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L’Anello del Tritone

20308Il secondo volume della Fantacollana Nord è L’Anello del Tritone (The Tritonian Ring) di Lyon Sprague de Camp, originariamente uscito ventidue anni prima, nel 1951.
Ottima copertina di Karel Thole – l’originale aveva una copertina di Frazetta.

L’Anello del Tritone è molto più fantasy de I Gioielli di Aptor, uscito poche settimane prima – si apre con una panoramica di un pantheon alquanto grottesco, e passa ad un dialogo piuttosto acceso fra divinità, per poi spostarsi a Lorsk, principale nazione del continente di Pusad, che sta lentamente colando a picco…

Ma anche così, il romanzo è parecchio distante da ciò che oggi un fan del fantasy accetterebbe a cuor leggero come esempio del proprio genere d’elezione.
Oh, ci sono parecchi elementi tipici.
Non ci sono elfi, draghi e Oscuri Signori, è vero, ma c’è la magia, ci sono strane bestie e strane razze, c’è un mondo diverso dal nostro.
Beh, relativamente diverso dal nostro…

Lyon Sprague de Camp – lo abbiamo detto e lo ripeteremo – è un ingegnere, e un materialista empirico.
Questo – oltre al suo amore per i classici e per la letteratura d’immaginazione – informa il “Ciclo Pusadiano” al quale appartiene L’Anello del Tritone.
Pusad (o Poseidonis che dir si voglia) è un continente in via di progressivo sprofondamento, e possiede una geografia basata sull’autentica mappa del mondo in epoca glaciale, e molte delle sue caratteristiche sono affini a quelle di Atlantide.
È a Pusad, ci farà sapere l’autore (non senza una strizzata d’occhio) che Platone pensava quando descrisse il suo continente perduto*.

Tritonian_ringLe divinità del prologo battibeccano per via di una profezia che ne preventiva la decadenza e la scomparsa, in seguito alle azioni future del principe Vakar di Lorsk.
Quali azioni?
Nessuna divinità ne ha la più pallida idea.
Si vota allora il progetto preventivo di eliminare Vakar, e risolvere il problema all’origine.
Inutile dire che proprio il piano per sopprimere Vakar metterà in moto gli eventi che porteranno la profezia a compiersi.
Al centro dell’azione, l’Anello del Tritone, misterioso artefatto che gli dei temono, e del quale Vakar spera di avvalersi per uscirne vivo.

Ma non mancano una congiura di palazzo, i pirati, una donna con la coda di cavallo, le amazzoni e un ampio bestiario preso di peso dalla mitologia classica e dai racconti di viaggiatori medievali e rinascimentali.
E un granchio gigante.
Perché tutto viene meglio, con un granchio gigante.

Estimatore di Howard, Lyon Sprague De Camp è infinitamente più fiducioso nei valori della civiltà, rispetto a Two-Guns Bob, e infligge un bonario ridimensionamento di molti elementi tradizionali del fantasy howardiano.
Vakar è moderatamente eroico, ma forse più interessato a spassarsela e a salvare la ghirba che non a maneggiare spade e altri aggeggi affilati.
E le donne sono forse altrettanto fascinose, ma molto meno algide – De Camp ha un atteggiamento più sano e maturo di Howard rispetto alla sessualità, e apprezza un po’ di sana scollacciatura (pur restando ampiamente entro i limiti della decenza).
Il dialogo è divertente e lieve, e specie quando sono gli dei a parlare, ha un tono anacronistico che aggiunge un livello di ridicolo al già notevole carico di ridicolo che il fieramente ateo De camp riserva ai suoi dei – non dissimile in questo da ciò che negli stessi anni sta facendo Fritz Leiber (oh, se ne parleremo!) o quanto abbia fatto in tempi più recenti Terry Pratchett.
Gli dei sono sciocchi, non esageratamente onnipotenti, persi in diatribe fasulle e in sciocchi atteggiamenti… beh, divini.
Non mancano divinità pluritentacolate “che erano antiche quando ancora gli altri dei erano fanciulli”, e divinità di ovvia origine preistorico-cavernicola (fronte bassa, mascella massiccia, abbondante peluria e vaghi tratti ursinidi).

L’Anello del Tritone, insomma, è fantasy, ma fantasy scritto da un autore di fantascienza, che ragiona e immagina secondo i parametri della fantascienza, e non può fare a meno di dimostrare una certa elegante superiorità verso il genere e i suoi cliché.
E si legge con un certo piacere.
La miscela di invenzione, dato storico, elementi mitologici tradizionali e classici e modernità piacque a molti, all’uscita del romanzo, e meno ad altri.
È ragionevole ipotizzare che – divertimento a parte (e il romanzo è oggettivamente divertente) – De Camp stia continuando col suo uso ideologico del fantasy, sfruttandone modi e strutture per portare avanti un discorso razionalista e scientifico.
Sarà dopotutto qualcosa di diverso dalla magia, a compiere la profezia e ad annunciare il tramonto delle divinità.

Il ciclo pusadiano prosegue con tre storie, “The Stronger Spell”, “The Owl and the Ape”, and “The Eye of Tandyla” – che sarebbe bello avere nello stesso volume.
La Nord non le pubblicò mai.

tritonianSciocco dettaglio autobiografico – lessi il romanzo in inglese, in una edizione New English Library che aveva una copertina che riuscii a capire solo dopo aver superato la metà del romanzo.
Fu uno dei primi romanzi che affrontai in inglese – conoscevo De Camp (per via del volume 11 della Fantacollana – ne parleremo) e cercavo attivamente lavori suoi.
Lyon Sprague De Camp, colto, ironico, sottile, scrive in un bell’inglese chiaro e diretto, ed è una eccellente lettura per chi, con l’inglese, non è ancora al meglio.
La mia copia in italiano arriva da una bancarella, ed è un cimelio al quale sono decisamente affezionato.

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* Non dimentichiamoci che De Camp pubblicò l’eccellente Lost Continents, proprio sul mito di Atlantide nella storia e nella letteratura (da noi lo pubblicò Fanucci, e vale ogni centesimo speso per procurarselo).