strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un po’ d’azione per le feste: Into the Badlands

La storia vi sarà probabilmente familiare…
Ci sono state “le guerre”1, e la civiltà umana è sprofondata nel caos.
A rimettere le cose a posto ci hanno pensato i Baroni, sette individui che detengono ciascuno il monopolio di una risorsa indispensabile a tutti, e che perciò mantengono un precario equilibrio del potere.
Dove gli accordi commerciali non bastano, ci pensano i “clipper”, guerrieri addestrati per difendere gli interessi dei loro padroni.
Ma ora l’assetto sta per cambiare, ci sono nuove forze in campo, e niente sarà più come prima.

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Into the Badlands è una serie americana prodotta nel 2015, e della quale è attualmente in lavorazione la seconda stagione. Si tratta di fantascienza post-apocalittica e vagamente distopica, con elementi adatti a catturare l’attenzione della Hunger Games generation, ma al contempo abbastanza intelligente e matura da poter interessare anche ad un pubbliuco un po’ più smaliziato.
Mi sto guardando la prima stagione in queste notti, e non mi dispiace affatto, anzi. Continua a leggere


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Peking Opera Blues (1986)

tumblr_m6v0h6l9BR1rt9bfvo1_400Questo è un post fuori programma.
Il fatto è che mi sono ritrovato a parlare, un paio di sere addietro, di un film che mi piace molto, e che è terribilmente interessante, e perciò ho deciso di infliggervi le mie chiacchiere a riguardo*.

Il film si intitola Do Mah Den – che sarebbe un’espressione gergale per indicare gli attori che nell’Opera di Pechino fanno le parti delle donne guerriero, ma che viene spesso frainteso (volutamente) come un riferimento alla rivoluzione cinese – ed è noto in occidente come Peking Opera Blues.
L’uso del termine “Blues” nel titolo è uno dei marchi di fabbrica del regista e produttore Tsui Hark, talvolta definito “lo Spielberg di Hong Kong”.

Il film è del 1986, interamente girato in studio di posa (anche gli esterni sono ricostruiti in sound stage), con il solo ausilio di effetti speciali meccanici, e si avvale dell’interpretazione di tre star assolute del cinema di Hong Kong, vale a dire Brigitte Lin (probabilmente l’attrice più pagata, all’epoca), Cherie Cheung (famosa per i suoi… ehm, numeri, e gettonatissima interprete di commedie scollacciate) e la cantante e attrice Sally Yeh (che sarebbe diventata famosissima con The Killer di John Woo, e che per questo film vinse un meritatissimo premio come migliore attrice**). Continua a leggere


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Nuvole nere sulla prateria

H.P. Lovecraft, che di certe cose se ne intendeva, sosteneva che la più forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più profonda è la paura dell’ignoto.
Che è poi, se ci pensate, il motivo per cui i romanzi di vampiri, là fuori, non sono più schedati come horror, ma come urban fantasy, o paranormal romance.
Perché di ignoto, sul vampiro, ormai c’è poco.
Difficile costruire tensione e aspettative su qualcosa che tutti conoscono, che tutti considerano familiare.
Non fa più paura.

E lo stesso vale, ovviamente, per gran parte degli orrori lovecraftiani – per cui di solito cerchiamo di distinguere i discepoli di HPL dai semplic perpetratori di pastiche perché i primi hanno imparato la lezione, gli altri lasciano solo cascare dei nomi zeppi di consonanti nel posto giusto.

E la lezione l’hanno imparata, e bene l’inglese Steven Savile, autore ed editor con una lunga esperienza nel campo dei tie-in, e l’americano David Niall Wilson, altro autore con un solido mestiere ed alcune buone prove all’attivo.
Il loro Hallowed Ground (2011, disponibile come ebook per circa tre euro) è un ottimo weird western, che fila come un diretto e garantisce dei brividi onesti, giocando proprio sul potere dell’ignoto.
La trama segue tre personaggi principali – il misterioso ed inquietante Deacon, che viaggia con una specie di freak show in un west deserto e sottopopolato; il progressivamente sempre più terrificato Provender Creed, un desperado che ha visto decisamente troppo per la sua salute; e Mariah, salvata da morte certa nella prateria da un ambiguo venditore di olio di serpe, e destinata a svolgere uno sporco lavoro.
Sullo sfondo, ricostruita attraverso documenti ritrovati, sogni e visioni, la storia di Elizabeth e Benjamin, coinvolti in un oscuro patto con un personaggio che alligna agli incroci, e creature non umane desiderose di vendetta.
E non viene fatto neanche un nome.
Niente Cthulhu, Satanasso o Baron Samedi.
Niente Necronomicon, niente Chtaat Aquadingen, niente di niente.

Le creature che cercano di fare la pelle al povero Creed non hanno un nome, non hanno neanche una descrizione definita.
Ma se il primo scontro del pistolero coi suoi avversari è un piccolo gioiello di sintesi e azione, l’approccio impressionista – una piuma nera, un movimento innaturale della testa – paga.

Descrizioni asciutte ed economiche, dialoghi all’osso, un crescente senso di inquietudine e la presenza di infiniti elementi che sono, forse, riconoscibili, ma non vengono mai identificati.
Il trucco è tutto qui.
Nuvole nere si addensano sulla malandata comunità di Rookwood.
Antichi dei camminano sulla terra.
Il tempo scorre in maniera discontinua.
Hallowed Ground è un ottimo romanzo, scritto benissimo e che mantiene tutte le promesse della copertina.

Ed è divertente scoprire – dal blog di Saville – che il libro nasce quasi per scherzo: un sito web, anni addietro, sbagliò il titolo della storia di Saville, The Hollow earth, facendola diventare Hallowed Earth.
Saville e Wilson cominciarono a scherzare sul fatto che quello sarebbe stato, in effetti, il titolo del loro prossimo lavoro a firme congiunte.
E poi lo fecero davvero.

Tanto per dimostrare che le buone idee non crescono sugli alberi.


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Sesso & Filosofia

Un mio vecchio post sull’annosa questione degli infodump viene citato su un forum.
Capita.
Nel momento in cui si piazza online un testo, il minimo che opuò succedere è che qualcuno lo commenti.
Anzi, è per quello che lo mettiamo in rete, giusto?

Resta il fatto che l’infodump rimane una pratica esecrabile, e le mie posizioni a riguardo altamente discutibili.
Un commentatore è lapidario – quando scrivi, devi decidere se ti interessa il mondo o se ti interessa la storia.
Se ti interessa il mondo, ok, dai delle informazioni, ma così facendo spacchi l’immedesimazione del lettore.
Se ti interessa la storia, allora chissenefrega delle informazioni di contorno – dammi l’azione.

Il problema, naturalmente, sorge quando ci sono personaggi come il sottoscritto, che vogliono fare la torta e mangiarsela.
Quelli che vogliono il sesso e la filosofia.
Quelli che sono interessati tanto al mondo quanto alla storia. Continua a leggere


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Il leone della giungla

Nell’ambito delle recensioni, è una questione di fiducia.
Si fanno un paio di prove, e si scopre se quel certo recensore è in sintonia con i nostri gusti, se parla anche per noi quando descrive un film, un libro, un disco…
Nel corso degli anni – a parte gli amici ed i vicini di cella – ho trovato pochi recensori dei quali mi fido ciecamente.
Roger Ebert e Kim Newman, per il cinema.
Per la narrativa… eh, per la narrativa dipende.
In tutta onestà, dai ragazzi di Black Gate Magazine non ho ancora beccato una fregatura – caso più unico che raro di una intera squadra di recensori che sono chiaramente membri della mia tribù.
Per il fantasy vado da loro.
E da Charles de Lint.
Per il pulp, invece vado da Ron Fortier – che è un mito, e che non mi ha ancora mai segnalato un titolo che non fosse per lo meno buono – ed in un paio di casi mi ha segnalato dei veri gioielli; unico problema, molto di ciò che Mr Fortier recensisce è autoprodotto, o edito da piccole case editrici, o limitato al mercato americano.

Ma Jack and the Jungle Lion no.
Jack and the Jungle Lion, lo trovate su Amazon, anche in formato kindle.
Ed è grande.

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