strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Weekend su Marte

martianÈ andata così.
Era da un po’ che volevo buttare un occhio a The Martian, il romanzo di Andy Weir.
Ma come sempre, il mio budget per le letture è attentamente parcellizzato – non c’è un centesimo che non abbia già una destinazione.
E il romanzo di Andy Weir, originariamente autopubblicato nel 2011 e poi ripubblicato da un editore vero nel 2014, è passato in secondo piano.

Poi però, un paio di giorni or sono, sono successe due cose, indipendenti l’una dall’altra.
La prima, l’ebook in lingua originale è stato drasticamente ribassato per 24 ore.
E secondo, proprio in quelle 24 ore ho letto un tale numero di opinioni così incredibilmente cretine sul libro, che ho deciso che dovevo farmi la mia, di opinione.
E così ho acquistato una copia di The Martian, e me lo sono letto durante il weekend.

E sì, si trattava indubbiamente di opinioni cretine.
Ma procediamo con ordine.

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Tutto quello che sai è falso

È cominciato con due mentecatti per radio.
E con l’insopportabile teoria – che ho sentito sostenere da persone educate e niente affatto stupide – secondo la quale gli americani (e quindi gli esseri umani) non sarebbero mai arrivati sulla Luna.
Il fatto che un simile concetto – un simile meme – venga veicolato in heavy rotation attraverso due canali televisivi, oltre che in frequenti passaggi radiofonici, mi inquieta, mi offende e mi irrita.
Ci faccio un post.
Da cui, la domanda di Maria Grazia

perché la tesi del complotto ti è così invisa? Di esserci andati sulla Luna, ci siamo andati lo stesso. Magari un po’ più tardi…

Ok, pork chop express, ladies and gentlemen…

https://i2.wp.com/science.nationalgeographic.com/staticfiles/NGS/Shared/StaticFiles/Science/Images/Content/buzz-aldrin-moon-msfc-6900952-ga.jpgIn prima battuta, la tesi mi è profondamente invisa perché si tratta di una tesi che nega le potenzialità umane.
Svuotati del loro significato politico, i programmi spaziali degli anni ’60 e ’70 rappresentano una delle maggiori imprese compiute dall’uomo.
Guardando la fotografia di Buzz Aldrin nel deserto grigio della superficie lunare dobbiamo ricordarci che

  • nessun uomo era mai giunto più lontano
  • nessun uomo era mai giunto lì prima (beh, ok, Neil Armstrong)
  • quella fotografia è scattata su un altro mondo
  • e Buzz Aldrin è arrivato su quel mondo su una specie di lavatrice

Si tratta della dimostrazione non solo della potenza dell’ingegno umano, ma anche della perseveranza e del coraggio (ci vuole coraggio per entrare in una capsula Apollo, ed una cieca fiducia nella tecnologia) che ci hanno portati dalle savane dell’Africa fin qui – e che ci auguriamo ci portino oltre.

Ridurre il tutto ad un “ha-ha, manica di gonzi, l’hanno girato ad Hollywood!” è avvilente.
È in fondo una eredità di quella forma mentis che ci vuole piccoli e incapaci in balia di divinità onnipotenti e capricciose.
Rimpiazziamo Zeus con un produttore hollywoodiano, con una classe politica manipolatrice e disonesta, con vasti e incomprensibili interessi economici, ma in sostanza non stiamo facendo una critica alla politica o alla società della comunicazione, o dell’economia rampante – diciamo semplicemente che, essendo l’uomo privo della stoffa giusta, ha preferito mentire e millantare successi mai ottenuti che non darsi da fare per ottenerli sul serio.
Ammettiamo la nostra impotenza.
Meglio lasciar fare a loro.

È come sostenere che Shakespeare fosse in realtà sette persone diverse.
Ci sono fior di testi a riguardo, si fanno congressi.
Ed è semplicemente un modo per ribadire la piccolezza e la pochezza dell’essere umano.
Un sol uomo non può creare tanti capolavori – dovevano essere un comitato (un comitato composto fra gli altri da Roger Bacon, Christopher Marlowe e dalla Regina Elisabetta Prima).
Qualsiasi cosa pur di negare il potenziale umano.

Questo, a livello emotivo.

Poi c’è il fatto che, da scienziato, io servo la Verità (fatemi causa).
E la Verità è una padrona inflessibile.
E se qualcuno nega i fatti, io mi indigno.
Che si tratti dell’allunaggio dell’Apollo 11.
Dell’identità di Shakespeare.
O della Shoah.

In fondo, Maria Grazia, se qualcuno ti chiedesse

perché la tesi del complotto ti è così invisa? Di averne sterminati, di Ebrei, i nazisti ne hanno sterminati certamente. Magari solo qualche migliaio e non sei milioni…

Come ti sentiresti?
E c’è chi lo dice.
Pubblicamente.
Parla di fotomontaggi.
Di Hollywood.
Di complotto.
Chissà perché discettare della veridicità del progetto Apollo fa molto X-Files-chic mentre dubitare della Shoah si chiama Negazionismo ed è proprio sconsigliato, salvo all’interno di certi circoli?
Chissà perché i due derelitti non hanno fatto una canzonetta negando la veridicità dell’Olocausto?
Anche quella, come l’allunaggio Apollo o l’identità di Shakespeare, viene messa in dubbio da un sacco di gente, dopotutto.
Però ho come l’impressione che i passaggi televisivi della coppia, a quel punto, non sarebbero stati su MTv.

E ora potreste dirmi che la Shoah è più importante, nel corso degli umani eventi, dell’allunaggio delle missioni Apollo.
Io non credo.
Eventi non confrontabili, certo.
Ma di uguale magnitudine e importanza storica, indubbiamente – uno la dimostrazione del potenziale umano in positivo, l’altra la dimostrazione di quello stesso potenziale in negativo.

E per finire, c’è il problema ontologico insito in tutte le teorie della cospirazione.
Come ha spiegato dettagliatamente Edward Feser in un recente lungo articolo, sottoscrivere un modello cospiratorio comporta sottoscrivere una teoria della conoscenza per la quale, in ultima analisi, la realtà nella sua totalità è assolutamente inconoscibile.
Un bell’esperimento mentale, ma un modello suicida per rapportarsi con la vita di tutti i giorni.

The difference here is sometimes described as a difference between “local” doubt and “global” doubt. Local doubts arise on the basis of other beliefs taken to be secure. You know that you are nearsighted or that your glasses are dirty, so you doubt whether you really saw your cousin. Global doubts have a tendency to undermine all beliefs, or at least all beliefs within a certain domain. You know that your senses have sometimes deceived you about some things, and being a philosopher you start to wonder whether they are always deceiving you about everything.

Nel momento in cui comincio a dubitare della veridicità di fotografie e filmati della missione Apollo, perché non dubitare anche della veridicità di tutto il resto?
Cos’altro è stato girato a Hollywood?
Quale altro personaggio storico non è mai esistito?
La Storia è forse cava? Tutto il quindicesimo secolo se lo sono inventato i gesuiti?

Notice that unlike local doubt, global doubt tends to undermine even the evidence that led to the doubt in the first place. Doubting that you really saw your cousin doesn’t lead you to think that your belief that you are nearsighted or that your glasses are dirty might also be false. But suppose your belief that you sometimes have been fooled by visual illusions leads you to doubt your senses in general. You came to believe that your perceptual experience of a bent stick in the water was illusory because you also believed that your experience of seeing the stick as straight when removed from the water was not illusory. But you end up with the view that maybe that experience, and all experience, is illusory after all.

Un vicolo cieco concettuale.
O, se preferite, una porta aperta a forme di pensiero non scientifico.
Torniamo all’arbitrarietà della Natura, agli dei capricciosi, all’assenza di regole comprensibili.
Una realtà da subire e non da comprendere, perché manchiamno degli strumenti adeguati – tutti ci pigliano per fessi, e ci riescono.
È un tornare ad essere vestiti di pelli non conciate, accoccolati attorno al fuoco, terrorizzati non da ciò che è là fuori, ma da ciò che potrebbe esserci.

Avere paura di ciò che potrebbe essere significa essere molto lontani dalla libertà.


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Due derelitti e un astronauta

https://i2.wp.com/1.bp.blogspot.com/_SpnWlidg_vE/SSGVgIyRPhI/AAAAAAAAAAY/EK53bxugm5o/S220/mafalda.jpgMafalda, il personaggio immortale creato dall’argentino Joaquin “Quino” Lavado sosteneva che ad andare in giro con le orecchie, ci si espone a sentire un sacco di sciocchezze.
Parole sante.

È così che la radio, sintonizzata su un canale qualunque mentre sto portando a termine un paio di traduzioni non retribuite, mi riporta le parole di una canzone che mi obbliga ad interrompermi, per ascoltarla con attenzione.
Insensato infuriarsi per qualche frase colta a caso.
Un paio d’ore dopo, la stessa canzone mi attacca dallo schermo TV, durante una pausa con zapping selvaggio.
Si tratta di due derelitti che zompettano per Milano (presumo sia Milano, e si tratta quindi di un’aggravante), lui limitandosi a fare il derelitto, lei cantando una canzonetta il cui testo essenzialmente nega la possibilità che l’uomo sia arrivato sulla Luna.
Il progetto Apollo viene citato esplicitamente.
Potrei cercare il video su YouTube e piazzarlo qui sotto, ma non voglio fare pubblicità ai derelitti in questione.

Ora, l’idea non è nuova – venne proposta per la prima volta nel 1974 e da allora è stata l’oggetto del dileggio e del fastidio di due generazioni di sostenitori dell’esplorazione spaziale.
Capricorn One, bel film del 1978, aiutò a divulgare questo meme tossico.
Come tutte le teorie della cospirazione, anche l’ipotesi del falso allunaggio chiama in causa un dispiegamento di mezzi e il coinvolgimento di un numero di persone tali, che l’allestimento di un falso allunaggio costerebbe di fatto molto di più che l’autentico progetto Apollo; anche perché richiederebbe un impegno a lungo termine per mantenere il controllo delle informazioni e la lealtà dei complici – qualcosa che la NASA non ha la necessità di fare per i veri allunaggi.

Ma allora, da dove arrivano, questi due derelitti con la loro canzonetta?https://i1.wp.com/www.medaloffreedom.com/BuzzAldrinApollo11.jpg
Perché c’è un 6% degli americani fermamente convinto che sia stata tutta una balla?
Conviene a qualcuno?
O è solo un meme tossico, appunto, un’idea malata che non vuole morire?

Io propendo per l’ultima, e spiego la vitalità di questo memem per motivi che sono, io credo, molteplici.
Da una parte, c’è quella trista masnada di malcontenti che non solo vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto, ma quela metà che c’è per loro è fiele, o veleno. Queste persone faticano ad accettare il semplice fatto che delle persone normali, dedicando tempo e lavoro ad un progetto, possano portarlo a termine.
Più facile, più rassicurante credere che abbiano mentito.
Meglio credere che l’uomo sia incapace di qualcosa di grande, così non ci sarà mai chiesto di fare qualcosa di grande.

Poi ci sono i romantici deviati, quelli che vogliono fate nei giardini, fantasmi nei vecchi castelli e dischi volanti appena oltre l’orizzonte.
Trent’anni di duro lavoro sono troppo prosaici, per costoro – meglio immaginare che sia stata tutta una falsificazione, perché LORO volevano umiliare i Russi, o dirottare fondi verso le operazioni-ombra in Laos, o chissà che altro.

Poi ci sono quelli che non sanno spiegarsi perché, dopo tutto quello sforzo, sia finita così.
Senza pensare che elementi quali la politica ed il crescente disinteresse del pubblico (meglio il Superbowl, vero?) abbiano contribuito.

Ma, come disse Charlie Duke

We’ve been to the Moon nine times. Why would we fake it nine times, if we faked it?

E poi ci sono quelli per i quali sostenere un’ipotesi contraria, per partito preso, è un modo per sentirsi cool.

E quelli che dicono che tutto ciò che vedi in TV è falso – e lo sanno perché glielo ha detto la TV.

Ed ora questi due derelitti – di grande successo, immagino – divulgheranno e popolarizzeranno di nuovo l’idea.
Non i primi, non i migliori (ci sono passati i R.E.M., i Rammstein, e… ehm, James Bond).
Un altro piccolo chiodo nella bara dell’esplorazione spaziale.
Un altro piccolo incentivo a smettere di guardare il cielo, di notte.

Ed io mi infurio, a vuoto.