strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Talvolta mangi l’orso, talvolta l’orso mangia te.

Uno è un attore famoso, pluripremiato e carismatico.
L’altro è un ex ingegnere aerospaziale che si è dedicato alla filosofia zen.
Si conoscono.
Sono accomunati dalla pratica dello zen, dall’attivismo sociale, dal senso dell’umorismo.
Trascorrono cinque giorni insieme in un ranch in Montana, chiacchierando di cinema, di filosofia, di vita di tutti i giorni, di creatività.
Il risultato è un libro.
Il libro si intitola The Dude and the Zen Master.
L’idea di partenza è quella di usare Il Grande Lebowski, la pellicola dei fratelli Cohen/Koan, per spiegare la filosofia zen al pubblico più vasto possibile.
Ma alla fine ciò che otteniamo è molto di più.
In primo luogo perché Jeff Bridges non è Dude Lebowski.
È un attore, un musicista, è il fondatore e portavoce di una organizzazione che si preoccupa di mettere fine alla denutrizione infantile, è un uomo che ama lavorare con i colleghi e con i registi, è colto, è affabile, è geniale.
E Bernie Glassman, che prima di insegnare lo zen e fondare l’associazione Zen Peacemakers aveva un dottorato in matematica applicata e progettava razzi per le spedizioni umane su Marte, è un insegnante completo, compassionevole, perfettamente in sintonia col suo interlocutore.

Partendo da battute del film, da elementi che Bridges ha messo insieme per costruire il personaggio di Lebowski, da incidenti sul set (a cominciare dall’incontro col maestro di bowling, disarmante nella sua semplicità), vengono introdotti concetti e precetti del buddhismo zen, e poi ne viene discussa l’applicazione e l’applicabilità alla vita quotidiana.

The Dude abides.
The Dud is not in.

Sembra molto semplice, a sentirlo discutere da Bridges e Glassman.

The Dude and the Zen Master lascia ben presto i riferimenti a Dude Lebowski per passare a discutere temi come il dare testimonianza del prossimo, la creazione dello spazio della pratica, l’interazione con gli altri, la creatività ed il superamento della paura, la natura delle aspettative.
Il tutto, in una chiacchierata nella quale Bridges descrive il proprio modo di lavorare, ilproprio rapporto con alcuni registi (Sidney Lumet, i fratelli Cohen, Terry Gilliam, Hal Ashby) e con diversi colleghi (da Robin Williams a Tommy Lee Jones), i suoi inizi, i suoi progetti.

The Dude and the Zen Master è perciò uno strano animale – un libro sullo zen che è anche un libro di cinema, una discussione di diversi temi sociali, una biografia artistica, un discorso sulla creatività e sulla libertà.
È divertente, è semplice, è esattamente ciò di cui avevo bisogno in questi giorni.

[nota: questa recensione è basata su una proff copy del volume finale, che sarà disponibile a gennaio dell’anno prossimo]