strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Angeli di Shanghai

Si discuteva dell’utilizzo della musica per caratterizzare i personaggi in una storia.
Beh, stamani, un brano musicale mi ha risolto non solo un problema di caratterizzazione, ma mi ha permesso di definire il rapporto fra due dei personaggi principali nel progetto che sto mettendo in piedi.

Non scendiamo eccessivamente nei dettagli:
Diciamo che la storia ruota attorno ad un opportunista occidentale un po’ stropicciato e ad una idealista orientale tagliente e flessibile.
Niente di sommamente introspettivo.
Parliamo di una storia d’avventura.

Ora, un grosso problema nel gestire le coppie (io amo le coppie, sono cresciuto con John Steed & Emma Peel) è che è difficile mantenere un equilibrio – uno dei personaggi rischia di rimanere schiacciato.
O, peggio, molto peggio, si rischia di finire in quei battibecchi che ne L’Uomo Ombra di Hammett venivano benissimo (si vedano i film relativi, con William Powell e Myrna Loy), ma che in mano ad un mero essere umano dopo tre pagine suonano esasperanti.
L’ho visto capitare.
Mi è successo.

Serve allora una misura, un ritmo, sul quale sintonizzare il dialogo fra i due.
Ricordando che esistono ruoli definiti, che il sidekick ha il potere di dire ciò che l’eroe non può (o viceversa, come in Grosso Guaio a Chinatown – dove il sisdekick è eroico e focalizzato, e l’eroe è un bluff).
Insomma – strutturalmente parlando, un bel problema.
Però – se posso rappresentare la struttura della mia storia con una linea ondulata, allora posso fare altrettanto con i dialoghi e le relazioni fra personaggi.
E cosa c’è di meglio, per rappresentare un andamento altalenante, di un bel brano musicale?

E quindi…

Bello liscio.
Ascoltatelo fino in fondo.
Apprezzate l’oscurità sottostante.

Però, chissà, forse lo sento solo io, perché ho i personaggi in testa.


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Bach e le gemelle

Ho scovato un disco che pensavo fosse una cosa – e invece era un’altra.
Meglio, molto meglio così.
Ma che non si sappia in giro sennò faccio la figura dell’incolto.

Dunque, Bach.
Ero all’università quando scovai Bach: Concertos for Two & Three Keyboards, su etichetta della CBS Msterworks, durante una delle mie pause pranzo in cui acquistavo dischi anziché panini.
Non conoscevo le due pianiste ritratte sulla copertina, Guher e Suher Pekinel, ma il volto barbuto e ridanciano di Bon James era una garanzia.
Bob James era – e rimane – uno dei miei jazzisti preferiti… anche se quelli che se ne intendevano dicevano che faceva fusion, non jazz.
Balle.
Bob James aveva suonato con Tom Scott (fatto che ne faceva gà di per se una leggenda) ed era un arrangiatore da urlo, e tanto mi bastava.
Arpionai quel disco scontatissimo e scoprii un piccolo capolavoro.
Perché era J.S. Bach, non c’era dubbio – ma riarrangiato da James e suonato dalle due avvenenti fanciulle su un mix di strumenti a tastiera classici e moderni.
Era, in altre parole, jazz.

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Jazz a Shanghai

Devo ringraziare Orlando – per il suo commento al terzo blocco di Fiacchi & Soporiferi.È stato cercando dei brani musicali per circostanziare le mie considerazioni a partire dal suo commento, infatti, che ho scoperto un disco che in qualche modo era passato, quattro anni or sono, sotto ai miei radar.
E che è probabilmente la cosa migliore sentita finora in questo poco impressionante 2010.

Scoprii Bob james all’università – attraverso le sue incisioni di Bach e Scarlatti fatte col synthorch.
È stato principalmente attraverso Bob James che ho scoperto il legame fra musica barocca e jazz, ed è stato attraverso Bob James (soprattutto gli album 12 e All Around the Town) se ho deciso che dopotutto ‘sta faccenda del jazz non era poi male.
Poi, alcuni possono storcere il naso e dire fusion, o smooth jazz, o chissà che altro…
Io a Bob James devo molto, in termini di cultura musicale, e di superamento di certe gabbie classificative.

E così, ravanando per la rete durante la notte, inciampo su un progetto del 2006 che si intitola Angels of Shanghai.
E, che diavolo!, è proprio Bob James – con la sua solita camicia aloha, magari un po’ più stempiato e grassottello, ma con quelle due manine sul pianoforte che… ah!
Il progetto è semplice – mettere insieme un gruppo con strumenti moderni e con una rappresentativa completa di strumenti tradizionali cinesi, e farci un po’ di jazz.

Il risultato – esclusi un paio di cedimenti un po’ commercialini – è più che notevole.
Musica adatta al tramonto, con un bicchiere di chinotto Abbondio e un po’ di tempo peprima di andare a cena.
Si adatta alla campagna circostante, ma anche a certi paesaggi urbani.
Buono.
Molto buono.

E va anche bene per fare T’ai Chi.

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