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Esistenza condizionale

Se, per reiterare una metafora usata qualche giorno addietro, Facebook è la ferrovia e questo blog è una città fantasma, allora il treno non passa più di qui, ma io continuo a ricevere il bollettino del dopolavoro ferroviario. E continuo perciò ad avere il piacere talvolta piuttosto dubbio di scoprire novità straordinarie attraverso la piattaforma di mister Zuckerburger.

Stamani, ricevo la notizia entusiastica che il fantasy italiano, contrariamente a ciò che si dice, esiste.
Con buonapace, immagino, dei compianti Giuseppe Pederiali e Gianluigi Zuddas, per citare due nomi illustri e poco battuti e non finire a scomodare il solito Calvino.
E chi, davvero, ha mai messo in dubbio l’esistenza del fantasy italiano?

La notizia dell’esistenza del fantasy italiano mi lascia una strana sensazione – perché sotto all’etichetta “fantasy” (che io considero in termini abbastanza ampi) va a cascare gran parte di ciò che scrivo ed ho scritto negli ultimi vent’anni – in effetti ho un romanzo fantasy con tanto di elfi ed orchi in uscita a luglio – e stando ai miei documenti di identità ed all’Agenzia delle Entrate, io sono italiano; magari non sono particolarmente orgoglioso di esserlo, in certi giorni, ma all’Agenzia delle Entrate non si può restare indifferenti.

E tuttavia la mia esistenza viene messa in dubbio, ed in effetti rimane sospesa nel limbo anche dopo la scoperta che sì, Virginia, il fantasy italiano esiste.

Chi è quindi che certifica l’esistenza non solo del genere, ma dei singoli autori che vi appartengono?

Ora, l’Italia è per sua natura il paese degli albi professionali e delle gilde.
È necessaria una tessera, per essere riconosciuti?
Per esistere?
Perché qualcuno si accorga di noi?
Ed io effettivamente sono membro di due associazioni professionali di scrittori del fantastico – una inglese ed una americana.
Significa quindi che sono un autore fantasy anglosassone?

È certamente vero che la maggior parte del mio lavoro classificabile come fantasy non esce nel nostro paese e nella nostra lingua – e non perché io non ci abbia provato, badate bene; però il romanzo a cui accennavo qui sopra uscirà in inglese (e poi forse in francese e spagnolo).

Per essere frantasy italiano, il fantasy deve necessariamente essere scritto in italiano?

O è forse una questione formale – e le pagine devono essere farcite di sarchiaponi e di “Santa Polenta!” anziché di orsi-gufi e “Madre di Iluvatar!” per certificare l’origine del materiale?

Devo necessariamente citare il Tasso e l’Ariosto?
Se per disgrazia la mia fonte di ispirazione è l’Odissea divento automaticamente un autore di fantasy greco?
Non è un discorso ipotetico: ho un’amica italianissima che scrive storie di spadaccini confuciani e mistici taoisti.
Questo fa di lei un’autrice fantasy cinese?
Forse sarebbe il caso di avvertirla.

Qualcuno a questo punto dirà che ciò che viene pubblicato sul bollettino del dopolavoro ferroviario vale quanto la carta sulla quale è stampato, e non merita particolare considerazione.
Facebook esiste per vendere delle idee, è una macchina per la propaganda e in quanto tale non ha alcuna relazione con la verità.
Ma quali idee vengono veicolate, quale immagine della realtà si cerca di spingere … queste sono questioni importanti.

Perché si tratta di uno stato di esistenza condizionale – se sul bollettino del dopolavori ferroviario dicono che non ci siete, voi non ci siete … per lo meno per chi viaggia su quel treno.
E TUTTI viaggiano su quel treno, e arrivano solo dove quel treno li porta.
Molti scelgono le proprie destinazioni sulla base di ciò che viene stampato sul bollettino del dopolavoro ferroviario.
C’è chi dà via biglietti, ed abbonamenti, e tessere.
E se passa il controllore e voi non avete il biglietto, vi faranno scendere alla prima stazione.