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Diamo i numeri

Molto dipende dal carattere delle persone, ovviamente.
Persone diverse, comportamenti diversi, diverse necessità.

Una cosa che ho scoperto qualche anno addietro, riguardo al mio modo di scrivere, è che avere dei traguardi e delle “metriche” come le chiamano alcuni, mi aiuta a restare a fuoco durante il levoro di scrittura. Scrivere di più, se non necessariamente meglio (anche se ci si prova).

Photo by Leah Kelley on Pexels.com

Questo è uno dei motivi per cui può sembrare, ai più rilassati fra i miei lettori, che io abbia una specie di ossessione per il numero delle parole, e nello specifico il numero di parole all’ora, o al giorno.

Un commentatore, molti anni addietro, si domandava – immagino in senso retorico – se la mia fosse scrittura o un lassativo.
E no, anch’io non ho idea di cosa volesse dire, o in che modo fosse in relazione con la sua scelta (lecitissima, e molto strombazzata) di scrivere “solo una buona pagina di prosa al giorno”.
E potrei aggiungere, contento lui…

Il numero di parole per me è importante perché gli editori anglosassoni – che sono quelli che pagano per il mio lavoro – misurano (e pagano) le storie sulla base del numero di parole.
In Italia si preferiscono le cartelle o le battute.
È solo una questione di diverse unità di misura.
“Una buona pagina di prosa la giorno” sarebbero circa 450 parole, o 2000 battute.

Misurare e tabulare il volume della propria produzione non è mero feticismo, ma aiuta a capire certi aspetti del nostro modo di scrivere.
Scriviamo di più, in termini di parole all’ora (ad esempio) se scriviamo di sera o durante il giorno?
Scriviamo di più, su base oraria, se affrontiamo una singola sessione, o se facciamo delle pause?
E quante pause? Ogni quanti minuti?
Potrebbero essere dettagli importanti da conoscere.

Un altro aspetto della mia produzione che ho iniziato – per necessità – a tabulare, a partire dal 2018, è il numero di proposte spedite agli editori.
Storie, articoli, traduzioni… una misura del mio output, anno per anno.

La necessità nasce dal fatto che le storie spedite vengono rifiutate, e tocca spedirle altrove – e dopo un certo tempo ci si scorda se quella specifica storia l’abbiamo già spedita a quella specifica rivista.
Serve un registro, perché non è bello spedire due volte la stessa storia allo stesso editor.
Terribilmente poco professionale.

E a questo punto, se tengo un registro per i racconti, tanto vale mettere a registro tutto il resto.
Gli articoli, che di solito vengono scritti su richiesta e quindi non verranno (si spera) rifiutati, le traduzioni, ecc.

Guardando questi numeri, vedo che nel periodo 2018-19 ho spedito via 72 lavori.
92 nel 2020.
88 nel 2021.
E ad oggi, nel 2022, 39.

Nel 2020 mi ero ripromesso di arrivare a 100 per l’anno successivo – non ce l’ho fatta.
Ed è estremamente improbabile che io ci riesca quest’anno.
Ma allora, guardiamo una misura diversa – e no, non sto parlando delle storie accettate rispetto a quelle spedite – diciamo che da quattro anni viaggio su un 25-35% di storie accettate, e va benissimo così.

No, guardiamo il numero totale delle parole spedite via, anno per anno.

  • 2019 – 205528
  • 2020 – 290470
  • 2021 – 330528
  • 2022 – 383180 (ad oggi)

Cosa è cambiato?
Nel 2022 ho consegnato due romanzi, ed una lunga campagna per un gioco di ruolo, a tre diversi editori – e quello conta per quasi 200.000 parole.
Per cui no, non arriverò a 100 proposte agli editori, ma mi posso dire ragionevolmente soddisfatto di come la mia produttività stia evolvendo.

E notate che quei numeri si riferiscono al numero di parole in storie, articoli o traduzioni proposti agli editori, non scritti durante l’anno – ci sono cose spedite nel 2022 che erano state scritte nel 2021 ecc.
E non sono naturalmente le parole pubblicate.
Per quelle, il traguardo resta quello di Walter B. Gibson, che in media pubblicava un milione di parole l’anno. Ma erano altri tempi, e lui era Walter B. Gibson.

Certo, resta il problema del lassativo, ma credo che non lo risolverò mai.