strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Tre pagine dell’agenda

All’inizio del mese ho recuperato, da una pila di quaderni che ho qui “in caso di necessità” una agenda del 2015, ancora vergine, e sulla prima pagiona ho cominciato a prendere appunti.

Sono ormai dieci mesi che strategie evolutive è bloccato su Facebook, fin da quel fastale 15 di gennaio quando la mia ricetta delle frittelle settecentesche fu la classica goccia che fa traboccare il vaso, e qualcuno pensò bene di segnalare il mio blog come sorgente di post che fomentano l’odio e l’intolleranza.
Non a tutti piacciono le frittelle.

Dieci mesi sono lunghi.
Dieci mesi sull’onda lunga della pandemia e del lockdown sono MOLTO lunghi.

Certo, Karavansara continua a funzionare, e fa la sua solita manciata di visite. Forse per il fatto che è in inglese, o che non ci posto ricette delle frittelle, non è stato ancora segnalato e bloccato. Qualcuno là fuori è molto distratto (o interessato solo a proteggere il pubblico italiano dalla minaccia di strategie evolutive).
Paura & Delirio sta andando molto bene – abbiamo superato i 25.000 download ed abbiamo una media di circa 300 ascolti per puntata. Per un podcast in italiano, che parla di cinema di genere e che fa episodi da un’ora e mezza, è un successo notevole, e possiamo solo ringraziare i nostri (timidissimi) ascoltatori.

Con l’autunno, la mia complice Lucia Patrizi ha lanciato un nuovo podcast, che gestisce in combutta con Marika “Redrumia” Paracchini. Si intitola Nuovi Incubi e vi invito ad ascoltarlo.

E con l’autunno, io ho preso la mia agenda scaduta con la sua copertina nera imbottita, ed ho cominciato a mettere giù delle idee, per mettere in piedi qualcosa di nuovo, e di autonomo.
Non “l’assurdo guazzabuglio di argomenti” (cit.) di strategie, non qualcosa che abbia nulla a che fare con Paura & Delirio, o con Karavansara, o con la mia pagina Patreon, o con i libri che scrivo per pagare i conti.
Qualcosa di nuovo.

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Seconda edizione del Corso Online di Cultura Taoista

Una comunicazione di servizio per informare tutti gli interessati che.. beh, come dice il titolo, mi preparo a riaprire i battenti della mia ipotetica scuola online, ed offrire nuovamente il Corso di Introduzione alla Cultura Taoista.

Le iscrizioni saranno aperte dal 15 di aprile.
Il corso avrà idealmente inizio il primo di maggio.
Domenica, i sordidi dettagli riguardo a contenuti, costi, e modalità di iscrizione.

Nel frattempo, se avete domande, usate i commenti qui sotto.
E ditelo ai vostri amici!


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Presentare come al TED

Post breve per un libro breve, oggi.

Le conferenze della serie TED sono lo standard di qualità della presentazione orale e visiva.
Se volete imparare a parlare in pubblico, passare qualche ora a guardare i filmati online è sia un buon modo per imparare la tecnica, che un sistema garantito per caricarsi.
Al di là della qualità dei contenuti, c’è un sacco da imparare dai relatori del TED, in termini di comunicazione, di stile, di linguaggio verbale e non verbale.
Indispensabili.

jeremey-donovan-how-to-deliver-a-ted-talk-coverHow to Deliver a TED Talk, di Jeremy Donovan, è un libro che si legge in un pomeriggio, costruito su un’idea semplice, e che funziona.
Donovan estrae dai più popolari filmati della serie TED una serie di principi generali, e li illustra rapidamente e con un linguaggio semplice e diretto.
Concentrandosi sull’aspetto narrativo della presentazione, il volumetto è anche ottimo per chi volesse provare un approccio diverso alla narrativa – e contiene un esempio di show don’t tell garantito per far infuriare tutti i cultisti di tale pratica.
Probabilmente perché è basato sull’autentico show don’t tell, e non sulla versione delirante che è stata popolarizzata da certi guru online.

A questo si aggiungono osservazioni interessanti su come coinvolgere il pubblico, e tutta una serie di strategie e accorgimenti logistici per comunicare al meglio.

Nel complesso una lettura divertente, e piuttosto utile.


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(S)Vendersi?

Di solito scherzo sul fatto che sono l’unico geologo sulla piazza ad aver seguito un corso di marketing.
Si tratta di una delle (tante) “cose inutili” – a detta dei miei colleghi – fatte durante i miei anni di università.
Eppure è stato utile.
Creare corsi post-laurea è una attività meravigliosa, ma poi bisogna venderli ai partecipanti – e lì il marketing serve.
Ed è perciò con un certo piacere – e non poca sorpresa – che scopro Marketing for Scientists, che non è solo un gruppo su Facebook dove c’è gente interessata a simili “cose inutili”, ma è anche un bel manuale, scritto da Marc J. Kuchner – che di quel gruppo è l’animatore principale – e pubblicato da Island Press.
E che sostiene ciò che io ho sempre sostenuto.

[nota – il libro di Marc Kuchner uscirà ufficialmente fra una settimana – questa recensione con uso di pork chop express, è basata su una Advance Reading Copy fornita dall’editore]

Mi è stato ripetuto spesso, come studente di dottorato, che scienza e marketing non hanno granché a che fare l’una con l’altro – esiste questa strana presunzione, che ricordo molto viva nei compagni di corso, che “fare scienza” non significhi “vendersi”*.

Ora, “vendersi” suona subito malissimo.
Porta con se un’idea di mercimonio, di svendita, di svilimento.
C’è questa strana idea – della quale qui abbiamo già parlato – che chi ci paga non si limiti a comprare il nostro tempo e ad affittare la nostra competenza, ma possegga anche la nostra onestà, le nostre opinioni, la nostra anima.
Io ho sempre letto questo modo di pensare come una implicita ammissione di debolezza – se mi pagassero per svolgere il mio lavoro mi sentirei obbligato a compiacere il committente compromettendo la mia integrità, quindi mi tengo alla larga dall’occasione e dalla tentazione.
Che è sciocco.

Ma il marketing – e così torniamo al libro di Kuchner – non è l’arte di svendersi.
Il marketing è casomai un insieme di strumenti che posso usare per definire al meglio le necessità del mio interlocutore ideale, e che posso utilizzare per assicurarmi che il mio lavoro arrivi il prima possibile ed iol meglio possibile a chi è maggiormente interessato, e ne soddisfi le necessità.
Che, quando parliamo di un articolo scientifico – che è poi il prodotto principale di noi scienziati – significa un articolo che soddisfa i parametri per la pubblicazione, che si focalizza su un problema reale e ben definito, sollevando le domande più opportune o fornendo le risposte più soddisfacenti e che, superato il referaggio, arriva direttamente nelle mani di chi lo potrà maggiormente apprezzare, anziché restare a lungo nel limbo della pubblicazione.

E significa anche trovare un posto in cui svolgere la nostra ricerca, il che implica presentarsi a un potenziale istituto nella maniera più opportuna, con le credenziali giuste in vista, e l’atteggiamento opportuno.
E significa trovare fondi per finanziare la nostra ricerca.

Questo significa lavorare a più livelli.
Significa conoscere il “mercato” – conoscere quali sono gli argomenti di punta, quali sono, fra quelli che ci interessano, i problemi che più immediatamente richiedono una soluzione.
Significa sviluppare delle strategie di comunicazione – dallo scrivere articoli che non siano solo corretti ma anche piacevoli alla lettura, presentando contenuti chiari e diretti.
Significa costruire una rete di contati – non per leccaculismo, ma per poter acquisire informazioni o suggerimenti.
Significa saper comunicare tanto con un pubblico specialistico che con un pubblico generalista.

E attenzione, prima che qualcuno si metta a piangere – tutto questo non vuol dire buttarsi a corpo morto sull’argomento più gettonato, anche se non ci interessa e non ci è mai interessato, solo perché è l’argomento sul quale circolano i migliori finanziamenti ed esiste il maggior numero di aperture.
Potrebbe invece voler dire individuare un argomento “di nicchia”, e per il quale proviamo una profonda passione, e riuscire a portarne in evidenza l’importanza e l’urgenza, in modo da ottenere uno spazio, un finanziamento, un incarico.

Kuchner presenta molto bene il proprio caso nel volume, e fornisce notevoli spunti per la discussione.
Il suo manuale servirebbe anche a coloro che sono dichiaratamente contrari all’idea che la scienza debba curare anche la presentazione e non solo i contenuti. Servirebbe loro, ad esempio, per andare oltre le semplici accuse di prostituzione, per sollevare obiezioni costruttive e creare un dialogo che, come si vorrebbe in ambito scientifico, porti avanti lo sviluppo della conoscenza**.

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* le altre due attività nelle quali nessuno dei miei compagni di corso si sarebbe mai impegnato, stando a ciò che dicevano, erano ovviamente l’insegnamento e la divulgazione, viste come altre forme di “prostituzione del sapere” (ricordo bene la collega che usò quell’espressione)

** Aggiungo che mi piacerebbe molto, a questo punto, mettere in piedi un corso post-laurea di marketing per dottorandi e ricercatori in ambito scientifico.
Non lo approverebbero mai, ma sarebbe divertente provarci.


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Un Caffé del Mondo a Vaglio Serra

Nessuno l’ha mai fatto prima.
Con alcuni complici, in questi giorni, stiamo cercando di costruire un evento, utilizzando un modello di comunicazione conosciuto come World Café.
Vogliamo farlo a Vaglio Serra, fra le colline del Monferrato, il mese prossimo.

Poiché non è mai stato fatto prima, nel nostro paese*, e poiché parlandone si è generata una certa curiosità, proverò a mettere giù qui di seguito una piccola introduzione, qualche considerazione e un paio di idee sfuse.

L’idea è semplice – una conferenza tradizionale, per quanto brillanti possano essere i relatori, comporta sempre il rischio di perdersi per strada una fetta del pubblico.
E non dico che debbano necessariamente addormentarsi, ma abbiamo sperimentato tutti – come relatori o come membri del pubblico – il lungo silenzio imbarazzato quando si arriva al fatidico “ci sono domande?”
E poi tutti abbiamo attraversato con il cervello in progressivo spegnimento lunghi sproloqui di relatori certo preparatissimi, ma meno che comunicativi.
E rimane sempre quell’impressione, quella vaga sensazione di insoddisfazione… “avrei dovuto chiedere…”/”chissà perché nessuno mi ha chiesto…?”

Perciò, proviamo a definire un nuovo modo di comunicare col pubblico, un modo che lo coinvolga, che lo invogli a partecipare, a dire la sua.
E che permetta ai relatori di sentire, chiaramente e con precisione, il polso dell’auditorium.
Il tutto, possibilmente, garantendo il divertimento di tutte le persone coinvolte. Continua a leggere


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Power Point fra le colline

Riflettevo in un momento di inattività, mentre il tuono brontolava in lontananza, che questi mesi di giugno e luglio sono stato all’insegna della comunicazione, per quel che mi riguarda.
Non solo ho partecipato ad un corso che aveva nella comunicazione scientifica uno dei suoi temi centrali, ma ho anche partecipato a numerose conferenze pubbliche, ad un paio di riunioni locali, e ad un paio di altri eventi collettivi nei quali la comunicazione – di solito sotto forma di uno che parla sul palco mentre gli altri ascoltano – ra centrale.
Sì, anche ad un funerale, ora che ci penso.

Ora, l’ho ripetuto alla nausea, io nel mio piccolo la comunicazione l’ho studiata.
Quado parve chiaro che i miei pasti futuri sarebero stati pagati da lezioni e conferenze pubbliche, mi procurai i testi fondamentali, e cominciai a studiarmeli.
I miei idoli rimangono Phil Race (col suo Lecturer’s Toolkit), Edward Tufte (per un sacco di cose, a cominciare da Power Point is Evil) e Garr Reynolds (soprattutto per The Naked Presenter).
E dopo aver studiato, ho fatto un sacco di esercizio.

E se quella di “esperto di comunicazione” è un’etichetta che mi appioppo solo per ridere, devo ammettere che, dopo quasi dieci anni passati a parlare in pubblico, gli errori ormai li vedo abbastanza chiaramente.
E mi sorprende sempre quando persone che con la comunicazione ci lavorano fanno dei clamorosi strafalcioni.

Per esempio…

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Parla con me

OK, storia di vita vissuta…

Era il… mah, diciamo il 1985, quando la mia insegnante di matematica al liceo decise di dare una infarinatura di programmazione a noi studenti.
Animata dalle migliori intenzioni di questo mondo (1985, ricordate… Commodore 64?), la signora mise insieme alcune slide per insegnarci i primi rudimenti del linguaggio Basic.
E per slide intendo, ovviamenti, fogli di lucido con sopra testo ed immagini tracciati col pennarello.
Testo.
If… Then… For… Next… GoTo… 10… 20… 30… 40…
E Puffi.

In uno dei più clamorosi passi falsi della storia della didattica che io riesca a ricordare, la mia insegnante di matematica al liceo aveva pensato che il modo migliore per… per raggiungere dei quindicenni armati di 64 kilobyte di RAM e sogni cyberpunk… lo strumento adatto per sfondare la parete del disinteresse… aveva pensato che fossero gli ometti blu di Peyo.

La questione – sollevata dal mio amico Fulvio su assist di IguanaJo – è: come faccio a parlare coi sedicenni.

Primo suggerimento – evitare i Puffi.

Ma la questione non è affatto banale.

Giriamola in una versione più generica – come faccio a raggiungere il pubblico?
Nel momento in cui ha in mano il mio racconto, sul piatto il mio disco, è seduto sulle sedie dell’aula in cui tengo una conferenza…
Nel momento in cui elementi come il marketing, la grafica, il passaparola o semplicemente l’obbligo lo hanno messo nelle mie mani, come faccio ad impedirgli di mollare tutto?
Come faccio ad interessarlo?
E nel caso di un dialogo, come faccio a tirarlo fuori dal suo guscio?

Il buonsenso – parente stretto della pudenza, della quale abbiamo parlato malissimo nell’ultimo post – ci suggerisce di cercare un terreno comune, un linguaggio condiviso.
Il problema, ovviamente, è che – per tutta una serie di motivi – potremmo avere una illusione di condivisione.
Potremmo credere che una ventina di quindicenni siano davvero più interessati alla programmazione dei computer se gliela insegnamo con i Puffi.
E perché no – nel 1985 i Puffi erano la spina dorsale della programmazione televisiva per ragazzi.
Poi, certo, i quindicenni guardavano Drive In, non i Puffi.
Gli smanettoni avevano visto Tron, Wargames e Electric Dreams.
Ma… I Puffi?
Forse è la distanza, che produce uno schiacciamento – a quarant’anni è facile considerare quindicenni e dodicenni come membri dello stesso gruppo.
Il risultato?
Ve lo lascio immaginare.

Ma allora, come li acchiappiamo, ‘sti ragazzini?

Io sono per prenderli completamente in contropiede.
Devo parlare di evoluzione? Proietto una foto di Charlize Theron, poi una di Hugh Jackman (bisogna pensare anche alle signore in sala).
Prossimamente dovrò parlare di editoria elettronica… prevedo di partire parlando di viaggi in treno.

Il rischio è che parte del pubblico decida che quello che ballonzola davanti allo schermo è un guitto, un idiota o un perditempo, e si alzi e se ne vada – o rimanga sul fondo (come capitò ad un mio corso, anni addietro) a postare su Facebook commenti taglienti sulla lezione.
Ma la curiosità è una brutta bestia – e noi esseri umani siamo scimmie curiose.

Questo, ovviamente, nel dovermettere in piedi una lezione.
Ammetto che, sulla base delle mie poche esperienze coi liceali, per entrare in un’aula di sedicenni a tenere una lezione, oggi come oggi, vorrei un’atirabbica e una pistola carica.
Oltre alla patina di disinteresse ostentato – ehy, hanno sedici anni, non c’è nulla che nessuno possa insegnar loro, giusto? – c’è anche una aggressività malate che mi spezza il cuore, e che li rende spesso quasi inaccessibili.
Ma dietro opportuno pagamento, potrei anche provarci.

Di sicuro, cercherei di evitare di imitare il loro linguaggio o il loro atteggiamento.
L’essere una strana bestia, il membro di un’altra tribù, se mi danneggia rendendoli ostili, dall’altra mi aiuta perché li incuriosisce.
Ed eviterei anche i confronti – ai miei tempi, quando ero giovane io, quando io avevo la vostra età…
E l’accondiscendenza.
Tutte cose che mandano in bestia una persona intelligente, e che gli idioti hanno imparato a riconoscere come segnale che ora la palla è nel loro campo, e possono fare quel che vogliono.

Rimane poi, naturalmente, un ultimo punto da ponderare.
Ma io, con ‘sti sedicenni, ci voglio davvero parlare?
In altre parole, il mio pubblico, è quello col quale vorrei veramente mettermi in comunicazione?

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No Sense of Wonder

Serata fitta di lezioni da annotarsi, quella di ieri.
Complice il mio amico Valter, astrofilo DOC sempre aggiornato riguardo alle iniziative relative allo spazio, mi sono ritrovato al centro polifunzionale del comune di Volpiano (Torino), dove una cordata di dotte istituzioni e aziende del settore aerospaziale aveva organizzato una serata per il quarantesimo anniversario dell’allunaggio Apollo.
Relatore principale, il professor Franco Bevilacqua del Politecnico di Milano.

Ieri sera serata-conferenza?
Stamani pork chop express…

Ammetto di partecipare sempre a certe iniziative con l’intento di carpire i segreti del relatore, specie se questi è un titolato con vasta esperienza – quali siano le sue strategie di comunicazione, come si impossessi dell’attenzione del pubblico, a quali tecnologie appoggi la propria presentazione… tutto ciò che parrà utile verrà riciclato per le mie lezioni, per le mie conferenze.
È lavoro, ma non sottrae nulla al divertimento della serata.

A questo si aggiunge il mio interesse extracurricolare per l’argomento – tanto come appassionato di scienza quanto come appassionato di fantascienza.

Com’è stata, allora, la serata a Volpiano?
Cosa ho imparato?

Prima lezione – aveva ragione Norman Mailer.
Negli anni ’60 lo scrittore americano osservò che la NASA era riuscita a compiere al contempo due miracoli, ottenendo l’inimmaginabile.
Il primo miracolo era stato quello di riuscire a portare degli uomini a camminare sulla superficie della Luna.
Il secondo miracolo era stato quello di riuscire a rendere il tutto assolutamente noioso.

E Mailer aveva ragione – non v’è nulla di più obnubilantemente noioso di qualcosa di meraviglioso descritto da uno dei tecnici che ci hanno lavorato.
La minuzia, il bullone, il gancio d’attracco, hanno il sopravvento sul sense of wonder, sulla grandiosità dell’impresa.
E l’impresa grandiosa, straordinaria, epica, da sola non basta a sostenere la meraviglia e l’attenzione del pubblico.
L’Odissea è nulla senza Omero che la racconti.

Aggiungiamo a questo che gli accademici italiani, per loro natura, sono eccellenti compilatori di rapporti interni, di proposte di ricerca e di domande di finanziamento, ma spesso non hanno una preparazione specifica nell’ambito della divulgazione.
E se il relatore, a Volpiano, possiede una preparazione ed una esperienza colossali, è anche vero che la sua presentazione ha il formato, i toni ed i ritmi della lezione universitaria – nella quale si prevede che gran parte dell’uditorio sia comatoso. Non viene applicata alcuna strategia o tecnica per catturare l’attenzione del pubblico, le slide compaiono e scompaiono quando il PC si imbizzarrisce, molte foto sono tragicamente deformate dall’effetto del proiettore.
Solo dopo, nella sessione domande, la vivacità del personaggio riesce finalmente a perforare la membrana che pareva separare il palco dal pubblico.

Servirebbe – ed è una seconda lezione importante – uno scrittore di fantascienza.
Ho assistito – dal vivo, in alcuni casi, e sempre più di frequente attraverso il web – ad un numero sufficiente di conferenze e lezioni da parte di autori di narrativa d’immaginazione per sapere che queste sono le persone adatte a rendere interessante ed eccitante la scienza.
Penso a David Brin, penso a Kim Stanley Robinson.
Il ruolo del narratore nel mantenere vivo e desto l’interesse e l’entusiasmo per le imprese scientifiche è sottovalutato.
Serve la capacità di esprimere concetti e realtà molto distanti dal quotidiano – nello spazio non c’è sopra o sotto, in orbita se freno scendo di quota, se accelero mi alzo – in termini quanto più evocativi e accessibili.
Metafore, similitudini, acostamenti arditi, il sano e vecchio arm waving…
Tutto pur di far passare la meraviglia.

Invece, quando il discorso si sposta – e non potrebbe non spostarsi – sul futuro dell’esplorazione spaziale, il tono diventa pietistico, e viene auspicato che i giovani provino il desiderio di proseguire il lavoro, a riprendere questa grande impresa che pare sia stata abbandonata.
Solo che i giovani non hanno interessi, non vogliono né studiare né lavorare…

Qui il mio cervello grippa, passando di colpo dalla quarta alla retromarcia.
Eh, no. Facciamo due conti.
Eugene Cernan, l’ultimo uomo sulla luna, andò sulla luna nel 1972.
Io avevo cinque anni.
Il relatore era un baldo quarantenne.
Se lui avesse continuato il suo dannato lavoro, io oggi lo potrei proseguire.
Non è stata la mia generazione a mandare all’inferno in un secchio il programma spaziale – è stata la generazione del relatore e degli organizzatori di questa serata, che ora accusano chiunque abbia dai 23 ai 35 anni di essere uno sfaticato senza sogni.
Ma chi è che non ha fatto nulla per tenerli in vita, quei sogni?
Nessuno pare ricordare la trasformazione della NASA – e successivamente di ogni altra agenzia spaziale occidentale – in strutture la cui sola funzione era ed è la preservazione della propria esistenza.
Nessuno ricorda come lo Shuttle uccise i progetti di O’Neill.

Come sempre il pubblico annuisce saputo.

Il fallimento della comunicazione arriva al suo massimo quando il moderatore, nel tentativo di animare la sessione domande/risposte, chiede ai presenti di dichiarare, per alzata di mano, sepreferirebbero oggi andare sulla Luna o su Marte.
La sala, meno di mezz’ora prima, ha dimostrato la propria età media, sempre per alzata di mano, quando il professor Bevilacqua ha chiesto quanti fossero presenti la sera dell’allunaggio dell’Apollo 11, e una selva di mani alzate ha confermato che del centinaio abbondante di persone presenti, oltre il 70% ha superato la quarantina.
Ma ora, questa centuria di ultraquarantenni si sente chiedere di votare per alzata di mano se sia preferibile la Luna o Marte.
E tornano alla mente certe vecchie zie zitelle, che da ragazzino – quattro, cinque anni – ti domandavano se volessi più bene alla mamma o al papà.
Si chiama paternalismo, e non è mai una buona strategia dicomunicazione.

Io scopro di non avere alcuna voglia di alzare la mano.
E non perché la domanda sia sostanzialmente stupida, oltre che paternalistica.

È perché a gravare sull’intera serata, nonostante l’eccellente livello del relatore, insiste una oppressiva sensazione di alienazione.
Il moderatore (applausi) ringrazia il relatore (applausi) e poi passa a presentare la ricercatrice di punta (applausi), che blandisce il moderatore (applausi) suo ex capo struttura, e poi si abbandona ad una manciata di banalità (applausi), fa per lo meno una affermazione scientificamente molto molto discutibile (applausi).
Come quando guardiamo certi filmati sull’accoppiamento dei bonobo, l’impressione è quella di essere osservatori esterni dei rituali sociali di un gruppo, di una specie, con la quale noi non abbiamo nulla a che fare.
Che ci concede benevolmente di assistere, e non manca di farci notare che arrivare fin qui, oh, ragazzi, è stata una figata! Se solo voi aveste potuto esserci…
La festa delle medie…

E quindi io non alzo la mano.
Né per la Luna, né per Marte.
Perché io, con questa gente, nello spazio non ci voglio andare.
Con Buzz Aldrin?
Con Carl Sagan, anche se è morto?
Anche subito, ho la valigia pronta.
Con quegli scoppiati del Moon Miner’s Manifesto?
Parliamone.
Con l’ultimo pennivendolo autore di space opera derivativa e trita, con i trekkies vestiti da Klingon, con i Raeliani o la gente di Damanhur…

Ma con questo ennesimo circolo accademico chiuso, no.
Non vorrei mai che nel momento critico, fossero troppo impegnatia scambiarsi reciproche pacche sulle spalle per ricordarsi di aprire i paracadute…

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