strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Gli Elefanti di Shanghai

elephantsNel 1937, “Action” Jack Hunter, attore specializzato in ruoli eroici e improbabili, in viaggio verso il set della sua prossima pellicola, si schianta nella jungla amazzonica in compagnia della consulente alle bestie feroci del film, dei due nipoti della medesima, e di un non più giovane pilota alcolizzato.
Quella storia, Stephen Jared ce l’ha raccontata in Jack and the Jungle Lion.

Ma ora sono passati alcuni anni – siamo nel 1942, soffiano venti di guerra, e Jack, escluso dallo sforzo in supporto alle truppe che ha coinvolto i suoi più giovani e popolari colleghi, decide di dare una mano infiltrandosi in un giro di profittatori, allo scopo di informare la polizia e la stampa.
Ma le cose sono molto più complicate – la corruzione arriva fno al senato, dietro ai trafficanti ci sono i servizi segreti giapponesi, e prima di capire cosa stia succedendo, Jack si ritrova su un aereo diretto a Shanghai, nell’improbabile ruolo di longa manus dei gangsters.

Jungle Lion, scoperto con gran piacere nel 2011, era un buon romanzo.
Un ottimo romanzo.
Elephants of Shanghai è meglio – Jared ha chiaramente trovato il proprio ritmo e la propria voce, e nel nuovo romanzo di Jack Hunter la prosa è più asciutta, l’azione più fluida.
È impossibile, leggendo i due romanzi uno di seguito all’altro, non notare il salto qualitativo, e compiacersene.
Frattanto, Stephen Jared non pubblica più con Lulu, ma con la Solstice Publishing – ed è anche questo un bel salto di qualità.
Restano i dialoghi spigliatissimi, il tono leggero che mescola la commedia sofisticata all’azione – il sottotitolo ci presenta il lavoro come “A Romance of Adventure”, e l’elemento di commedia romantica è innegabile (ma nulla di troppo zuccherino).
Action Jack è un eroe non troppo sveglio ma col cuore nel posto giusto – e la sua famiglia, a cominciare dalla formidabile Max – è il giusto team di backup per le sue imprese.
L’azione scorre lieve, il dettaglio storico è coerente ma mantenuto al minimo per non strafare.

Giova, all’insieme, la presenza di un cattivo meglio delineato e infinitamente più pulp rispetto a quello presente nel romanzo precedente – e la presenza di un malvagio opportunamente sopra le righe permette a Jared di sviluppare alcune scene d’azione altrettanto sopra le righe.

best_jack_coverCi fu un tempo – proprio gli anni in cui i romanzi di Jack Hunter sono ambientati – in cui vennero prodotte decine di pellicole che mescolavano azione, una spruzzata di patriottismo (c’era una guerra in corso) e quel tono da commedia che poteva sapere anche di sbruffonata, ma ci stava.
Oggi non li vediamo più – sono politicamente scorretti, sono in bianco e nero, sono troppo brevi (spesso queste pellicole viaggiavano sui 70 minuti). i giovani spettatori non hanno i riferimenti culturali per apprezzarli o per identificarsi nei personaggi…
È un vero peccato.

Come nel caso precedente, il romanzo è breve, ma estremamente polposo.
Si legge in un amen, e lascia una vaga nostalgia.
Come bonus, il volume include anche il primo romanzo – e così su Amazon, per circa tre euro è possibile portarseli a casa entrambi.
Trattandosi di un autore indipendente e autoprodotto, pare abbastanza improbabile vedere questo lavoro tradotto in un ipotetico futuro – conviene quindi arraffarlo fintanto che il cartellino del prezzo è amichevole.
È una lettura adatta all’estate in arrivo, e che rinverdisce i fasti di un genere – l’avventura romantica* – che è fin troppo assente dai nostri schermi e dai nostri scaffali negli ultimi tempi.

E intanto, aspettiamo con pazienza il prossimo volume della serie.

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* Per uno di quei misteriosi shift linguistici/merceologici che capitano sempre più di frequente, oggi come oggi “avventura romantica” significa sostanzialmente porno-soft per un pubblico di donne frustrate. È un peccato – ai vecchi tempi, era qualcosa di un tantino più appagante a livello intellettuale.


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Pasqua coi Pirati

SwashbucklerFilm di Pasqua.
Il corriere malevolo non ha consegnato in tempo la copia in DVD zona 1, ordinata sanguinosamente all’estero, di Swashbuckler, il film che contavo di guardarmi nel pomeriggio.
Non ne esiste altra versione (ma i tedeschi ne producono una Edizione speciale con tanto di versione in Super 8 – a loro è piaciuto)

Così mi devo accontentare della memoria, e del ricordo alquanto vago di una pellicola che pare scomparsa dalla memoria collettiva.
Swashbuckler – che in Italia venne distribuito come Il Pirata della Giamaica – è una pellicola del 1976, che allinea un cast di tutto rispetto per una storia avventurosa senza particolari velleità “alte”.
Eppure…

“Once upon a time, some colonial outposts of Europe’s great powers were ruled by villainous governors who stole the freedom and wealth which rightfully belonged to the people. Such was the tragic condition in Jamaica in seventeen eighteen under the cruelty of the acting governor, Lord Durant. The dungeons of his dark stone fortress cried with the voices of those who stood in his way. At the time, adventurous pirates sailed the waters of the Caribbean. Often, they were enemies of the tyrants and heroes of the people. Captain Ned Lynch was one of the most famous of these Swashbucklers…”

La trama in breve – il bieco e debosciatissimo Lord Durant (Peter Boyle) opprime la colonia giamaicana con leggi ingiuste e appropriazioni indebite.
RSfortunatamente per lui (e fortunatamente per noi), il malvagio dovrà vedersela con Jane Barnet (Geneviève Bujold), una delle sue vittime, e con il beffardo Red Ned Lynch (Robert Shaw), pirata e avventuriero, coadiuvato dall’altrettanto beffardo Nick Debrett (James Earl Jones).

Il seguito lo immaginate – duelli, inseguimenti, battaglie navali, impiccagioni, salti mortali e giravolte.
Il cast allinea una manciata di altri volti celebri – da una giovanissima Angelica Huston ad un altrettanto giovane Beau Bridges, a Geoffrey Holder, famoso Bond-villain di Vivi e Lascia Morire, qui nel ruolo di un acrobatico lanciatore di coltelli.

tumblr_m7tvxo82lW1r1r7rjo1_500Quindi, cast stellare, storia classica…
Cosa rende speciale questa pellicola è casomai il modo in cui i diversi pezzi vengono incastrati l’uno nell’altro.
Se come sempre in questo genere di pellicola, la trama è un abuona scusa per mostrarci scene d’azione e duelli, ci sono elementi decisamente interessanti.
Durant è un capolavoro di esecrabilità, ben contrastato dalla Bujold, che è un’eroina molto meno convenzionale di quanto vogliano i cliché.
I due si battono in un duello ad insulti che verrà preso paro-paro in Monkey Island.
Poi il personaggio di James Earl Jones, che presenta uno dei primi e migliori casi di scambio di ruoli fra eroe e sidecick.
Nella narrativa avventurosa classica, il compagno dell’eroe è quello che di solito dice le cose che l’eroe è troppo eroico per dire – una sorta di voce pragmatica e politicamente scorretta, spesso incarnata, nella letteratura di genere, da un “nativo” o selvaggio di qualche genere.
Il personaggio di Debrett è invece sofisticato, con un bell’accento inglese, e i suoi commenti e suggerimenti sono sempre improntati all’ironia e non mancano di una certa truce eleganza.

Swashbuckler_Robert_Shaw_1976-500x229Agli occhi dello spettatore moderno, i duelli sembreranno strani – in parte perché replicano, in alcune scene e inquadrature, grandi duelli classici del cinema di cappa e spada, in parte perché non sono coreografati.
Non ci sono capitomboli a ripetizione, scambi di colpi acrobatici, scintille fra le lame, o altre cose improbabili.
I duelli sono duelli, sono sporchi, spesso abbastanza confusi.
Molto probabilmente il pubblico abituato a Johnny Depp nei film Disney potrebbe trovarli noiosi.

Ultimo dettaglio interessante – la nave di Ned Lynch, che è una autentica nave pirata.
Il film utilizzò infatti la replica storica della Golden Hinde del capitano Drake, e le assegna addirittura una citazione nei titoli.

Tutto questo non riuscì, purtroppo, a rilanciare il pirate movie negli anni ’70.
E tuttavia resta un’avventura ben costruita, con un paio di twist insoliti e degli attori meravigliosi.
Robert Shaw – al suo penultimo film – è un Ned Lynch spocchioso e strafottente come non mai (forse proprio per qusto lo sceneggiatore gli affianca da un lato il più blasé Debrett, e dall’altra la polposa ma feroce miss Barnet), Peter Boyle è talmente sopra le righe da sfiorare il sublime.

Non li fanno più, così.
Non so perché.
In fondo, questa è semplicemente una buona storia, ricavata da un solo sceneggiatore da un racconto breve, e portatain scena da un buon regista di scuola televisiva, con a disposizione unbuon cast.
Non sembrerebbe così difficile.


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Peking Opera Blues (1986)

tumblr_m6v0h6l9BR1rt9bfvo1_400Questo è un post fuori programma.
Il fatto è che mi sono ritrovato a parlare, un paio di sere addietro, di un film che mi piace molto, e che è terribilmente interessante, e perciò ho deciso di infliggervi le mie chiacchiere a riguardo*.

Il film si intitola Do Mah Den – che sarebbe un’espressione gergale per indicare gli attori che nell’Opera di Pechino fanno le parti delle donne guerriero, ma che viene spesso frainteso (volutamente) come un riferimento alla rivoluzione cinese – ed è noto in occidente come Peking Opera Blues.
L’uso del termine “Blues” nel titolo è uno dei marchi di fabbrica del regista e produttore Tsui Hark, talvolta definito “lo Spielberg di Hong Kong”.

Il film è del 1986, interamente girato in studio di posa (anche gli esterni sono ricostruiti in sound stage), con il solo ausilio di effetti speciali meccanici, e si avvale dell’interpretazione di tre star assolute del cinema di Hong Kong, vale a dire Brigitte Lin (probabilmente l’attrice più pagata, all’epoca), Cherie Cheung (famosa per i suoi… ehm, numeri, e gettonatissima interprete di commedie scollacciate) e la cantante e attrice Sally Yeh (che sarebbe diventata famosissima con The Killer di John Woo, e che per questo film vinse un meritatissimo premio come migliore attrice**). Continua a leggere


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Fantasie Orientali

Curiose coincidenze.
220px-Oriental_Stories_October-November_1930Ho appena ricevuto la mia copia della riproduzione anastatica del primo volume di Oriental Stories, datata Ottobre-Novembre 1930.
Ho già parlato delle riproduzioni targate Wildside Press, e la strana meraviglia che si prova nel ritrovarsi fra le mani un pulp d’antan, illustrazioni, pagina della posta, pubblicità e tutto.

La coincidenza è che ieri sera, chiacchierando con alcuni amici, ho avuto la ventura dis coprire ciò che viene spacciato ai lettori nazionali per oriental fantasy.
Ed è vero che io non uso spesso l’espressione “raccapriccio” – ma “raccapriccio” rende abbastanza bene l’idea.

Ora, non confondiamoci – chiunque è libero di scrivere e di leggere ciò che preferisce.
E se ci sono persone così malamente conciate da sdilinquirsi per romanzi patetici su prodi guerrieri dai nomi improbabili, che si innamorano di diafane fanciulle dai nomi ancora più improbabili, in un mondo fatato in cui si mangia con le bacchette, ci sono gli oni anziché i più banali orchetti, e si praticano religioni confuse ma “molto mistiche”… beh, affar loro, no?

Ciò che mi urta è che per questo ciarpame – perché di ciarpame si tratta – venga usurpata una categoria antica e meritevole di rispetto.

Perché può anche darsi che vi abbiano raccontato che il fantasy lo ha inventato Peter Jackson leggendo un libro noioso scritto da un certo Tolkien, e poi sono arrivati i manga ed è nato l’oriental fantasy – ma non è così. Continua a leggere


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Lo Scaffale dei Pulp

Sam-casablanca-1345034-360-253Si era detto pulp, e neanche a farlo apposta, attraverso Facebook mi arriva una richiesta pulp per il Piano Bar del Fantastico.
prima performance dell’anno.
Il locale è buio e fumoso, il piano verticale mostra inquietanti fori da proiettile, ma noi il pezzo lo facciamo lo stesso.
Poi canteremo in coro la Marsigliese.

La richiesta fa più o meno così…

Mi piacerebbe leggere un’avventura sul classico, tipo avventuriero in giro per il globo et silmilia. […] Una cosa anni ’30 con locali ai confini del mondo, sigarette arrotolate a mano, donne chiamate pupe.

Il genere pulp-avventuroso, in Italia, è poco frequentato.
Un editore, da qualche parte in passato, provò a pubblicare Doc Savage, ma ottenne risultati mediocri di vendite e di critica.
Il genere è più praticato al cinema (Indiana Jones, La Mummia) che non nella narrativa.
A complicare le cose ci si è pure messo Tarantino, che intitolando Pulp Fiction un film che si sarebbe potuto tradutrre con Narrativa d’Appendice, ha autorizzato qualsiasi idiota a definire pulp una storia a base di sesso, droga e violenza.

adventurehouse-spicyadventurestories-November1942In realtà, la cosa è più complicata – possiamo immaginare una ideale suddivisione in quattro periodi della storia del pulp.

  1. il proto-pulp – su riviste come i penny dreadfuls inglesi e le dime novel americane, dagli anni 90 del 19° secolo alla prima guerra mondiale. Un catalogo che spazia da Conan Doyle a Kipling, passando per decine di autori sconosciuti.
  2. il pulp propriamente detto – quello delle riviste pulp pubblicate fra le due guerre… da Black Mask a Weird Tales passando per Astounding
  3. il pulp del dopoguerra – equamente suddiviso fra i paperback della Gold Medal e le riviste tipo Men’s Adventures
  4. il New Pulp – pubblicato ora, spesso in formato elettronico

Qui ci occuperemo essenzialmente di pulp propriamente detto – quello dei racconti e dei romanzi brevi pubblicati sulle riviste.
Perciò, fermiamoci un attimo, e cerchiamo di mettere giù una delle nostre solite reading list.
Ci toccherà leggere in inglese – fatevene una ragione. Continua a leggere


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Negli interstizi con Hitler e Godzilla

“Ho un piano.”
“Che sarebbe?”
“Improvvisare.”

Danger-5

Il nuovo nome della vittoria – Danger 5

Dunque, vediamo di mettere le cose in ordine.
Siamo nella prima metà degli anni ’60.
Probabilmente.
E siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Adolf Hitler è un supercattivo in puro stile pulp, e può contare su…
. una base segreta nel vulcano
. valkirie ariane come guardie del corpo
. un esercito di scimmie del Reich
. dinosauri nazisti
. mostri giganti giapponesi
. una flotta di dirigibili
. un cane lupo cocainomane
. una carrellata di luogotenenti grotteschi e sacrificabili

Contro di lui, gli eroi del team internazionale Danger 5.

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100 dollari per cominciare

Seguivo Chris Guillebeau da prima che uscisse il suo The Art of Nonconformity.
Ho letto e trovato molto divertenti e pieni di ottime idee i suoi ebook A Brief Guide to World Domination e 279 days of Overnight Success.
Blogger, imprenditore ed avventuriero, Guillebeau è un giovane americano che, quando scoprii la sua esistenza, si stava impegnando in un giro del mondo – inteso come un viaggio alla ventura per toccare tutti i paesi del mondo.
Lavorando in ciascuno di essi.

Guillebeau è un tipo in gamba, che mi è simpatico, che riesce a trasmettermi una certa sincerità nonostante l’ovvia aggressività imprenditoriale.

Guru dell’impresa flessibile e del lavoro come divertimento, Guillebeau ha pubblicato l’anno passato l’interessante, interessantissimo The 100$ Startup, che è uno di quei libri che prima mi riempiono di entusiasmo, e poi mi gettano brevemente nella depressione più nera.
Per scrivere questo nuovo volume, Guillebeau ha contattato, intervistato e studiato due dozzine di imprenditori di successo che, partendo da zero e con un capitale di circa cento dollari, sono riusciti in capo a un paio di anni ad arrivare quello che viene considerato lo standard della media borghesia americana – 50.000 dollari l’anno, tasse pagate.
L’idea, è quella di vedere cosa abbiano in comune queste persone, e cosa si possa imparare dalla loro esperienza.
Per poi farlo anche noi.

Da qui, la botta di entusiasmo – caspita, si può fare!
Il testo è chiaro, ben definito, convincente e diretto (e c’è anche in formato Kindle).
I casi sono maledettamente pratici ed empirici, e non c’è nulla di velleitario, c’è pochissimo bla-bla.
vengono anche presi in considerazione i casi in cui certe iniziative sono fallite.
In particolare, si analizzano i fallimenti di coloro che, successivamente, sono riusciti a raggiungere il proprio scopo.
Cosa hanno sbagliato, la prima (e la seconda, magari anche la terza) volta?

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La scimmia di ottone

Questo è un post di servizio, che viaggia in parallelo con il post dell’amico Marco su Prima di Svanire.
Impossibile leggere questo senza leggere quello, e viceversa.

Letto?

Ok.

L’espressione brass monkey (scimmietta d’ottone) è una forma gergale ormai desueta, che indica una persona o una cosa solida, difficile da smuovere.

È anche il nome di un cocktail – o piuttosto di una serie di ipotetici cocktail che, per motivi lungi a spiegarsi, sono solitamente associati alla narrativa avventurosa.

Come si prepara…

Ricetta 1 (la più orrida)
Mescolare parti uguali

  • birra
  • succo d’arancia

Ricetta 2 (la più letale)
Miscela di

  • gin
  • prosecco
  • tequila
  • succo d’arancia
  • sour mix
  • succo di pompelmo

in proporzioni variabili.
Secondio la tradizione, questa era la miscela che veniva servita ai frequentatori del bar del Raffle’s Hotel, a Singapore, negli anni ’30.

Ricetta 3 (la più diffusa, ma anche la più apocrifa)
Mescolare in parti uguali

  • rum
  • vodka
  • succo d’arancia

Ricetta 4 (la nostra preferita)

  • Prendere una bottiglia di whisky da 750 cc.
  • Bere il whisky fino a che il livello non raggiunge l’orlo superiore dell’etichetta.
  • Addizionare succo d’arancia fino a che non si riporta il volume a 750 cc.
  • Far rotolare la bottiglia sul pavimento per miscelare uniformemente.

Nota colta – la vecchia serie TV Tales of the Gold Monkey (qui da noi, Gli Avventurieri dell’Idolo d’Oro) deve il suo nome al fatto che tutti i principali membri del pool di sceneggiatori si scoprirono appassionati di narativa pulp e bevitori di Brass Monkey.
Poiché all’epoca il nome era copyrightato da una azienda che produceva il bibitone in bottiglia, cambiarono l’ottone in oro…

In retrospettiva, è probabile che la “ricetta più diffusa” fosse proprio quella del bibitone in bottiglia – una aberrazione degli anni ottanta.
Davvero possiamo affermare che non è sempre caviale.