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Il principe dal mantello scarlatto

Mi capita di compiere gli anni, di tanto in tanto, ed è un’occasione per sperperare in libri una parte dei miei miseri risparmi (incredibile che io riesca ancora a mettere da parte qualcosa per le letture, di questi tempi). Di solito durante l’ultimo weekend di maggio posto una lista delle mie prede – libri acquistati, libri regalati da amici.
Ma qui ed ora, mi prendo un post per segnalare uno dei regali più graditi di questo cinquantaquattresimo compleanno (Cinquantaquattro? Possibile? Ci deve essere un errore…)

Come diceva quel tale, “arrivati alla mia età non si legge più, si rilegge”, ed infatti questo volumone che siede ora sul mio scaffale è un “doppio” – ho già letto tutti e sei i romanzi che contiene, in un passato lontano ed ormai ammantato dalle nebbie del mito.
Ma questo naturalmente sigifica che possiamo parlarne con cognizione di causa.

Ennesima proposta della collana I Draghi Mondadori, Il ciclo del Principe Corum è un bel volumone cartonato di quasi ottocento pagine, e raccoglie sotto alla sua copertina i sei romanzi che Michael Moorcock dedicò, negli anni ’70, ad una nuova incarnazione del Campione Eterno – Corum Jhaelen Irsei, che i lettori di Elric hanno già incontrato in compagnia dell’Albino ne La Torre che Svaniva ed in altre storie (ed il cui nome è un anagramma la risoluzione del quale viene lasciata agli studenti come compito a casa)

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Elric

E così l’ho fatto.
Bisogna mettere i soldi dove si è messa la bocca, dicono gli americani.
Perciò, ho consigliato all’amico Mcnab di rileggersi Nehwon aggiungendo che dovrei io stesso rileggermi Elric, e mi sono ordinato una copia in condizioni quasi perfette di Elric, edizione Gollancz.
Sì, ok, la versione ACE è più nuova più colorata e più illustrata, ma io resto fedele a Gollancz.
Anche perché mi arriva a casa per tre euro e rotti.
Fatemi causa.

Io Elric lo conosco da quasi venticinque anni.

Elric mi capitò fra le mani – i due volumoni pubblicati da Nord nella notte dei tempi – mentre ero al terzo anno del liceo.
Avevo letto tutto il Conan su cui ero riuscito a mettere le mani, avevo letto una fetta notevole della benemerita Fantacollana della Nord, ed ormai mi restavano solo una manciata di romanzi, per lo più introvabili – buchi che ancora strillano sul mio scaffale della Fantacollana.
Mi restava ‘sto tizio, questo Michael Moorcock, del quale avevo letto peste e corna in un articolo comparso su una rivista morta al terzo numero che si intitolava S & F – Scienza e Fantasia, mi pare.
Povero Mike – lo avevano fatto a pezzi, collocandolo sul gradino più basso della narrativa fantastica, più in basso addirittura della “pur prolissa” Tanith Lee.
Se Tanith Lee scriveva troppo, Moorcock era, a detta di quel saggio, trito, ripetitivo, privo di fascino, un perpetratore di interminabili cicli tutti uguali, privo di cultura e della più basilare comprensione delle strutture mitiche.
Dici niente.
E poiché quando si è giovani, ed agli inizi di una esplorazione, si tende a dar fiducia ai cartografi che hanno tracciato le poche mappe a nostra disposizione, il mio atteggiamento, nel metter mano al primo volume delle avventure dell’Albino, non era proprio dei più misericordiosi.

Mi aspettavo ciarpame, ed avevo tutti i filtri settati su ciarpame.
Ero ostile, e prevenuto.
Però… copertine di Michael Whelan… già quello avrebbe dovuto dirmi qualcosa…

In quella stessa scorribanda fra gli scaffali della libreria Sevagram, arraffai anche una copia in edizione Orbit di The Birthgrave, di Tanith Lee – se dovevo rotolarmi nel pattume, mi dissi, tanto valeva cominciare dal fondo.

Cominciai col libro di Tanith Lee.
Che risultò essere ben poco prolisso – vero, superava le 600 pagine, ma filava come il diretto Fukuoka-Nezumino ed era… wow!
Sesso, violenza, psicanalisi, stregoneria, politica, il tutto in quello che – molti anni dopo – avrei scoperto essere una venue tipica del planetary romance, o dello sword and sandal.
Con la fiducia un po’ scossa nei confronti del mio cartografo (avanti! non era poi male, no?), passai al Ladro di Anime, prima uscita del pessimamente pubblicizzato Elric di Melniboné.

E decisi di buttare quell’articolo, che avevo letto e riletto.
Perché Elric, è vero, subito dopo Conan, era come passare dall’hamburger al sushi.
Ma c’era sostanza, in Elric.
Il problema è che, letto d’un fiato, in un paio di settimane nell’autunno del… cos’era, il 1983?
Ragazzi che depressione.

Perché Elric, naturalmente, è l’opposto speculare di Conan.
Il cimmero è muscoloso, energico, vitale, con gli occhi azzurri sotto ad una frangia nera?
Il melniboneano è malaticcio e malfermo, debole, gli occhi rossi incorniciati dalla chioma candida.
Conan nasce su un campo di battaglia e si conquista un impero?
Elric perde un impero, e muore su un campo di battaglia.
Conan ha una nuova ragazza in ogni storia?
Elric cerca una relazione stabile, ma tutte le sue amanti muoiono malamente.
Conan diffida della stregoneria e di solito vince ammazzando lo stregone?
Elric è uno stregone, e del genere peggiore.
Conan è solitario e indipendente, padrone e creatore del proprio destino?
Elric è una pedina in un gioco più vasto di lui, ed ogni rivendicazione di indipendenza viene negata con crudele ironia dagli eventi.

Ragazzi che depressione.
Però non era ciarpame.
Era scritto con una prosa facile, veloce, ma un grande occhio per certi dettagli che restano impressi – i colori degli abiti, i suoni ed i colori delle città.

Perché se Elric non è Conan, Moorcock certo non è Howard.
Moorcock è meno semplicistico, porta avanti una filosofia meno spiccia – è maledettamente civilizzato, e come tutte le persone civilizzate si preoccupa delle conseguenze, della morale, della correttezza di ciò che sta spingendo oltre all’azione.
Se Elric ci mostra il crollo della civiltà postulato da Howard, è anche vero che non c’è compiacimento in questa catastrofe, non c’è vita oltre la devastazione, non c’è il ritorno ad uno stato di natura superiore alla civiltà.
Il Nulla è il Nulla è il Nulla.
Finché il ciclo non ricomincia.

E poi c’erano le invenzioni di Moorcock, naturalmente – la Spada Nera, metafora di tutte le stampelle a cui ci si affida per compensare le proprie debolezze reali o presunte, Moongloom l’eterno sidekick dell’eroe, la lotta fra Ordine e Caos che in realtà è una guerra fra dinamica vitale e staticità mortale, e poi i luoghi, Melniboné, Pan Tang, l’Isola delle Statue Urlanti… E questo mondo antichissimo con un passato colossale, profondo quasi quanto il passato delle storie di Lovecraft, certo più profondo del passato Hyboriano…

Non era certamente pattume, e tutto si poteva dire di Mike Moorcock, ma non che era privo di inventiva.
In seguito avrei letto tonnellate di Moorcock, eleggendolo ad uno dei miei autori preferiti – con buonapace di quel vecchio articolo e dell’opinione – che davvero, ho fatto tutto il possibile per condividere, ma proprio non ci sono riuscito – dell’autore.

Le risate che mi sono fatto, leggendo il ciclo della Bacchetta Magica.
E il mal di testa che mi ha provocato Jerry Cornelius!
E poi tutti gli altri – i Danzatori alla Fine del Tempo, Gloriana, il ciclo di Pyat…

Solo con Elric, mi viene forte il dubbio di essere stato ingiusto.
Per tutta la sua facilità, per tutta la sua leggerezza tecnica, era comunque un personaggio troppo sofisticato per un quindicenne cresciuto con Conan il Cimmero.

Ho voglia, di rileggermelo in originale, l’Albino.
Ho voglia di vedere quanto sono cambiato, ho voglia di scoprirlo confrontandomi con Elric.

Ed ora, aspettando il portalettere, un po’ di musica degli Hawkwind ci sta bene…

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