strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Grand Canyon

“Rispetti me o rispetti la mia pistola?”
“Se non avessi quella pistola, noi non avremmo questa conversazione.”

grand_canyon_ver2Grand Canyon è un film del 1991, diretto da Lawrence Kasdan e interpretato, tra gli altri, da Kevin Kline.
Vi ho già detto che idolatro Kevin Kline, mi pare interessante che compaia in tre film di Kasdan che ho sempre trovato molto affascinanti.
E se la mia amica Lucia sostiene che il migliore è Il Grande Freddo, mentre la mia amica Carlotta fa il tifo per Silverado, io sono sempre rimasto particolarmente affascinato da Grand Canyon.
Sarà per quella sua aura zen.
Sarà perché l’ho visto al momento giusto.

E così, Il Grande Freddo ve l’ho già inflitto, Silverado sta arrivando, oggi tocca a Grand Canyon.
Anche in questo caso scriverò di getto, circa un quarto d’ora dopo aver visto il film.
Vediamo cosa ne viene fuori. Continua a leggere


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Atlanti impossibili scritti da spettri – David Mitchell

david_mitchellQuesto post nasce da alcune chiacchierate fatte negli ultimi giorni, dopo l’uscita del film Cloud Atlas, basato su L’Atlante delle Nuvole di David Mitchell.
Ora, io di film non parlo spesso, e di solito sono film in bianco e nero.
Parlo piuttosto di libri.
E mi ha incuriosito il fatto che la struttura di Cloud Atlas (il film) desti tanta sorpresa e tanto disorientamento in certuni – soprattutto perché la struttura de L’Atlante delle Nuvole (il romanzo) è certo uno degli elementi più interessanti del libro.
E chi segue questo blog dovrebbe sapere ormai, che quando si tratta di struttura narrativa, io parto per la tangente.
E allora, perché non dare un’occhiata alla struttura narativa de L’Atlante delle Nuvole (il romanzo).
Cominciando magari con la struttura di Ghostwritten?

Proviamo.
Cercherò di evitare gli spoiler, ma lo sapete, in questi casi un minimo di informazioni dovrò darvele.

Ghostwritten è il primo romanzo di David Mitchell, ed è il primo lavoro che io abbia letto di questo autore. Se da una parte una fetta dei lettori ancora si interroga se il romanzo sia fantascienza oppure no, dall’altra molti altri stanno ancora discutendo sesia davvero un romanzo, o se Mitchell non abbia barato – spacciando per romanzo una serie di racconti.
Nessuno dei due punti del dibattito diede troppi problemi ai giudici del John Llewellyn Rhys Prize, che premiarono il libro.
E se la questione fantascienza sì/fantascienza no è chiaramente una questione contenutistica, la questione romanzo/raccolta di storie è ovviamente strutturale. Continua a leggere


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Oggetti alla deriva

Questo post comincia senza sapere dove andrà a finire.
È bene che sia così.

Il fatto è che la cosa parte da due eventi accaduti contemporaneamente la settimana passata.

Evento uno – in attesa di un confronto che potrebbe rivelarsi abbastanza complicato, butto un occhio sugli scaffali che mi circondano (siamo in una biblioteca) e la prima cosa che vedo è la costola blu di Terra, di David Brin.
Lo stesso libro che, in paperback, ho in tasca.
Perché quello massiccio con la costola blu ce l’ho a casa.
Una vista rassicurante.

Evento due – scopro che un’amica, a causa di una giovanile e malaugurata collisione con Fra gli orrori del Duemila, di Chelsea Queen Yarbro (fatico a ricordare libri più orribili), edizione Urania, ha quella che potremmo definire una profonda diffidenza per il genere.

Questo mi causa strani rimuginamenti.

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Caso e Inevitabilità

The Certainty of Chance è una bella, strana canzone dei britannici Divine Comedy.
Poiché non mi capita spesso di sentire canzoni che parlino di statistica e processi stocastici (pur virando sul finale su temi romantici classici), è stata una delle prime incisioni dei Divine Comedy ad attirare la mia attenzione.
Ed ora, in capo a poche ore, il titolo della canzone (se non il suo contenuto) mi viene richiamato da tre post estremamente diversi su tre forum estremamente diversi.

Comincio con The Inevitability of Victory, un articolo sulla diffusione di Linux nel quale l’autore osserva…

when I talk with people who never have seen Linux, or with people who’d never seriously consider switching to Linux (in business or for their home needs), most of them talk about not having tried it yet or it not being ripe yet. So the general expectation is that they’ll only stick with (expensive, buggy, hated, …) Microsoft software until they feel confident about switching.

Il che conferma la mia esperienza.

Dall’articolo su Linux rimbalzo su un articolo sull’indipendenza del Montenegro, nel quale si osserva come l’indipendenza del piccolo stato balcanico sia stata raggiunta attraverso una campagna di opinione, nella quale i sostenitori dell’indipendenza semplicemente cominciarono a comportarsi come se il ragiungimento dell’indipendenza fosse inevitabile.

Years before the election they started acting as though Montenegro was a separate country, declaring their own economic policy, negotiating agreements with other countries, and so forth. They created a flag and picked an official anthem. The effect of these actions was to make independence seem natural. Thus by the time of the actual vote, voting for independence seemed natural. The vote was still close—they barely got the 55% they needed—but it did pass.

Le considerazioni strettamente politiche non mi interessano.
Come l’autore del post, anch’io sono molto più interessato all’effetto di un certo tipo di approccio al problema.

the idea I find interesting is this notion of acting as though what you want to happen will inevitably happen. This is quite different from going around arguing that it should happen. It is an argument by action; people will tend to go along with you just because it’s easier. Your goal will seem increasingly natural, and will eventually be achieved. Of course, you can’t ignore what other people are telling you, and indeed you must adapt it. Still, you assume that your goals will win out in the end.

E da qui capitombolo sul blog di Seth Godin, che ha un breve post in memoria di Arthur C. Clarke

In 1983, I was lucky enough to lead the team that turned one of his novels into a computer game, the first time science fiction authors had worked in that medium. His computer game ended up grossing more than most of his books ever did.
He really was a genius.
The most important thing you can take away: Naming things is important. He made magic things real by describing them and talking about them in ways that felt real. Once something feels real, making it real is a lot easier.

Nel momento in cui qualcosa si percepisce come reale, renderlo reale è molto più facile.

Il discorso sull’indipendenza del Montenegro, o sul progressivo affermarsi di Linux.

Dare un nome alle cose.

Una specie di magia.
Nelle culture primitive lo sciamano è colui che dà un nome a ciò che un nome non lo ha ancora.

Ho un amico che a suo tempo fece proprio il paragone fra la figura dello scrittore e quella dello sciamano, arrivando anche ad affermare che in fondo, per diventare scrittori, bisogna prima di tutto decidere di esserlo, e cominciare a comportarsi di conseguenza (scrivendo, ad esempio, e facendo tutto il possibile per essere letti).
Ed Bando Masako, scrittrice giapponese in visita a Torino, mi disse – un paio di anni or sono – che il modo migliore per essere letti è quello di creare un nostro genere, una nostra scuola, un nostro set di regole. Più facile e più appagante che conformarsi a generi e categorie preesistenti.

E nonostante io, come Neil Hannon dei Divine Comedy creda nell’inevitabilità del caso, mi ritrovo sempre piuttosto sorpreso quando così tanti piccoli pezzi cadono uno vicino all’altro, e sembrano formare uno schema.
Il genere di cosa che in un racconto verrebbe bocciato a priori, come poco plausibile.
Come il fatto che il filmato di Certainty of Chance sia stato caricato in rete solo ieri…

http://it.youtube.com/watch?v=JvX3M4bmtj8

Grande.