strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Viaggiatori stazionari

Si parlava ieri, durante l’ora d’aria qui nel Blocco C, di come debbano sentirsi in questo momento i travel blogger, nel vedere il proprio lavoro svanire per il prossimo futuro. Perché se c’è una cosa che è chiara è che dopo questa facenda del COVID-19, viaggiare non sarà più la stessa cosa.

I pernotti in hotel e resort a spese della gestione in cambio di servizi fotografici e recensioni, i vlog ripresi dalla sala d’attesa degli aeroporti, gli eventi, i festival, il semplice camminare fra la gente in posti diversi, lo stile di vita nomade con tutti i suoi vantaggi e la sua mistica, sono cose del passato. Una intera industria è, di fatto, morta, con tutto il suo indotto – le compagnie aeree chiedono incentivi, albergatori e operatori del settore vedono avvicinarsi la fine, e sì, anche i travel blogger rischiano l’estinzione.
Niente incentiovi, per loro – dovranno “reinventarsi”.

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Nudo

Hiroo Onoda non voleva fare il militare, o per lo meno così dicono. Ma era nato nel 1922 e quindi arrivato a diciott’anni, nel 1940, venne arruolato nella fanteria dell’Esercito Imperiale Giapponese. Venne addestrato nel Futamata Bunkoo per compiere azioni di guerriglia, e nel 1944 venne sbarcato a Lubang, nelle Filippine. Non fece granché guerriglia, perché i suoi superiori non glielo permisero – era considerata un’attività disonorevole. Poi, il 28 febbraio 1945 gli americani sbarcarono a Lubang, e il tenente Onoda e tre commilitoni riuscirono ad evitare la cattura, si addentrarono nelle foreste che coprivano gran parte dell’isola, e si diedero alla macchia, svolgendo attività di guerriglia contro gli yankee.

Nell’Ottobre del ’45 Onoda e i suoi tre compagni trovarono nel fitto della foresta un volantino che diceva “La guerra è finita il 15 di Agosto! Venite fuori dalle montagne!”
Un ingenuo espediente degli americani, ovviamente.
Onoda e i suoi uomini proseguirono la loro attività di guerriglia.

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Sul tetto, sotto la pioggia

È statisticamente dimostrato che i miei post sulla musica non interessano a nessuno.
Non che questo mi preoccupi particolarmente.
Mi pare allora il caso di fare un post su un gruppo musicale che seguo da sempre (dai tempi del liceo*) e che a quanto pare ci ricordiamo in due.
No, in tre**.

Ed è strano, che ce ne ricordiamo in pochi, perché non solo la band fu estremamente popolare, ma è anche responsabile di un catalogo di musica eccellente.
Ho quasi tutti i dischi, qui sullo scaffale, a cominciare dal vinile di Rain Dances acquistato per capriccio nel… mah, 1984?
Sì, sto parlando dei Camel.

Camel-1977-Rain-Dances-BackNon so cosa mi spinse ad acquistare Rain Dances nell’84.
Il fatto che costava nulla, certamente.
La copertina.
La foto dei Camel.
Mah!
Per una misteriosa coincidenza, nell’84 usciva un album, Stationary Traveller, che è poi quello di cui volevo parlare qui.
cover_2132226112010Ho usato l’espressione “Stationary Traveller” per descrivere una delle mie qualifiche professionali qualche giorno addietro***, e mi sono reso conto di quanto quel vecchio CD sia consumato per l’uso, quanto abbia costituito una colonna sonora per molti momenti della mia vita sedentaria.

Stationary Traveller è un disco a tema – tutte le canzoni contribuiscono a raccontare una storia****.
Nella fattispecie, una storia ambientata durante gli anni della guerra fredda, in una Berlino divisa.
In un classico setting da spy story, la narrazione prende tuttavia una piega diversa.
L’idea è quella di scappare dall’altra parte – il senso di insicurezza e di pericolo imminente, di malinconia e di libertà cercata, immaginata, desiderata.
Berlino Ovest come un paradiso promesso e irraggiungibile, come destinazione di un viaggio sostanzialmente stazionario.

Up to the rooftop, out in the rain…
And I’m looking out over West Berlin.
Feeling freer now than I’ve ever been.
When the sun sets over West Berlin,
I’ll be leaving,
I can’t come back again.
And I’m looking out over West Berlin,
West Berlin.

Mi posso allora ricollegare al discorso fatto da Fabrizio  Borgio sul post di ieri

Il cinema racconta con le immagini in movimento, la letteratura, quelle immagini non le deve mostrare, bensì evocare.

La musica, anche, a modo suo, evoca.
È un film senza immagini.
E quella dei Camel, in particolare – su questo disco e su tanti altri (The Snow Goose, Nude, Rajazz… ne parleremo, magari) – è musica creata per evocare un’atmosfera, e per definire, suggerire gli elementi non verbali di una storia.
Così…

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* Un giorno dovremo discutere del perché gli anni del liceo siano stati un periodo di così fertile scoperta musicale.

** Agli altri due: so chi siete e mi aspetto una confessione nei commenti.

*** Le altre qualifiche includono Orientalist Anonymous, Armchair Adventurer e Theoretical Archaeologist.

**** Ci fu un tempo in cui si facevano cose del genere, poi divenne sorpassato e vagamente ridicolo, poi sembrò tornare in auge, come pratica, oggi potete comperare i singoli brani in mp3 quindi ha un po’ poco senso.