

E qui la cosa si fa veramente interessante.
Perché improvvisamente ci accorgiamo che il mercato in cambiamento ed evoluzione, la realtà trasformata dall’avvento dell’e-book, non ha alcuna intenzione di rinunciare alle regole dell’epoca dei dinosauri – e le richieste deglia utori hanno perciò destato “sorpresa e perplessità” presso gli editori.
Che a quanto pare stanno benissimo così come stanno, grazie.

E sorge allora un interessante dubbio – non sarà che tutto il gran baraccone del “vogliamo leggere gratis” in fondo non faccia il gioco degli editori?
NOn sarà che un pubblico di pirati sia stato utilizzato dagli editori per convincere gli autori – spaventati all’idea di non vedere più una lira – a firmare contratti capestro?
Non sarà, insomma, che i ribelli digitali abbiano fatto in fondo il gioco degli unici che ci hanno sempre guadagnato col minimo sforzo?
Ed ai quali, che Cory Doctorow vi regali gli e-book, sta anche abbastanza bene.
Perché nel momento in cui dovrà distribuirli commercialmente, ci guadagnerà nettamente di meno che con la combinazione e-book regalato + cartaceo venduto.

Una cosa è certa: ora che i pescecani sono entrati nell’acquario, le preoccupazioni dei pesci rossi diventeranno assolutamente marginali.

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Numeri – ricapitolando

In generale, possiamo ricavare alcune informazioni interessanti da tutti i grafici fatti fin qui – inclusi quelli che non ho pubblicato perché semplicemente illeggibili on-line.

Vediamo di ricapitolare.

Primo – esiste una differenza oggettiva fra fantascienza, fantasy e horror, in termini di linguaggio. Se non consideriamo quegli autori che giocano con la struttura (Fritz Leiber, che scrive The Wanderer, un romanzo di fantascienza catastrofica, usando una struttura da romanzo gotico, e Conjure Wife, un horror gotico, con la struttura del romanzo di fantascienza), possiamo generalizzare dicendo che

  • la fantascienza usa un linguaggio diretto ma colto
  • il fantasy privilegia un linguaggio più prolisso ma più semplice, affine (almeno in parte) alla narrazione orale
  • l’horror vuole uno stile misto o sincopato, per modulare scene di quiete e passaggi ansiogeni

Esiste una discreta sovrapposizione, ma i tre campi sono ben distinti.

Secondo – i buoni autori si dividono in due categorie nette

  • i serialisti, che hanno (o sviluppano) uno stile scolpito nella roccia; Stephen King, Terry Brooks o Alan Dean Foster sono buoni esempi.
  • gli specialisti in “one shot”, capaci di cambiare stile ad ogni romanzo a seconda delle necessità – Fritz Leiber, T.E.D. Klein e John Crowley sono esempidi questo approccio.

I “buoni professionisti” che non ricadono strettamente in una delle due categorie, sviluppano di solito un proprio metro e vi aderiscono in maniera automatica.

Terzo – gli specialisti in storie militari hanno tutti uno stile estremamente economico (frasi brevissime e parole semplici), indipendentemente dal genere. Steven Erikson e Hugh Cook (fantasy), David Drake e Gordon Dickson (fantascienza) sembrano compagni di scuola, pur appartenendo a quattro generazioni diverse.
La scansione “da guerra” si ritrova anche nei classici di narrativa militare moderna (Inseguendo Cacciato, Quanto pesano i fantasmi, etc.)

Quarto – a partire dai tardi anni ’70 assistiamo ad una riduzione nella diversità degli autori – soprattutto negli americani. Lo stile si standardizza su una struttura tipica (7% di parole desuete, 15 parole in media per frase) che lascia il forte sospetto che gli editor abbiano stretto le maglie della rete. Romanzi accettabili negli anni ’50 sarebbero oggi probabilmente mandati indietro con una richiesta di riscrittura.
Ma forse è per questo che fra i vecchi lavori si trova spesso materiale molto superiore per “feeling” rispetto alla produzione contemporanea.

Quinto – la letteratura “seria” si sovrappone quasi esattamente ai tre campi “generici” e, se possibile, mostra semplicemente più varietà all’interno di un campo più ristretto – Lovecraft e Dunsany, ad esempio, sono troppo diversi da qualsiasi altra cosa per trovare dei corrispondenti nel mainstream.

E con questo mettiamo momentaneamente in pausa le analisi sulla letteratura.

Scrittore, dicono.
E allora scrivi.