strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La paura dell’ignoto può essere utile

Ieri ho commesso, credo, un passo falso.
Si chiacchierava, con la mia amica Lucia, di come l’attuale situazione di quarantena, e la pandemia, e tutto il resto, stiano generando reazioni scomposte su un fronte molto ampio. O, per dirla coi termini della Scuola di Vienna, c’è un sacco di gente che sbrocca.

Quella che era partita come una piacevole vacanza, con la nazione unita contro il virus, che cantava sui balconi per affermare la propria speranza in barba al contagio, si è trasformata in una specie di rissa, con i fautori della “dittatura dei virologi” da una parte, che non aspettano altro che di uscire di casa e leccare tutte le persone che incontrano in un gesto di sfida al potere totalitario che ci vuole bloccati a casa, ed i sostenitori della linea dura, “da soli a casa fino al 2030”, che vorrebbero sparare a vista a chi cammina per strada e bombardare le spiagge, a prescindere.

La realtà, come al solito, è un po’ più complicata di così.

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Il dharma del fantasy

Capita di incontrare i libri più strani.
O forse così strani non lo sono.
Esisteva una Fisica di Star Trek, giusto?
Perché allora non un Dharma del Fantasy?

Leggevo sul blog della rivista Tricycle una interessante intervista a David R. Loy, uno dei principali studiosi della dimensione morale dell’insegnamento buddhista.
E spulciando la bibliografia del nostro uomo, scopro che ha scritto un libro sulla letteratura fantasy.

Posso farne a meno?

The Dharma Of Dragons And Daemons: Buddhist Themes In Modern Fantasy è un libro che intende esplorare i contenuti vicini alla dottrina buddhista della letteratura fantasy.
Ora, freniamo l’entusiasmo.
Qui non ci sono i sutra di Conan il Barbaro.
I koan di Fafhrd e del Gray Mouser.
E se anche una prospettiva buddhista sui lavori di Michael Moorcock avrebbe certamente portato a considerazioni interessanti, qui non si parla di Elric.
O di Corum.
O di Dorian Hawkmoon.

Loy si concentra sull’opera di Tolkien, Ursula K. LeGuin, Michael Ende, Philip Pullman e Hayao Miyazaki.

OK, avete venti secondi per fischiare e tirare palline di carta.

Il fatto è, vedete, che concentrandosi su titoli estremamente popolari, il testo può raggiungere un pubblico molto ampio, insinuando nel cervello diqueste persone che potrebe esserci qualcosa di più, oltre agli elfi dalle orecchie a punta ed alle spade magiche, nella letteratura fantasy.
Che potrebbe trattarsi, che si tratta, in effetti, di unaletteratura con una sua dignità, e dei contenuti elevati.

Ed in effetti si tratta di un buon libro.
La discussione è interessante e accessibile, ed illustra come certi temi – che l’autore lega più o meno strettamente agli insegnamenti del Buddah, siano in realtà tanto universali da esere penetrati nell’opera di autori che spaziano sull’intero spettro filosofico-culturale, dal cattolicesimo spinto di Tolkien all’ateismo conclamato di Pullman.
L’autore non vuole fare propaganda o proselitismo.
È come se dicesse, “Ma guarda! Anche qui…”

Non ci sono tesi arbitrarie o conclusioni tirate per i capelli, e gli autori dimostrano una conoscenza ed una passione per il fantastico pari a quella – ovvia – per il buddhismo.
E non poco senso dell’umorismo.

Lettura estremamente stimolante, resta da vedere se archiviare il libro sullo scaffale della critica letteraria o della filosofia…

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Due libri usati

Ma chi voglio prendere in giro?
Pensate davvero che riuscirei mai a resistere ad un libro che abbia sia Stonehenge che Samarcanda nel titolo?
Ovviamente è impossibile.

From Stonehenge to Samarkand, di Brian Fagan, è uno dei libri che mi terranno compagnia per il mese di agosto.
Fagan, che ho conosciuto come paleoclimatologo, è anche un valido autore di divulgazione nell’ambito dell’archeologia.
Il volume che mi ha agganciato fin dal titolo è una storia del turismo archeologico – da Erodoto ai tour organizzati – e mescola stralci di testi classici al percorso di Fagan nell’evolvere dell’idea che si possa viaggiare nello spazio (geografico) per esplorare il tempo (storico).
Da Ninive alle Piramidi, dalla Via della Seta alle città perdute degli Inca, il libro – bello solido, ben rilegato, ricco di fotografie – è una specie di bignami della letteratura di viaggio, con in più l’esperienza del divulgatore a colmare gli spazi vuoti.
La bibliografia da sola minaccia di tramutare la mia carta di credito in una cialda abbrustolita e fumante.
Pagato un euro, per qualche supposto danno alla copertina che tuttavia non riesco a rilevare.

A fargli da controparte, nella quiete ferragostana delle colline del Monferrato, un volume che pare fatto apposta – Adventures with the Buddha, un “Personal Buddhism Reader” curato da Jeffrey Paine, giornalista americano specializzato in affari orientali.
In questo caso, la narrativa di viaggio è al servizio della ricerca antropologica e religiosa.
Paine si occupa di quelle persone che hanno utilizzato l’esplorazione dello spazio esterno per entrare in contatto con il prorpio spazio interiore.
La storia dell’incontro tra oriente e occidente, e degli occidentali con il buddhismo in tutte le sue forme, è una storia di viaggi, ed il volume raccoglie – come il precedente – stralci di testi eccellenti, da Alexandra David-Neel a John Blofeld, fino a Sharon Salzberg e Michael Roach.
Il volume, un bel rilegato rigido riccamente illustrato, mi arriva per un centesimo dopo che la Biblioteca di Brooklyn ha deciso di liberarsene.
È avvolto nella solita copertina di plastica antiproiettile delle biblioteche americane, e perciò starà comodo in uno zainetto durante le scampagnate a base di panini e acqua fresca sulle colline qui attorno.

Sarebbe bello poter girare il mondo – ma con la borsa di studio per il dottorato posso al limite permettermi una notte brava ad Acqui Terme.
Non potendo viaggiare il corpo, facciamo viaggiare il cervello…