strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Dialoghi

OK, l’avete visto in giro, probabilmente ne avete sentito parlare in rete: Amazon si appresta ad attivare una funzione che permetterà di commentare le recensioni.

Io ho già detto la mia altrove, e la riassumo qui: no.
Le recensioni esistono per chi legge, non per chi scrive.
Quando ci si riesce, si ringrazia sempre pubblicamente chi ci recensisce – anche quando è ostile – ma non si commentano le recensioni.
Vi piacciono le regole della scrittura?
Beh, questa è una regola1: non si commentano le recensioni.

La discussione sul nuovo servizio Amazon ha tuttavia portato in luce un’altra faccenda complicata.
Molti autori infatti hanno visto nella possibilità di commentare le recensioni una opportunità per avviare un dialogo con i miei lettori2.

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Davvero? Continua a leggere


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A Google non piacciono i miei titoli

No no, non piangete… non intendo lagnarmi del fatto che ci sia stato un calo di visite sul mio blog a causa del malvagio motore di ricerca che tutti amano odiare*.

6_logo_predesignIl discorso è questo – dopo il terremoto causato sul web dall’implementazione dei nuovi algoritmi di ricerca, i famigerati Panda e Pinguino, molti siti che si occupano di SEO (Search Engine Optimization) si sono premurati di provare a dare dei suggerimenti ai blogger ed agli amministratori di sito, su come aggirare il drastico taglio alle visite causato dai cambiamenti.

In breve – piange il blogger: avevo 1000+ visitatori al giorno, ora ne ho solo 450, come posso fare per tornare agli antichi fasti?

Tutti i siti, a cominciare dalla pagina preparata all’uopo dai miei padroni di casa di WordPress, dicono più o meno le stesse cose.

Il primo suggerimento, abbastanza curiosamente, è che dobbiamo avere dei contenuti originali e di qualità.
Google ama i contenuti originali e di qualità

E fosse l’unico, potrei aggiungere – io faccio un post su un vecchio titolo della Fantacollana degli anni ’70, e in capo a una settimana almeno altri tre blog recensiscono lo stesso libro.
Questo, è amare i contenuti originali e di qualità.

Ma ammettiamo che io abbia dei contenuti originali e di qualità, è sufficiente?
Basta, la certificazione stile “Settimana Enigmistica” – vanto decine di imitatori – perché Google mi voglia bene?

Apparentemente no.
Google vuole anche che i miei contenuti originali e di qualità siano univocamente identificati come miei – vuole poter mettere la mia foto vicino al link sulla pagina della ricerca.
Vuole, in altre parole, attribuirmi il merito.
Il che, ammettiamolo, è molto di più di quanto facciano quei tre blogger quando vengono colti inopinatamente dall’ispirazione di recensire gli stessi libri che ho recensito io.

SEO avanzato, al massimo livello

SEO avanzato, al massimo livello

Ora… Come faccio a mettere la mia faccia di fianco al link?
Devo essere utente registrato, avere un profilo G+ e poi… mah, dipende.
C’è una procedura abbastanza bizantina, se siete blogger su WP.com, ma a me l’ha spiegato un contatto indiano che si occupa di SEO avanzato, e l’ho fatto abbastanza alla svelta, e non è servito a nulla.
Ma è ok, uno ci prova.
Mica deve per forza funzionare, no?

Basta questo?
Contenuti di qualità e originali univocamente attribuiti (se mai Google si deciderà a indicizzarli)?

No.
E qui viene la parte veramente divertente.
Il titolo dei miei post.
Il titolo dei miei post deve contenere le parole chiave del post medesimo.
Non i tag o le categorie, badate bene, ma le parole chiave.
Faccio un post sugli spaghetti all’amatriciana?
Il mio post dovrebbe contenere le parole “spaghetti” e “amatriciana” nel titolo.
E nel corpo del testo.
aaaaaaVerrebbe insomma una cosa così…

Come preparare gli Spaghetti all’Amatriciana

In questo post, parleremo degli spaghetti all’amatriciana, ed in particolare di come si preparano gli spaghetti all’amatriciana.
Ora, per preparare degli squisiti spaghetti all’amatriciana, servono, prima di tutto, degli spaghetti, diciamo dei DeCecco numero 12, ai quali poi aggiungeremo un delizioso sugo all’amatriciana.
Il sugo all’amatriciana si prepara con…

Ecco.
Una cosa del genere, schizzerebbe in testa alle ricerche per, l’avete indovinato, la stringa spaghetti all’amatriciana**
E chiunque cercasse come si preparano gli spaghetti all’amatriciana (voi non ci credereste, credetemi, voi non ci credereste…) troverebbe questo ipotetico post**.

La cosa interessante, e della quale mi piacerebbe discutere, è come una scelta sostanzialmente di software, di programmazione, di filtratura, di parsing, una cosa che riguarda insomma essenzialmente delle macchine, possa diventare una imposizione stilistica.
Per me, e per voi -che siamo delle persone (o proviamo ad esserlo).
Perché, al fine di ottenere i massimi risultati, non devo essere solo originale e di qualità – devo anche e soprattutto scrivere articoli…
Brutti.
Banali.
Privi di uno stile – perché ricordiamolo, lo stile è l’infrazione consapevole delle regole secondo un modello caratteristico dell’autore.

I due recenti post sul Leprotto Prussiano sono un buon esempio – le ricerche in Google per “immaginazione”, “scuola”, “educazione”, non porteranno quei due post in evidenza, perché hanno un titolo… “sbagliato”.

Certo, si tratta di un titolo non più sbagliato de I Tre Moschettieri, di Dumas – che il povero Google non riuscirebbe a portare in evidenza, perché, come già fece notare Umberto Eco, in effetti il libro parla del quarto moschettiere.

La scelta di un titolo – per un libro, un articolo, un racconto, un quadro o un post su un blog – è essenziale.
Il titolo è la prima cosa che si vede e, con un po’ di fortuna, è ciò che acchiappa il lettore ed è ciò che il lettore ricorderà, parlando con altri di quanto sia stato divertente leggere quel libro, articolo, post o quel che è.

Il fatto che ci si debba adattare a creare titoli -e prosa – che piacciano a delle macchine, è una scelta drammatica e dalle conseguenze colossali.

Perché le macchine seguono parametri che non hanno nulla a che fare con l’immaginazione***, e vogliono materiale originale e di qualità, ma sostanzialmente noioso.
———————————
* Certe cose le fanno solo quei blogger stupidi dei quali poi i blogger intelligenti parlano male quando si intervistano fra loro.
Solo che loro non li chiamano stupidi, li chiamano “stronzi” – perché loro sono in gamba.

** Invece ora, abbastanza ironicamente, sarà QUESTO post a comparire in vetta alle ricerche per spaghetti all’amatriciana.

*** Ma guarda un po’ chi si rivede.


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Come potete essere utili – una Top Five

Una top five anomala, per aprire questa settimana e segnalare che sta arrivando il periodo dei post disimpegnati delle vacanze.

Anomala, questa top five, perché vuole essere non solo un giochino, non vuole lanciare un meme, ma vuole essere di aiuto e supporto ai blogger, che troppo spesso sentono come un senso di vuoto, come se il vasto mondo là fuori non li considerasse.

Ecco quindi cinque modi in cui i blogger possono essere utili alle persone là fuori.

blog1 . Come cassa di risonanza – potete fornire esposizione a progetti ed eventi organizzati da altri, aiutarli a spargere la voce, ampliare il bacino di utenza dell’iniziativa, darle risalto, persino darle una certa dignità (“ne parlano anche alcuni blog…”)
In fondo non costa nulla, e se andrà bene gli organizzatori potranno far notare quanto anche la blogsfera abbia recepito l’importanza dell’evento.
Se dovesse andar male, naturalmente, sarà evidente che i blogger avrebbero potuto fare di più, ma non sono poi così affidabili.
D’altra parte si sa, giusto, che non sono affidabili?

2 . Come fonte di contenuti – perché la rete ha fame di contenuti, ma non solo: ci sono articoli, tesine, proposte da documentare.
Il semplice copia-incolla dal vostro blog può risparmiare ad una persona che non ha tempo per sciocchezze come bloggare, la fatica di doversi spremere le meningi o, peggio, documentarsi. Il vostro materiale potrà essere riciclato e spacciato come farina del sacco altrui – sempre meglio di Wikipedia, perché a copiare da Wikipedia si viene beccati in un attimo.

3 . Come passepartout – perché, per sconcertante che possa essere, presso certi ambienti il blogger ha una sua mistica, per cui presentarsi in compagnia dell’amico blogger che ha n-mila lettori al giorno potrebbe essere un buon modo, per alcuni, per arrembare contatti accademici, assessori, consiglieri, autori, editori, glitterati vari.
Non che il blogger serva a qualcosa, badate, ma averlo a portata di mano è un buon modo per aprire certe porte, per attaccare certi bottoni che altrimenti non si potrebbero attaccare.
Qualora andasse male, la figura dell’invadente la facciamo fare a lui.
Se invece andrà bene, poi il blogger lo si sgancia.
Non è un problema.

36_258698_unbekannt_galley-slaves-of-the-barbary-corsairs4 . Come fornitore di skill ad hoc – perché nessuno può sapere tutto, ma alla pari dei contenuti dei blog, le conoscenze dei blogger sono là fuori per essere usate, e sono gratuite; questa è gente che lo fa per passione (= NON PER SOLDI!) e quindi una mail ben studiata, che esponga il più chiaramente possibile il problema, probabilmente risulterà in una rapida spiegazione del problema stesso, un elenco delle possibili soluzioni e magari anche una webbografia.
La mail di risposta si chiuderà probabilmente con una frase del tipo “spero che queste info possano tornarti utili, nel caso fammi sapere se posso aiutarti ulteriormente.”
Che fresconi!

5 . Come antistress – perché è sempre possibile guardare al blogger e dirsi che, sì, ok, ma alla fine cosa ha concluso nella vita? Ha un blog, wow, sai che roba.
Un dilettante con manie di grandezza, uno che parla anziché fare, uno che non ha le qualifiche necessarie per farlo seriamente, uno che è meglio perderlo che trovarlo.
Non certo confrontabile con chi ha organizzato eventi ampiamente pubblicizzati, prodotto articoli dettagliati, incontrato gente, fatto cose…
Senza contare che poi, magari è una blogger, e allora sarà possibile infestare viscidissimi la sua area commenti, assumere toni di superiorità,  tempestarla di profferte oscene, e in generale, titillarsi con la convinzione di essere dei meravigliosi maschi alpha che portano avanti la loro sofisticata opera di seduzione.

E poi, naturalmente, il bonus…

6 . Come fonte di legittima indignazione  – ma questa forse non c’è bisogno che ve la spieghi, vero?

Visto?
Non è il caso di buttarsi giù, amici della blogsfera.
I nostri blog rendono migliore la vita di un sacco di persone.


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Barbonismo digitale international

E se facessi un pork chop domenicale?
Del tipo… ricordate la vecchia faccenda del pagare i blogger?

Qualora vi mancasse, quella parte della storia, la storia faceva pressappoco così…

Visto che produco contenuti di qualità per il diletto di un pubblico, perché si dice che io non meriti un compenso?
Perché lo fai per passione, imbecille, mica per soldi – e se dovessi pagare per leggerti, smetterei semplicemente di leggerti, tanto chissenefrega.
Sì, ok, ma e la dignità dell’autore? E il rispetto? E pagare le bollette?
Ma vaffanculo, mica ti ho chiesto io di scrivere! Trovati un lavoro, stronzo!
E se mettessi un semplice bottone per le donazioni libere?
Dimostreresti di essere un barbone.

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ah, i bei tempi delle gilde e delle corporazioni!

Ecco, più o meno così.

La caciara sui blogger barboni è certamente uno dei tre o quattro eventi degli aultimi mesi alla base dell’attuale senso di stanca che gran parte dei blogger che conosco provano nei confronti del blogging.
A nessuno piace sentirsi dire “ti leggo perché sei gratis.”
A nessuno piace sentirsi come le patatine mettono sul bancone del bar all’ora dell’aperitivo – non le hai ordinate, ma le mangi ugualmente.
A nessuno piace sentirsi fare certi discorsi da persone che sventolano la propria integrità e la gratuità della passione, salvo poi aprire siti web col pulsante per le donazioni, o essere tra i promotori di discutibili “certificazioni professionali” per web-writer.

La mia opinione?
Sul mio blog ci sono pulsanti per le donazioni, una variegata wishlist, persino il pulsante per i bitcoin.
Non vi obbligo a pagare.
Ma se volete, vi rendo estremamente facile esprimere il vostro gradimento.

Che, guardacaso, scopro essere il punto di questo bell’intervento di Amanda Palmer, alias Signora Neil Gaiman.
Che merita di essere ascoltato.
Anche se lei, naturalmente, non ha una certificazione come public speaker che ne giustifichi la dignità.


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Lettori freelance

Ieri sera ho scoperto di possedere una ulteriore qualifica professionale.
Non qui, naturalmente, nel paese dei palloni e delle veline, ma là fuori, nel grande mondo inesplorato.

Là fuori, ho scoperto, esiste una categoria professionale chiamata professional reader.
Ed io sono stato certificato come tale.
Folle, eh?

Chi sono, i professional reader?
Recensori.
Critici.
Insegnanti.
Tutti coloro che, per svolgere la propria professione, devono leggere esercitando una serie di capacità che li distanziano dai lettori non professionisti, che macinano il libro e non ci pensano più.
I professional reader sono persone in grado di valutare la qualità di un testo, di esprimere una opinione informata, di arricchire in qualche modo il testo che stanno leggendo, condividendo con gli altri questo extra, o fornendo all’autore o all’editore una serie di informazioni tali da migliorare il prodotto.
Professionisti.

Nella categoria rientrano anche i blogger.
Non, badate, quelli che bloggano sul loro gatto o vi dicono che Bradbury fu un autore marginale nell’ambito del fantasy, non quelli che sparano cazzate tentando di legittimarle con due dosi di machismo e una di turpiloquio, o quelli che se la spacciano.
Quelli di qualità.
Se bloggate legittimamente e con un certo livello di qualità riguardo alla lettura ed alla letteratura, potete aspirare al titolo di lettori professionali.

E chi decide, mi chiederete ora?
C’è un albo?
Ci sono dei corsi professionali?
Cosa impedisce a uno laureato in materie scientifiche, rude meccanico che probabilmente sfoglia le pagine con le noicche dei pollici, di fregiarsi del titolo di lettore professionista in barba ad un raffinato intellettuale che ha studiato lettere e discusso una tesi sull’argomento?
Chi si permette di equiparare un blogger ad un recensore che dopotutto viene stipendiato da un giornale, una rivista, un portale web*?
Chi determina, in poche parole, la qualità?

Beh, voi non ci crederete, ma a decidere sono gli editori – di solito attraverso agenzie di valutazione esterne.
Esistono servizi nei quali voi presentate le vostre credenziali – di insegnati, critici, blogger – e poi venite valutati sulla base di ciò che avete messo online.
E se è vero che la frequenza dei post e il numero dei lettori incide, la qualità dei contenuti è comunque un fattore nella valutazione.

E nel momento in cui vengo riconosciuto come lettore professionista, cosa succede, mi pagano?
Sì.
Orrore e raccapriccio, vengo pagato per fare ciò che mi piace.
Per ciò che è, indiscutibilmente, una mia passione.
Gli editori mi mandano i libri perché io li recensisca.
O addirittura, perché io segnali le brutture, i refusi, le imprecisioni.
Ed io vengo pagato.
Pagato in merce.
Pagato in buoni.
Pagato in valuta elettronica.
Pagato in quattrini.
Pagato in reputazione.
Dipende dai servizi, dagli accordi, dal tipo di rapporto con gli editori e le agenzie.

Professional reader.
Ed ora, tutti in coro – ma in questo paese non potrebbe mai funzionare.
O preferite quella su come una simile scelta metta in dubbio l’integrità del recensore?

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* Beh, magari dal portale web no.
Il portale web potrebbe dargli solo visibilità.
ed una grande opportunità, naturalmente.