strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Rembrandt e Lao Tsu in bicicletta

Parliamo di Rembrandt, vi va?1

Un paiodi giorni addietro sono stato coinvolto in una curiosa discussione a causa di questa foto (e relativa didascalia).

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Albert Einstein: “Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”.

NON SARA’ CHE QUEL GIORNO E’ ARRIVATO ?

Non so se quel giorno sia arrivato, perché questa foto non rappresenta ciò che chi la sta usando vuole che rappresenti e quindi forse no, il significato è esattamente l’opposto: l’umanità sta bene e vi saluta tutti.

I ragazzini e le ragazzine nella foto stanno usando dei tablet per accedere al materiale documentario reso disponibile dal museo, per documentarsi sul dipinto di Rembrandt.
C’è quindi un cortocircuito: la foto non è una dimostrazione di quanto i giovani scapestrati siano disinteressati all’arte, troppo presi dalla propria attività sui social, ma casomai proprio il contrario. La tecnologia non li sta distraendo, li sta aiutando ad approfondire ciò che hanno appena contemplato.
Bello liscio.

Ma allora perché ci cascano in tanti, e si mettono a piangere e a dire che sì, Albert Einstein aveva ragione, e dove andremo a finire, signora mia…? Continua a leggere


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Si Riparano Biciclette

Ho sempre considerato la frase “Si Riparano Biciclette” il genere di cose che vorrei avere sul biglietto da visita.

Micropaleontologo.
Geologo, Stratigrafo, Analista di dati ambientali.
Autore, Divulgatore, Traduttore.
Si riparano biciclette.

Mi dà l’idea di mercenariato assoluto, di “facciamo qualsiasi cosa per un pugno di euro.”

bike maintenance

Avevo dieci anni quando, presa con troppo entusiasmo una curva, capitombolai con la mia bicicletta, sbucciandomi un ginocchio.
La reazione di mio padre, timoroso che il suo stupido figlio potesse accopparsi andando in bici in cortile, fu molto semplice – mi sequestrò la bicicletta, ed io dovetti aspettare fino alla non più tenera età di trentaquattro anni per potermene acquistare una nuova.
Mio padre a quel punto non poté opporsi – era ormai giunto alla conclusione che mi sarei comunque ammazzato con l’automobile*.

bike-thiefHo usato poco la bicicletta in Torino – a differenza di mio fratello, che ci andava e tornava dall’università**, con gran piacere dei ladri di biciclette che allignavano ed allignano tutt’ora nei dintorni di Palazzo Nuovo.

Fu proprio per ovviare all’incresciosa tendenza delle bici di venire rubate all’università, che con mio fratello cominciammo a documentarci.
Vale la solita storia – gli anglosassoni hanno un buon manuale per qualsiasi cosa.
Anche su come sopravvivere in città andando in bici.

L’aver reso le nostre biciclette impossibili (o per lo meno antieconomiche) da rubare, le rese estremamente vandalizzabili.
Se c’è una cosa che chi ruba biciclette odia, infatti, è una bicicletta che non può rubare: ecco quindi i cavi dei freni recisi, le gomme tagliate, i telai ammaccati a calci.

Questo ci portò a leggere altri libri, ad acquistare ricambi, a recuperare gli arnesi opportuni, ed a rimettere in sesto le nostre biciclette quando necessario.

Ora, esiliati come siamo fra le colline dell’Astigianistan, in bicicletta ci andiamo poco.
Le strade tutte curve cieche e saliscendi non sono esattamente l’ideale per pedalare, e la tendenza degli indigeni a viaggiare al doppio del limite consentito e senza badare troppo alla segnaletica è un potente dissuasore: ci piacerebe evitare di fare la fine di gatti, rospi, ricci e lepri che costellano le comunali***.

Resta però la nostra competenza sul campo quando si tratta di riassestare le due ruote.
Da cui l’idea di far circolare la voce fra gli indigeni, che sì – si riparano biciclette.
Prezzi modici, servizio professionale.
Un hobby, una fonte di introiti extra.
Un modo per non stare fermi.

Si potrebbe anchemettere in piedi un piccolo laboratorio estivo per i ragazzi delle scuole, per insegnare loro i rudimenti – non tanto perché ci piaccia perdere potenziali clienti, quanto perché saper riparare una bicicletta (o un computer, o un paiodi pantaloni, o una tubatura che perde) è una straordinaria dimostrazione di libertà.

Ed una scusa per farci un giro in bici ogni tanto, fra i prati, sicuri che se verremo travolti e gettati in un fosso da qualche troglodita col SUV, per lo menola parte meccanica sapremo rimetterla in sesto.

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* E non mancò di constatare con un certo compiacimento che, acquistata la bicicletta da un mese, io venni in effetti travolto da un’auto, lussandomi un polso.
Il fatto che io fossi a piedi, sulle strisce, mentre conducevo la bicicletta a mano attraverso un incrocio, e l’auto avesse bruciato un semaforo rosso, non avevano troppa importanza – c’era la bici, c’era il suo stupido figlio, l’ipotesi di partenza di mio padre era stata dimostrata dei fatti.
Almeno parzialmente.
Peccato che non fossi morto.

** Mantenendo nostro padre in uno stato di ansia costante in quanto era solo questione di giorni prima che anche mio fratello ci restasse secco.
Ho il piacere di informarvi che non è mai successo.

*** Sì, ci piacerebbe evitare di dare a nostro padre la soddisfazione, sapete com’è…