strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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400.000 parole

Facevo due conti, l’altra sera, e così è venuto fuori che da Agosto 2016 a Gennaio 2017 ho scritto quasi 400.000 parole.
Questo contando storie proposte a riviste, ebook, traduzioni, articoli scritti per conto terzi, e i post su strategie e su Karavansara.

In base alla vecchi classificazione di Dean Wesley Smith, 400.000 parole in sei mesi farebbe 800.000 parole all’anno, e quindi saremmo ancora ben al di sotto di Pulp Speed One (che ne richiede un milione all’anno – 83.000 al mese, meno di 3000 al giorno). In altre parole (ah!), niente per cui scrivere (doppio ah!) a casa.

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Ma per me sono state tante.
E ora, con febbraio, mi preparo a accelerare.

Perché qui viene la cosa sulla quale pensare – se tutte quelle 400.000 parole fossero state pagate la tariffa standard professionale di 6 cent a parola, io avrei incassato 24.000 euro in sei mesi. Pagateci anche le tasse, e non sarebbe davvero male.
Niente affatto male. Continua a leggere


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Cambiare formato per inseguire il pubblico?

Tempo schifoso – ieri, durante l’ora d’aria, qui nel Blocco C della Blogsfera, mentre ci alitavamo sulle mani per scaldarle e lamentavamo il fatto che il caffé qui fa schifo, ci siamo trovati a parlare della morte dei blog, e di media alternativi come podcast e, soprattutto, vlog.
Che sarebbero poi i video blog.
I canali youtube, insomma.

Sì, certo, c’è la notizia che una grande casa editrice nazionale ha pubblicato il libro di un vlogger che ha fieramente affermato io non leggo libri nel presentare il proprio libro – ma quello è OK: nel momento in cui un editore pubblica un libro di un personaggio con un grosso seguito, il libro è l’ultimo dettaglio, ciò che l’editore vuole è comprarsi il pubblico pre-fidellizzato del personaggio pubblico.
È sempre successo.

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Al contempo, in sala TV, qui nel Blocco C, invece delle solite repliche di Biblioteca di Studio Uno ci hanno passato i video di alcuni popolari blogger che hanno più o meno recentemente aperto i propri canale youtube – e si tratta di video imbarazzanti.
E badate, non tanto per i contenuti, quanto per la forma. Continua a leggere


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Jack lo Squartatore e la morte del blog

Ve lo hanno detto, di recente, che la blogsfera è morta?
Che si è parlato troppo, di cose futili?
Che i blogger erano arroganti e presuntuosi, e si erano illusi di fare soldi a palate o di essere “scoperti” da qualche grande editore, e poi invece nulla?
L’avete saputo?

A me lo hanno ribadito un paio di volte, nelle settimane passate.
E io come al solito mi sono chiesto, sarà vero?
E così, durante l’ora d’aria qui nel Blocco C della blogsfera, ho chiesto ai miei vicini di cella se era vero, che i blog sono alla canna del gas, se davvero l’arroganza e la presunzione dei blogger hanno portato alla morte – nel nostro paese e solo nel nostro paese – del blog come mezzo di comunicazione.

E i miei compagni di prigionia, certo, mi hanno detto. Guarda Redjack.

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E io non ho potuto fare a meno di guardare Redjack – anche perché Redjack è il blog di mio fratello1. Continua a leggere


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Perché le recensioni non tirano più

article-2223626-15B34CD1000005DC-759_964x517Quando ci troviamo per l’ora d’aria, qui nel Blocco C della Blogsfera, uno degli argomenti dei quali si chiacchiera, seduti al bordo del campo di basket, negli ultimi tempi, è come improvvisamente le recensioni non facciano più tutte le visite che facevano una volta.

Che si tratti di libri, film, fumetti, dischi, tutti concordano sul crollo dell’interesse per le recensioni.
Si salvano le recensioni dei telefilm – che sonouna sicurezza, una rece secca alla settimana, e un bel po’ di polemiche perché pare che i telefilm siano diventati una nuova religione.
Ma anche lì i numeri sono bassi.

Cosa è successo?
Dove son finiti tutti quelli che leggevano le recensioni?
Beh, io ho una teoria. Continua a leggere


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Non devo urlare, ma ho una bocca

Sono stato coinvolto in una interessante discussione, ieri, su un forum (sapete che non ne frequento granché) fuorimano.
Un posto molto amichevole (che non è male, tanto per cambiare).
La questione è semplice: una giovane scrittrice americana con quattro volumi autopubblicati in un anno, e distribuiti tramite Amazon, che tuttavia “non tirano”*.
Eppure hanno delle ottime recensioni, e delle copertine decisamente al di sopra della media per una autoprodotta.
Ma il punto non è questo.
Il punto è che tutti consigliano all’autrice di aprire un blog per ottenere visibilità – ma lei è una persona molto schiva, schiva al punto che non saprebbe di cosa parlare sul suo blog, non saprebbe gestirlo.
Non saprebbe, nelle sue parole, come “vendersi”.

La cosa che mi ha colpito e mi ha dato da pensare (e che fa sì che io vi infligga questo post) è questa terribile dicotomia – mi serve un blog per dare visibilità ai miei libri, ma non voglio visibilità per me.

dead-blogE non dico terribile per dire – come ho ripetuto spesso in passato, gestire un blog (quale che sia il motivo per cui lo si fa) richiede una notevole spocchia, una certa idea esagerata della propria importanza.
Si deve partire dal presupposto che ciò che scriverò interessi a qualcuno.
Mancando questo modicum di egocentrismo, gestire un blog “per forza” diventa, io credo, un tormento**.

Dalla discussione sono venute fuori parecchie buone idee, e parecchie osservazioni interessanti. Continua a leggere


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Il blogger dai mille volti

 

k-20-legend-of-the-mask-cn-entertainmentFacciamo un piccolo pork chop express sui generis.

Una delle proprietà più preziose, per chi opera in rete, è l’identità.
Chi sono io.
E questo non solo perché alla nostra identità sono legati account di Facebook, conti di PayPal e liste della spesa su Amazon – e quindi un furto della nostra identità potrebberappresentare un danno sociale, o economico.
In maniera molto più semplice ed elementare, la nostra identità in rete è in fondo ciò che andiamo costruendo con ciascuna relazione virtuale, con ogni post, con ogni commento.

 

E non manca una certa componente di vanità, naturalmente.
Io non solo ho la presunzione di dire che chi viene su strategie evolutive si aspetta un mio post, ma ho anche la speranza che chiunque dovesse capitare su un mio post, altrove, sarebbe in grado di riconoscermi per la mia voce, per i temi che tratto e per come li tratto.

Insomma, c’è un sacco di roba in ballo – non ultima la solita questione della dignità del blogger, che dovrebbe poter postare a proprio nome, o con lo pseudonimo che gli pare, senza essere soggetto a strane dietrologie.
È quindi abbastanza spiacevole scoprire che la nostra identità online è a tal punto labile da portare alcuni surfisti a confonderci con altre persone – spesso persone che conosciamo, e conle quali mai e poi mai ci aspetteremmo di essere confusi.
A me è capitato questa settimana, quando è risultato palese che alcuni là fuori pensano che io sia (anche) Mr Giobblin, l’amministratore di Minuetto Express.
Ed io conosco naturalmente Minuetto Express, e conosco e stimo l’amministratore di quel blog, e certamente abbiamo parecchi interessi in comune.
Ma siamo due persone ben distinte – ed abbiamo davvero poco da spartire.
E siamo entrambi sorpresi dallo scambio, poiché entrambi ci crogiolavamo nell’illusione di avere uno stile così maledettamente unico da essere inconfondibili.

 

Eppure, che diamine, abbiamo stili piuttosto diversi.

 

Mentre Mr Giobblin  ed io ci dibattiamo nell’attuale crisi di identità – sono io ad assomigliare a lui, o è lui ad assomigliare a me? – inviterei i surfisti a non dare nulla per scontato.
E nel caso specifico, a porsi un paio di domande, del tipo…

 

. perché un blogger che gestisce un blog in cui parla, prevalentemente, di libri e più raramente di film, dovrebbe aprire un secondo blog, per parlare prevalentemente di libri e di film?* A che pro – per poter fare il doppio del lavoro e dimezzare le visite?
. perché un blogger dovrebbe indire un concorso per racconti, parteciparvi con una seconda identità, ed arrivare secondo, premiando se stesso di tasca propria?

 

OK essere deviati – e sa il cielo se la rete non sia zeppa di personaggi deviati che trascorrono lunghe ore a litigare con se stessi per “creare movimento” sui propri blog – ma sarebbe bello, una volta ogni tanto, vedersi far credito di uno straccio di dignità.

 

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* Vero, l’ho fatto – ma si tratta di due blog con focus diversi, in lingue diverse, e l’intera cosa è stata fatta alla luce del sole e senza strani sotterfugi o identità segrete.