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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il miglior fantasy canadese del decennio

Quest’anno gli organizzatori del’Aurora Award – che sarebbe il Premo Hugo dei canadesi – hanno deciso di includere una nuova categoria, Il Meglio del Decennio, e hanno in lista una selezione di opere di autori canadesi uscite fra il 2001 e il 2010.

I titoli (o le serie) in gara sono

. Blind Lake by Robert Charles Wilson, Tor Books
. The Blue Ant Trilogy by William Gibson, Berkley
. Malazan Book of the Fallen, Steven Erikson, Tor Books
. The Neanderthal Parallax, Robert J. Sawyer, Tor Books
. The Onion Girl, Charles de Lint, Tor Books
. Under Heaven, Guy Gavriel Kay, Viking Canada

Tre serie, tre romanzi.
E io sono particolarmente soddisfatto perché se è vero che Steven Erikson si porterà probabilmente a casa il premio, perché ha davvero un sacco di fan (il premio viene votato dai lettori canadesi), è anche vero che in lista c’è The Onion Girl di Charles de Lint. Continua a leggere


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Alle foci del fiume Gatto

51ji172kNvLVediamo…
Emma Bull, Will Shetterly, Gene Wolfe, Jane Yolen, John M. Ford, Kara Dalkey, Barry B. Longyear, Megan Lindholm, Nancy Kress, Patricia C. Wrede, Steven Brust, Nate Bucklin, Pamela Dean, Gregory Frost, Charles de Lint, Charles R. Saunders, Walter Jon Williams, Alan Moore e Bradley Denton.
Tutti in uno stesso libro.
O in cinque.

Liavek è un progetto di shared universe avviato nel 1985 e conclusosi nel 19901, e rappresenta uno dei due grandi universi condivisi degli anni ’802.

Triste riflettere su come siano passati venticinque anni.

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Elfi in motocicletta e altro urban fantasy

Questa sera il piano bar del fantastico suona l’urban fantasy.
Non è difficile – settiamo la tastiera elettronica per emulare un clavicembalo, e suoniamo in scala pentatonica.
Nel bene e nel male.

Cominciamo con le note dolenti.
Quando ho scoperto la sua esistenza come genere/sottogenere, l’urban fantasy era una cosa diversa, da quella che trovate oggi sugli scaffali.
Non c’erano ragazze armate di katana, elfi infoiati, licantropi a torso nudo e stregoni che facevano i detective.
Era una cosa molto meno codificata.
E non aveva un briciolo di classe.
Erano gli anni ’80.
Le copertine le faceva Larry Elmore.
E si trattava sostanzialmente di elfi che facevano i bikers.
La serie SERRAted Edge, creata da Mercedes Lackey e sviluppata per Baen Books da un buon numero di esordienti (all’epoca), era frequentemente recensita su Dragon Magazine: paesaggi suburbani, gang, un pizzico di azione hard-boiled, elfi, stregonerie.
Era il cyberpunk del fantasy. Continua a leggere


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La meccanica dei rimpianti

Un ebook per la domanica – qualcosa che costa un euro, e si legge in un’ora se andate lenti.
E poi vi viene voglia di rileggerlo.
E magari di procurarvi altro dello stesso autore.

That Was Radio Clash, di Charles de Lint, è un racconto di venti pagine, originariamente pubblicato nell’antologia Taverns of the Dead, e successivamente ristampato nella collezione Muse and Reverie.
Lo si può acquistare come stand-alone in formato elettronico sul solito Amazon.

Vale un dollaro?
Vale maledettamente un dollaro.

Forse è fantasy.
Forse è fantascienza.
Trattandosi di una storia di viaggi nel tempo, non può essere esattamente fantascienza – ma contiene una razionalizzazione, quindi fateci quel che vi pare.
Di sicuro, è scritto benissimo.

Una ragazza coi capelli blu affoga il dispiacere in una birra, la notte della morte di Joe Strummer.
Un tale al bancone del bar attacca bottone.

Possiamo cambiare la nostra vita, modificando quell’unico punto nodale in cui tutto avrebbe potuto essere diverso?
Ed ha davvero importanza chi canta, o importa la canzone?
E cos’è una vita, se non c’è un impegno ad animarla?

Charles de Lint resta uno dei grandissimi del fantastico contemporaneo.
Continua a sfornare libri splendidi, e da noi non lo conosce nessuno.

Venti pagine sono nulla.
Ma se non avete mai letto niente di questo autore, se vi piace il rock, se vi ricordate di Joe Strummer, se vi siete mai domandati come sarebbe andata se… beh, buttateci un occhio.


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Il meglio del meglio

Charles de Lint è il mio salvagente.
Da tempo, da una decina d’anni, da quando ho scoperto questo autore canadese poco praticato nel nostro paese, mi tengo un paio di suoi libri sullo scaffale, da leggere in caso di emergenza.
Ho sempre almeno una dozzina di libri sullo scaffale d’emergenza, ed un paio sono di Charles de Lint.

Perché de Lint, che è stato definito da alcuni lo Stephen King dei canadesi, è meglio, infinitamente meglio di King.
Perché King al suo meglio è una macchina per costruire narrative efficientissime su trame ingegnose ma non originalissime, Charles de Lint scrive in maniera organica, storie – normalmente storie brevi – estremamente suggestive costruite sul nulla.
E lo intendo come un dato positivo.
Non c’è nulla di massiccio, o di ponderoso, o di scontato, o di prevedibile, in de Lint – anche quando scrive horror.
(oltre al fatto, naturalmente, che Charles de Lint non è rimbambito)

Un esempio?
Traduco a braccio… Continua a leggere


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Coi lupi, e con gli uomini

Uno dei misteri più incomprensibili del mercato editoriale italiano è l’assenza dai nostri scaffali dei romanzi di Charles De Lint.
Con un World Fantasy Award alle spalle – ed innumerevoli altri riconoscimenti – ci si aspetterebbe che qualche astuto editore avesse da tempo messo gli occhi sui titoli del catalogo del nostro.
Considerando che il “giovane” autore canadese pubblica in media tre/quattro volumi all’anno – senza contare i racconti sparsi – e che ha cominciato nel 1983, la scelta certamente non manca.
Eppure, niente.

Sarà perché non ci sono elfi e orchi, nei libri di Charles De Lint.
O, se ci sono, sono parecchio diversi dal polpettone tolkienoide al quale sono ormai abituati i lettori nostrani (e non solo loro).

Uscito da Moxyland, mi sono immediatamente tuffato in The Onion Girl, romanzo del 2001 che da un po’ languiva sullo scaffale.
Da un po’ di anni mi sono imposto la regola di avere sempre una decina di titoli “d’emergenza”, pronti per i momenti di depressione.
Un paio di Charles De Lint, un paio di Glen Cook, almeno un’antologia, un paio di titoli di divulgazione, un paio di saggi storici…
In caso di necessità, rompere il vetro.

The Onion Girl è un bel romanzone, di oltre 500 pagine, con una bella copertina di John Jude Palencar e una bella rilegatura robusta.
Si legge in un fulmine – in due serate, oltre duecento pagine.
E suscita la solita miscela di impressioni che suscitano sempre i lavori di Charles De Lint.

Il romanzo è scritto benissimo, sia in termini di linguaggio che in termini di intreccio.
L’autore riesce a seguire in parallelo quattro vicende apparentemente sconnesse, mantenendo in gioco un cast di una decina di personaggi perfettamente delineati. Il fatto che una manciata di essi non siano propriamente umani alza la posta, ma il gioco riesce perfettamente.

Il romanzo è ambientato a Newford, fittizia cittadina sul confine canadese nella quale la membrana che separa la realtà dall’immaginario è più flessibile e labile che altrove.
A Newford collidono tutte le credenze di tutte le popolazioni che sono passate di lì, dai nativi americani agli immigrati irlandesi e polacchi, e italiani.
Ci sono eco del mondo dei sogni lovecraftiani, e De Lint ammette l’influenza del Gentiluomo di Providence.

La trama?
Travolta da un’auto pirata, Jilly Coppercorn, storica voce narrante delle storie di Newford, si trasforma da osservatrice in protagonista, in motore immobile di una vicenda che si estende per trent’anni, e coinvolge due mondi.
Incidente o attentato? E chi ha vandalizzato lo studio della donna mentre questa giaceva in coma?
Semi-paralizzata in un letto d’ospedale, Jilly sprofonda sempre di più nella depressione e si rifugia nel mondo dei sogni, mentre i suoi amici cercano di risolvere i misteri che la circondano – e che dopo anni di fughe sembrano pronti a sopraffare ciò che resta della donna.

Il romanzo è un fantasy con elementi atipici, un poliziesco sovrannaturale con venature orrifiche, un pugno nello stomaco sui traumi dell’infanzia violata, un ironico ribaltamento di certe mode pseudo-antropologiche, un solido intrattenimento avventuroso.
Ci sono i miti dei pellirosse e le donne che corrono coi lupi, i tarocchi e le cornamuse.
È anche una lunga e complessa disamina del fantastico come cura per l’anima, e della necessità di avere un elemento fantastico nella propria vita.
Ed è un libro pieno di una semplice compassione umana che fa sentire migliori.
Che rende migliori, se se ne adotta una certa filosofia.

Le persone che non hanno mai letto le fiabe, disse il professore, hanno maggiori difficoltà nell’affrontare la vita di quelli che le hanno lette. Non hanno accessoa tutte le lezioni che si possono imparare dai viaggi attraverso i boschi oscuri e dalla gentilezza degli estranei quando li trattiamo decentemente, la conoscenza che si acquista con la compagnia e l’esempio di Pelled’asino e dei gatti che indossano stivali ed i coraggiosi soldatini di stagno. Il genere di conoscenza che filtra su dal subconscio e ti fornisce le strutture umane e morali per vivere la vita. Che ti insegna come prevalere, e come fidarti. E forse persino come amare.

Charles De Lint – scrittore, critico, insegnante e musicista – è chiaramente un romantico, uno a cui piacciono i lieto fine ed una persona che ama profondamente la letteratura e la musica.
Per i miei soldi, è uno dei cinque migliori autori di fantasy attualmente in attività, e certo uno dei cinque autori che bisognerebbe assolutamente tradurre, e proporre in una veste dignitosa.


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Lontano da Newford

Si avvicina l’autunno.
Mentre con un paio di aspirine cerco di tenere a bada un precoce raffreddore, come tutti gli anni mi viene voglia di leggermi un po’ di fantasy.
E come tutti gli anni, ripasso il catalogo di Charles De lint e cerco i titoli che ancora mancano alla mia collezione.
E fra questi (De Lint pubblica con una frequenza inquietante), quello che più si adatta al mio umore.

Casco così (ma sono solo scuse, l’avevo addocchiato da mesi, da che era uscito) su The Mystery of Grace, romanzo fantasy scritto probabilmente per mandare su tutte le furie coloro che sul genere, i suoi caratteri e le sue regole, sanno tutto.

Almagracia “Grace” Quintero è una donna realizzata.

È in ganba, ha un carattere forte, è attraente, è un meccanico di prima classe specializzata in auto sportive e d’epoca, è ben integrata nella vita del suo quartiere ed è rispettata dai colleghi al garage di Sanchez.
Ha una vita tranquilla – se si passal’amore per le automobili e la velocità.
Poi, la notte di Halloween, ad una festa, Grace incontra John – artista in crisi, che è indubbiamente l’uomo della sua vita.
C’è solo un piccolo problema tecnico.
Perché Grace è morta due settimane prima, colpita da una pallottola vagante durante una rapina.

Da qui De Lint sviluppa una storia divertente, anche se comprensibilmente un po’ triste e priva delle banalità che affliggono ormai cronicamente il genere fantastico “popolare” – ma forse è per questo che, al di fuori del mondo anglosassone, Charles De Lint popolare non lo è eccessivamente.
Per questa storia, l’autore canadese lascia alle proprie spalle la cittadina fittizia di Newford (fin troppo frequentata negli ultimi titoli pubblicati) per una località quanto più lontana possibile, nel sud della California, ed un ambiente ed una cultura molto lontani dai suoi territori normalmente battuti.

E scopro troppo tardi che, sull’onda del successo del volume, è stata anche stampata una maglietta, identica a quella indossata dalla protagonista nel romanzo (NON sulla copertina!), e da tutti gli altri dipendenti della Sanchez Motorworks.
I proventi delle vendite della maglietta vanno in beneficenza.
È troppo tardi per ordinarne una per mio fratello, che compie gli anni fra poco, e che ha sempre apprezzato le magliette nere.

Il romanzo è anche una lunga metafora dei concetti di attaccamento e di servitù nei confronti di ciò che possediamo – e si allinea molto bene alle mie recenti letture taoiste e zen.

E se l’apparizione di un cattivo tradizionale o il ripiego su svariate tradizioni spirituali nel finale affloscia un po’ le aspettative, il risultato rimane un romanzo dannatamente buono.
Ed un eccellente romanzo fantastico.
Ottimo fantasy.
E senza neanche un elfo.

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Mulengro

Un post trasversale, perché no?

http://www.eyrie.org/~eagle/reviews/covers/0-312-87399-9.jpgPublicato nel 1985 dal canadese Charles de Lint col sottotitolo “A Romany Tale”, Mulengro è un thriller sovrannaturale “alla Stephen King” ambientato nella comunità Rom di una ipotetica città canadese.
Qualcuno o qualcosa sta uccidendo i Rom che “hanno tradito”, abbandonando lo stile di vita tradizionale per adeguarsi ai parametri standard del Canada moderno, lasciandosi alle spalle la vita randagia per inurbarsi.

Come sempre nelle storie di de Lint, contro al male emergente si trovano schierati individui scettici, confusi e un po’ fuori posto.
Il thriller scorre piacevole, non senza un paio di brividi ad alto voltaggio che non fanno rimpiangere lo Stephen King delle origini.
Ma il vero punto d’interesse è il modo in cui l’autore – esperto di folklore – riesce a documentare le culture in competizione, fornendo un ampio background su Rom, canadesi di ceppo gaelico e discendenti dei nativi americani.
Non un vero e proprio corso sull’interculturalismo, ma cibo per la mente – più che a sufficienza.

Peccato che non l’abbiano mai tradotto qui da noi.
Un paio di casse di libri, spedite presso le sedi del potere con preghiera di lettura, potrebbero rendere meno imbarazzante l’attuale situazione dell’ordine pubblico, e il povero Filippo Facci, sul Giornale [citato dal blog Champ’s Version], non dovrebbe scrivere

Romeno o rom fa lo stesso. È difficile non sapere che i rom corrispondono a un problema sociale e purtroppo criminale. È difficile non sapere che i rom, numeri alla mano, tendono a  compiere reati con regolarità e a non integrarsi nella comunità che li circonda.

Altre cose, invece, puoi anche non saperle …

Se solo avessimo letto, le sapremmo, certe cose.
O saremmo nella disposizione mentale adatta per saperle.
Proveremmo l’impulso ad approfondire, rendendoci conto che potrebbe esserci di più, sotto.
Basterebbe un solo, stupido thriller scritto nel 1985 da Charles de Lint.
E non è neppure la sua opera migliore (pur venendo citato qui, con altri titoli di questo autore, fra i 100 migliori romanzi di tutti i tempi).

Ma in questo paese, il potere della letteratura non è mai stato considerato….