strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Immersivo o coinvolgente?

2bfc77c218eee0bf695df27c50af6b0bQualche giorno addietro mi hanno spiegato che la narrativa fantastica per funzionare dev’essere immersiva.
Credo si tratti di una colossale sciocchezza – o se preferite, di una imprecisione estremamente pericolosa.

L’immersività è un carattere delle realtà virtuali e delle realtà aumentate – che sono uno strumento utilizzato in quelle che vengono normalmente chiamate narrative transmediatiche1.
Si tratta di un processo di accrezione – molto molto studiata – di dettagli e input differenti, stratificati per generare una… beh, una realtà virtuale.
Definire immersivo un racconto, un romanzo, è un rischio.

In una realtà virtuale, l’immersività è quella caratteristica per cui non mi limito a fruire della narrativa, ma ne sono circondato e sommerso – ogni input, durante la fruizione, è finalizzato alla creazione di una realtà alternativa che deve rimpiazzare la mia realtà standard.

Può capitare anche con la narrativa? Continua a leggere


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Vecchio Mondo Vigliacco

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Sì, era qualcosa di simile, in termini di estetica.

Rivanghiamo il passato.
Nel 1990 scrissi un romanzo di fantascienza.
Fu il mio primo lavoro lungo scritto al computer, dopo anni di macchina per scrivere.

Si intitolava Vecchio Mondo Vigliacco*, ed era sostanzialmente un poliziesco – una indagine su un omicidio in una società che oggi derfiniremmo postumana (ma era il 1990, ricordate) che ha trasceso il concetto di morte.
L’idea era di spedirlo al premio Urania – che era stato bandito per la prima volta nell’89.

Aveva parecchi antenati illustri, il mio Vecchio Mondo Vigliacco – tra i quali certamente Dancers at the End of Time di Michael Moorcock (ma ci sono anche suggestioni prese da Jerry Cornelius), Cynnabar di Edward Bryant e, inopinatamente, Zardoz, di John Boorman.
Sì, il film con Sean Connery col pannolone.

E c’è il Principio dell’Abbondanza di Colin Greenland, nelle descrizioni, nell’ambientazione.
Lo avevo appena scopertto, nel 1990, ed era certamente una delle cose che volevo mettere alla prova con quella storia.

Vecchio Mondo Vigliacco fu il romanzo che mise fine alla mia attività di narratore per circa cinque anni. Continua a leggere


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Sei Giorni per Salvare il Mondo – il manuale

Ciò che potete scaricare da qui è un agile volumetto estremamente stringato, intitolato Sei Giorni per Salvare il Mondo.

Si tratta di una sorta di manuale di scrittura pulp, e contiene tre articoli e due notarelle.

Gli articoli sono

. “Come Scrivo”, di Norvell Page, che avete già visto in tre puntate su questo blog.

. “La Formula Definitiva”, ovvero il famoso Lester Dent Master Plot, o come scrivere un racconto di 6000 parole secondo la formula del più famoso autore di pulp di tutti i tempi.

. “Sei Giorni per Salvare il Mondo”, un estratto della lunga intervista di Colin Greenland a Michael Moorcock che venne pubblicata come Death is No Obstacle; in queste pagine Moorcock spiega come scrisse Stormbringer in tre giorni.

Al mix si aggiungono una pagina di M. John Harrison sull’ispirazione, e la famigerata nota su correzioni e revisioni di Ian Fleming.

Trenta pagine ed una brutta copertina, che per la loro natura di cotto-e-mangiato, sono presentate qui come .pdf
Non me ne vogliano gli estimatori dell’epub.

Lo scarico è naturalmente gratuito.


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Struttura struttura struttura

Ho un po’ di cose in gioco, al momento, tutte più o meno legate alla scrittura.
Preparare un corso e una conferenza per l’autunno.
Preparare un corso online.
Scrivere la tesi di dottorato.
Preparare la Campagna Definitiva (R) per i vent’anni di attività della mia squadra di giochi di ruolo.
Almeno un agile volumetto, forse due.
E anche un po’ di narrativa.
Un paio di racconti pagati, che non fa mai male.
Ed un esperimento ardito di cui vi dirò quando sarà il momento, ammesso che io gli sopravviva.

Posso trovare un argomento comune a tutti questi progetti altamente eterogenei?
Si tratta di scrivere, certo, ma non si può paragonare una campagna ad un gioco di ruolo ad una tesi di dottorato?
O sì?

Io credo sia possibile, poiché alla base della più efficiente scrittura possibile di ciascuno di questi progetti c’è la struttura.

Ora voi lo sapete, io alla struttura ci penso abbastanza spesso – ci sono dei post farciti di strani diagrammi a testimoniare questo mio vezzo.
Che poi, vezzo… Continua a leggere


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Il principio dell’abbondanza

Nonostante tutta ‘sta storia del fantasy, io resto un appassionato di fantascienza.
Semplicemente, la SF che piace a me voi non la conoscete.

Nel 1990, Colin Greenland fece il colpaccio – diventando il primo scrittore di fantascienza a vincere tutti e tre i premi principali riservati alla fantascienza britannica, Eastercon, British SF Association, e Arthur C. Clarke.
Il libro che gli aveva fatto spazzolare tutte quelle patacche era Take Back Plenty – primo volume di una trilogia, al quale fecero seguito Seasons of Plenty e Mother of Plenty.
Space opera ballardiana, se dobbiamo trovare un’etichetta appropriata.
Una specie di Uplift, di David Brin, ma filtrato attraverso la new wave inglese degli anni ’70 (argomento questo, della tesi di laurea di Greenland).
Astronavi.
Alieni.
Transumanesimo a manetta.
Satira politica.
Ribellione.
I canali di Marte.
Alice Liddell.
E un bel campionario di umanità in fuga su una astronave rubata, al comando di Tabitha Jute – un personaggio memorabile in una storia memorabile.
Plenty lascia presagire l’avvento ed il successo di autori come Iain Banks e Ken MacLeod, anch’essi al loro esordio nei primi anni ’90.

Colin Greenland è in gamba.
Quando inciampai sulla trilogia di Plenty – all’uscita di Seasons, che aveva una copertina fantastica – conoscevo già Greenland per l’altro suo libro, quiel Death is No Obstacle che è una lunghissima intervista con Michael Moorcock, durante la quale si discute di scrittura, ispirazione, stile, rock’n’roll, fumetti e quant’altro.
Arrivato in fondo – con un ballardiano mal di testa – alle circa milleseicento pagine di Plenty, mi procurai anche The Plenty Principle (una bella raccolta di racconti) e Daybreak on a Different Mountain, opera prima di Greenland, un fantasy alla maniera di M. John Harrison.
C’era poi unaltro titolo, che mi interessava moltissimo – ma che risultava introvabile.

Oggi, quindici anni dopo, la simpatica postina mi ha lasciato fra le sbarre del cancello di casa una copia in rilegato rigido, in più che buone condizioni, di Harm’s Way – romanzo del 1993, messo insieme da Greenland proprio mentre lavorava a Plenty.
Ancora space opera.
Ma questa volta steampunk.
Società vittoriana.
Personaggi dickensiani.
Velieri fra i pianeti del sistema solare.

Si apre con un prologo in cui uno strano, alienato Jack lo Squartatore interplanetario si mette all’opera su una prostituta londinese, con l’aiuto di due strani guardaspalle alieni che paiono usciti dalla Cantina di Guerre Stellari.
Poi da lì in avanti le cose si fanno strane.

Greenland è estremamente letterario, ama la frase lunga ed articolata, la descrizione precisa di colori, odori, sensazioni, personaggi che si esprimono con una piega del capo, una spallucciata.
Per tutta la sua adesione assoluta alle regole della narrativa d’immaginazione, rimane un autore realistico.
Lo sviluppo del ciclo di plenty corrisponde allo sviluppo di una teoria narrativa – il principio dell’abbondanza, per cui il lettore viene sottoposto ad un sovraccarico sensoriale e cognitivo estremo, ma non filtrato.
Informazioni a tonnellate, ma non necessariamente affidabili.
E neanche l’ombra di una spiegazione.
Greenland, come Mary Gentle (altra autrice che amo), vuole obbligare il lettore a metterci del suo, a rimboccarsi le maniche ed a lavorare, a meritarsi la narrativa.

Negli ultimi anni, Greenland ha mantenuto un profilo basso – pur venendo citato regolarmente come fonte di ispirazione da Neil Gaiman.
D’altra parte, la sua compagna di vita, Susanna Clarke, ha esordino nel 2004 con quel massiccio e pluripremiato Jonathan Strange & Mr Norrell che ci lascia a domandarci come debba essere una tranquilla conversazione a tavola a casa loro.
O come debba essere partecipare ad uno dei corsi di scrittura tenuti da Greenlande, Clarke e Geoff Ryman.

E dire che Greenland ha pure insegnato nel college londinese dove ho studiato…